Di che colore è la violenza? Nera. Rispondono allo stesso modo le madri di Borgo Vecchio a Palermo, dei villaggi lungo i fiumi della Cambogia e quelle che vivono nelle case di fortuna degli indios in Brasile.
Le loro voci sono raccolte in “Mothers. L’amore che cambia il mondo” parla dei diritti negati alle mamme e ai loro bambini nel Sud del mondo, ma anche in Italia, dove spesso nelle periferie si consumano situazioni critiche.
Un anno tra Benin, Nepal, Cambogia, Brasile e Italia. Il regista Fabio Lovino ha viaggiato per quattro continenti alla ricerca di storie. Ne sono usciti una serie di ritratti intimi in cui le donne sono le vere protagoniste. Ora il suo documentario sarà presentato in anteprima al Taormina Film Festival il 14 giugno.
[[ge:rep-locali:espresso:285209550]] «Il viaggio, la conoscenza, l’altro. Ho cercato di approcciarmi a questo progetto, a questo lungo viaggio senza retorica, in modo puro - racconta Lovino -. Un viaggio non turistico, ma antropologico e sociale». Partendo dal Sud Italia il Borgo Vecchio di Palermo, sembra non esistere. Un quartiere di tre, quattro strade, nel pieno centro. «Ci abitano bimbe-madri di tredici anni, fanno lavori occasionali da venti euro per la sopravvivenza quotidiana. Hanno case senza acqua, luce e gas, garage che diventano abitazioni», racconta Lovino.
Di fianco ai membri delle Ong il regista è passato tra le abitazioni indios del Ceara dei Sem Terra in Brasile. Qui i braccianti occupano i “latifundio”, terreni improduttivi, per poter vivere e coltivare la terra, lontano dai centri abitati troppo cari e pericolosi a causa della prostituzione e della droga.
I ragazzi di WeWorld, un’organizzazione non governativa italiana che lavora per supportare l’infanzia, sono stati a fianco di Lovino. Aiutano queste persone con esperimenti di microcredito e insegnando loro la consapevolezza delle violenze subite.
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«Su ragazze e donne che incontriamo nei nostri progetti - spiega Anna Maria Fellegara, vicepresidente di WeWorld - poggiano le famiglie e le comunità: si occupano dei figli, ma anche della gestione della casa e del lavoro. Troppo spesso, però, esse non sono consapevoli della loro fondamentale rilevanza e le condizioni di disagio, povertà e abbandono in cui si trovano a vivere le rendono vittime di regole sociali emarginanti, nel Sud del Mondo e – con le dovute differenze – anche in Italia».
E’ difficile infatti superare le diffidenze accumulate in secoli che spingono le donne ai margini della società. Anche quando sono loro a occuparsi del menage familiare, come nei villaggi contadini del Benin. Dove si devono anche scontrare con uomini violenti. I villaggi sono per mesi isolati dalle piogge e questi popoli scompaiono inghiottiti da foreste e fiumi: sono realtà piccole che non approdano nei discorsi pubblici.
Questo ha impedito per decenni alle donne di capire quanto fosse importante denunciare i maltrattamenti subiti. Per superare un’abitudine, vista come una normalità culturale.
Maria da Pena, Erbenia e Summina compaiono nelle immagini di “Mothers”. Sono donne forti che hanno denunciato e dato voce a migliaia di altre donne e madri.