Le proteste e le segnalazioni delle amministrazioni locali al ministero dell'Economia fioccavano, i problemi per mancato riversamento erano già noti nel 1990. Eppure Tributi Italia, la società di riscossione sprofondata ai disonori delle cronache nel 2012 con l'arresto del suo ad Giuseppe Saggese accusato di aver trattenuto per sé oltre 100 milioni di tasse prelevate ai cittadini per conto dei comuni, per vent'anni ha continuato ad essere la principale concessionaria abilitata nel settore. In grado di espandersi fino ad accogliere nel parco clienti ben 400 comuni di tutta la penisola.
Come è stato possibile? A porsi la domanda è stato il procuratore della Corte dei Conti del Lazio Paolo Crea, che l'ha trasformata in un'inchiesta capace di gettare una luce parziale ma significativa su una vicenda che a distanza di anni è ancora cosparsa di imbarazzanti interrogativi.
Dirigenti MEF a processo
Accanto alle varie indagini e ai processi penali in corso in tutta Italia contro gli ex amministratori della società di riscossione, è nato così un procedimento contabile - ancora alle prime battute - che vede stavolta sul banco degli accusati chi, incaricato di raccogliere e valutare le tante lamentele su Tributi Italia, le avrebbe invece occultate. Si tratta di due alti dirigenti del MEF, accusati di un danno erariale da 28 milioni di euro per i mancati riversamenti delle riscossioni eseguite da Tributi Italia per conto di 16 comuni del Lazio.
Carlo Vaccari, all'epoca dei fatti direttore dell'Ufficio Federalismo Fiscale, e Vincenzo Persi, dirigente dello stesso ufficio costituito in seno al Dipartimento delle Finanze del Ministero, erano anche componenti (il primo in qualità di presidente) della commissione incaricata di gestire l'albo dei concessionari della riscossione.
Per la procura della Corte dei Conti non avrebbero messo a conoscenza della stessa commissione, come loro compito, le segnalazioni che dal 2006/2007 fino al 2009 arrivarono al loro ufficio da comuni di tutta la penisola sui mancati riversamenti delle riscossioni da parte di Tributi Italia. In questo modo, nonostante il mancato riversamento sia causa di cancellazione dall'albo nel quale bisogna essere obbligatoriamente iscritti per poter ottenere le concessioni a riscuotere, la società ha potuto continuare ad operare per almeno un triennio senza avere i requisiti. Solo nel 2009, e dopo un’ inchiesta parlamentare, Tributi Italia venne infine cancellata dall'albo.
Documenti occultati
Se la commissione fosse intervenuta prima, è la tesi della Procura contabile, si sarebbe potuto limitare il danno erariale contestato ai due dirigenti che sono accusati di aver addirittura nascosto i documenti che avrebbero portato alla cancellazione della società di Saggese con tre anni di anticipo.
Tutto è nato da una delle inchieste penali su Tributi Italia, in cui il Nucleo di Polizia Tributaria di Genova scoprì mancati riversamenti per complessivi 56 milioni di euro. Tra i soggetti danneggiati in questo filone c'erano anche 16 comuni del Lazio tra cui Nettuno (per oltre 5 milioni di euro) e Aprilia (oltre 20 milioni di euro di tributi riscossi e mai versati nelle casse pubbliche). Dopo aver ricevuto la segnalazione dalla Fiamme Gialle liguri, la Procura contabile del Lazio nel 2013 ha mandato i finanzieri di Roma a controllare l'archivio dell'albo dei concessionari di riscossione.
Nonostante Tributi Italia sia stato per anni il più importante soggetto abilitato, i militari non hanno trovato nessun documento relativo alla società. Un mistero che si è risolto quando le Fiamme Gialle hanno spostato la perquisizione negli uffici dell'ex direzione Federalismo Fiscale. In uno locale adibito a ripostiglio sono stati ritrovati diversi scatoloni in cui giacevano le segnalazioni delle inadempienze di Tributi Italia provenienti dai comuni di tutta la penisola, in molti casi risalenti addirittura a 3 anni prima della cancellazione dall'albo.
Il controllato era controllore
Carte che smentiscono, anche, quanto dichiarato dai due dirigenti del MEF davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta sulla vicenda Tributi Italia. Per giustificare il ritardo nella cancellazione della società, i due dissero di aver saputo dei mancati riversamenti solo dalla metà del 2008.
Mentre, nonostante la scarsa efficacia del suo operato di vigilanza, non è stato possibile dimostrare con certezza alcun dolo o colpa grave nell'operato degli altri componenti della commissione incaricata di tenere l'albo. Nella quale sedevano - nel periodo interessato - anche i rappresentanti dell'ANCI, dell'Unione delle Provincie Italiane e il legale della stessa Tributi Italia.
La norma ad hoc
Nemmeno dopo l'espulsione dal novero dei riscossori abilitati, peraltro, la società oggi in liquidazione ha smesso di lavorare per i comuni: fu il Parlamento italiano, con il decreto legge 40 del 2010, a prevedere una norma che manteneva efficaci le convenzioni vigenti con gli enti locali "immediatamente prima della data di cancellazione dall'albo" per le società in stato di crisi che avessero esercitato le funzioni per non meno di 50 amministrazioni.
Un provvedimento ad hoc, adottato anche sulla base delle audizioni dei dirigenti oggi sotto processo contabile, che mantenne in vita ancora per diverso tempo nonostante i buchi contabili e le conclamate inadempienze (in nome della salvaguardia dei dipendenti) un soggetto privato cresciuto a dismisura grazie alle "sviste" dell'amministrazione pubblica.