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I volti dell'Africa libera nello sguardo di Keïta

Nel suo studio il fotografo di Bamako ritraeva politici, commercianti, funzionari e tanta gente comune. Donne e uomini giovani, la nuova generazione del Mali all'indomani dell'indipendenza dalla Francia, nel 1960. Il Grand Palais di Parigi gli dedica una ampia retrospettiva, con oltre 300 immagini

In Africa c’è stata un’epoca in cui la fotografia era strumento del dominio coloniale, soprattutto francese. A partire dal 1840, quando nei porti di Accra, Abidjan e Dakar sbarcano i primi “dagherrotipisti” - antesignani dei fotografi - che immortalano gli “indigeni” frontalmente, come campioni antropologici di una tribù o di una categoria della popolazione. Li rappresentano come esemplari da catalogare, di pari passo con lo sfruttamento del territorio e l’estrazione delle materie prime. Si sviluppò così una produzione immensa di cartoline turistiche, che raggiunse l'apice alla vigilia della Prima guerra mondiale.

Con Seydou Keïta, per la prima volta la fotografia africana ribalta i codici estetici imposti dal Paese colonizzatore e finalmente offre una rappresentazione di sé senza il filtro occidentale. Nato a Bamako (oggi capitale del Mali, all’epoca del Sudan francese) intorno al 1921, Keïta è un fotografo autodidatta che apre il suo studio di ritrattista nel 1948 convinto dallo zio che, cogliendone la vocazione artistica, gli regala una fotocamera Kodak Brownie. Il bugigattolo, neanche venti metri quadrati con un piccolo cortile adiacente, si trova a due passi dalla stazione ferroviaria e dalle principali attrazioni della movimentata città africana. In fretta si trasforma in un crocevia per i viaggiatori e la gioventù urbana emergente.

È talmente intenso, il viavai, che il fotografo non riesce neanche ad annotare le generalità degli avventori di passaggio. Nel 1960, con l’indipendenza del Mali, Keïta diventa l’occhio della modernità post-coloniale del suo Paese insieme a un altro grande ritrattista di Bamako, Malick Sidibéscomparso lo scorso aprile a 80 anni. 

A Keïta, il padre della fotografia africana morto nel 2001 nella capitale francese, è dedicata la ampia retrospettiva al Grand Palais di Parigi (fino all’11 luglio), sotto la direzione di Yves Aupetitallot, in collaborazione con Elisabeth Whitelaw, direttrice della Contemporary African Art Collection (Caac) e con la consulenza scientifica di André Magnin: 300 immagini tra stampe vintage, firmate dal fotografo, e più recenti in bianco e nero ai sali d’argento nei formati 50x60 e 120x180.

La mostra più importante dedicata finora all’autore, scoperto in Occidente all’inizio degli anni Novanta. «La fotografia di Seydou Keïta segna la fine dell’epoca coloniale e dei suoi codici estetici, per inaugurare una nuova era per la fotografia africana, che afferma la propria modernità pur mantenendo solide radici nella storia», scrive Aupetitallot nel testo che presenta la retrospettiva. 

Tra i soggetti ritratti c’è Billaly, soprannominato “il gigante”, notabile conosciuto in tutta Bamako, con la figlioletta sulle ginocchia e l’ampia tunica in “bazin”, tessuto damascato molto di moda in Mali. In posa come le due dame in abiti tradizionali dell’alta società di Bamako in un’altra foto, in piedi davanti alla Peugeot 203 di Keïta, uno dei pochi a potersi permettere un’automobile nuova, grazie ai proventi del proprio lavoro. E ancora, il celebre scatto “l’uomo con il fiore”: un giovane disabile dai lineamenti sottili in giacca bianca, cravatta e occhiali, spesso scambiato per un autoritratto. In realtà si tratta di Monsieur Sissoko, simbolo della classe di funzionari nei ranghi dell’amministrazione coloniale, che amavano i bei vestiti e sapevano leggere e scrivere.

Oltre a loro, negli scatti di Keïta figurano decine, centinaia di ragazze e ragazzi, adulti e bambini fanno la fila davanti al suo studio, allestito per i clienti come un set di tutto rispetto: luci appropriate e accessori alla moda, cappelli, abiti occidentali, cravatte, orologi, bijoux, penne stilografiche e perfino la contesissima Vespa italiana.
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Anche le inquadrature cambiano, il fotografo privilegia le pose a tre quarti, i tagli in diagonale che esaltano l’individualità del soggetto. Prende forma un corpus sterminato di mezzo milione di ritratti realizzati tra il 1949 e il 1962, anno in cui Keïta dopo l’indipendenza del Mali chiude lo studio e diventa fotografo ufficiale del nuovo presidente Modibo Keïta. «Tutta Bamako veniva a farsi fotografare da me: funzionari, commercianti, politici», disse il fotografo maliano in un’intervista: «I giovani, i miei clienti più numerosi, apprezzavano le mie immagini per la definizione e precisione. Alcuni dicevano: “Se c’è un pelo che cresce da qualche parte, si riesce a vedere”».

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