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A sette anni dall’inizio della Grande Crisi il gruppo che Kyriakos aveva creato alla fine degli anni Sessanta insieme ai fratelli Yorgos e Nick, un’impresa che negli anni di massimo splendore gestiva ben 600 distributori di benzina, è finito indebitato con banche e creditori per oltre 300 milioni di euro, molti dei quali garantiti da beni di famiglia.
Solo pochi giorni prima un colosso del business greco, la catena di supermercati Marinopoulos, ex partner della francese Carrefour, aveva, anch’esso, dichiarato bancarotta, affondato da un miliardo e trecentomila euro di debiti. In tribunale approderà a settembre, proprio insieme alla Jet Oil.
A rischio povertà ci sono12 mila impiegati dell’azienda e duemila tra fornitori e creditori. E non sono gli unici. Negli ultimi due mesi anche Ilektroniki, un fornitore di prodotti elettrici, Pyrsos, una società di sicurezza, e la catena alberghiera a 5 stelle Athens Ledra hanno tutte dichiarato bancarotta e richiesto in tribunale la protezione dai creditori.
Quella di Mamidakis è una morte che colpisce profondamente la Grecia. Avviene dopo 8 anni di crisi ma nel primo in cui anche le élite del Paese si ritrovano graffiate negli affari e negli affetti. Non più solo l’esigua classe media: ora anche i milionari sono costretti a stringere la cinghia. La lunga fase recessiva e il più recente controllo sui capitali hanno messo alla prova quegli intrecci pericolosi tra politica, banche e business che costituiscono l’ossatura economica della Grecia e che finora hanno permesso alle grandi società di continuare a operare (proteggendo migliaia di posti di lavoro) nonostante non avessero più bilanci sostenibili.
Grazie a quegli intrecci le riforme richieste dai creditori internazionali sono state rispettate in minima parte (ad esempio ora le banche possono sostituire i vertici delle società loro creditrici in forte perdita) e solo nella misura in cui hanno sbloccato i fondi europei. Lo scorso mese la Grecia è così riuscita a completare con successo la prima revisione del suo terzo bailout da 86 miliardi e a ricevere l’approvazione di un aiuto monetario da 7,5 miliardi di euro.
VIETATO SPENDERE
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Ma la liquidità comincia a scarseggiare davvero e i debiti è sempre più difficile ripagarli o camuffarli. Senza contare che, per assicurare un’estate meno calda di quella dell’anno scorso quando il governo dovette imporre il controllo dei capitali, sono state rimandate in autunno riforme controverse come quella del mercato del lavoro, sempre impopolare, e ancora di più se ad attuarla dovrà essere un governo che, in teoria, sarebbe di estrema sinistra.
SCAPPI CHI PUO'
L’economia greca dovrebbe restringersi di un altro 0,3 per cento prima di riprendere a crescere, forse, nel 2017. I controlli sui capitali imposti un anno fa per prevenire il collasso del Paese sono sempre in vigore e non si sa quando verranno rimossi: si possono ritirare 60 euro al giorno e 420 euro a settimana. Appena quanto basta a vivere.
Secondo i numeri della Confederazione greca per il commercio e l’imprenditorialità, l’anno scorso le importazioni sono crollate dell’11,7 per cento e si sono aperte tremila piccole imprese in meno. Chi ha potuto, soprattutto i più giovani e i laureati, ha lasciato il Paese. Si calcola che su undici milioni di abitanti la Grecia ne abbia perso almeno mezzo milione in cinque anni. Tra chi è rimasto, uno su due è attualmente disoccupato. Il reddito disponibile è crollato del 25 per cento. I pensionati hanno subito dodici tagli alle loro pensioni dal 2011.
Le tasse, dirette e indirette, sono schizzate in alto, con l’Iva che ha raggiunto il 24 per cento su tanti prodotti. Per potere rimanere a galla in un’economia al collasso, famiglie e imprese hanno dovuto mettersi a frugare sotto il materasso. Se tra il 2006 e il 2009 il tasso di risparmio si aggirava intorno al 6 per cento, nel 2015 è passato a meno 6 per cento. Da metà 2011, secondo i dati Eurostat, i greci hanno eroso risparmi per 19 miliardi di euro e fatto sparire circa 36 miliardi di depositi bancari. Parimenti, le società finanziarie hanno ridotto la loro liquidità del 60 per cento. E non è che il contante sia finito in nuove attività imprenditoriali o in investimenti produttivi.
Il premier Alexis Tsipras, che l’anno scorso godeva di un consenso vicino al 40 per cento, adesso raggiunge a fatica il 18 per cento dell’approvazione popolare. Ormai solo un cittadino ogni dieci ritiene che lui e il suo alleato della destra xenofoba, Panos Kammenos, siano in grado di tirare fuori il Paese dalla recessione. «La Grecia ha un disperato bisogno di investimenti stranieri per potere incominciare a crescere, altrimenti continuerà a stare in una condizione di stagnazione permanente», sottolinea al telefono Theodore Pelagidis, professore di economia dell’università del Pireo e studioso presso il think tank americano Brookings Institute.
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Non è un caso che i rapporti tra Pechino e Atene si stiano consolidando. Tsipras è appena tornato da una visita ufficiale alla leadership cinese. Negli ultimi dieci anni, prima di lui, soltanto due altre volte, nel 2006 e nel 2013, un premier greco si era recato in visita a Pechino. E ogni volta era tornato indietro con accordi modesti. Ora non è più così. Il porto del Pireo, oggetto di uno dei più grandi investimenti cinesi in Europa, è ormai per il 67 per cento in mano al colosso di trasporti via mare Cosco, che, per ottenere quella quota, ha versato ben 370 milioni di euro nel fondo per le privatizzazioni greche.
Ma l’investimento sul porto, per quanto ingente, da solo, non basta a rilanciare l’economia. «Servirebbero investimenti al ritmo di circa 2-3 miliardi l’anno per potere costruire infrastrutture, rilanciare le esportazioni e promuovere un turismo di qualità», sottolinea Pelagidis.
ACCORDO SOSTENIBILE
Nonostante la difficile situazione economica che ha portato alla decimazione dei salari e del costo del lavoro, le esportazioni di manufatti non crescono. Si fermano al 9 per cento del Pil, ben al di sotto di quel 13-15 per cento di economie più avanzate come quella della Spagna o dell’Italia. Secondo un numero crescente di economisti la svalutazione interna non riesce a rimettere in marcia un’economia senza liquidità. Solo il ritorno alla dracma consentirebbe quella svalutazione pesante che potrebbe far schizzare in alto le esportazioni.
Perfino il turismo, nonostante sia tornato ai fasti pre-crisi (con 26 milioni di arrivi stranieri e 14,5 miliardi di euro di ricavi nel 2015) e contribuisca al 20 per cento del Pil (quasi il doppio, in proporzione, dell’impatto che ha sul quello italiano), non riuscirà a fare da locomotiva se non sarà in grado di attrarre un maggior numero di turisti danarosi.
«Paesi come l’Italia e la Spagna hanno la metà delle coste greche ma hanno venti, trenta volte i porticcioli necessari ad accogliere barche e yacht», continua Pelagidis: «Hanno hotel super lusso per le élite mondiali e quelli a 4 stelle per la borghesia. Noi abbiamo avuto finora soprattutto un “turismo souvlaki”: grandi numeri e poca spesa».
Le cose tuttavia possono cambiare. Grazie ai forti problemi di sicurezza lungo le coste meridionali del Mediterraneo, dall’Egitto alla Tunisia, ai costanti attacchi dell’Is in Turchia e alla devastante situazione in Siria, la Grecia è entrata a far parte delle mete vacanziere mondiali più desiderate. A partire dai vip che quest’estate hanno preso a far capolino nelle favolose isole di Mikonos e Santorini. «Un tempo i giovani venivano spinti dai loro genitori a diventare ingegneri o avvocati, adesso invece sono diretti verso il settore del turismo o in quello dei servizi, che pur ruota attorno al turismo», dice Pelagidis. Ciò che manca davvero è l’ammodernamento delle infrastrutture. Perché è ormai sempre più chiaro a tutti che quella greca non è solo una drammatica storia di crisi finanziaria ma anche e, forse soprattutto, di sviluppo economico mai completamente raggiunto.
Non a caso il governatore della Banca greca ed economista di lungo corso, Yannis Stournaras, ha affidato al quotidiano britannico “The Guardian” un inedito appello per un “new deal”, un nuovo patto con i creditori. Propone un accordo che sia davvero sostenibile, a differenza di quelli stretti con le istituzioni europee e internazionali fino ad oggi, e che, come tale, non insista che dal 2018 la Grecia ottenga un surplus primario del 3,5 per cento (irrealizzabile) ma si accontenti di un più modesto 2 per cento, in linea anche con le recenti indicazioni del Fondo monetario internazionale. La riduzione del surplus primario dovrebbe poi essere accompagnata da una qualche forma di abbattimento del debito, come ad esempio l’estensione della restituzione del montante e dei suoi interessi di almeno vent’anni.
Si tratta di una proposta che verrà esaminata in settembre ma che, anche alla luce delle ultime affermazioni del Fondo monetario internazionale, che ha ammesso di avere sbagliato nel richiedere un eccesso di austerità alla Grecia, non sembrano più così paradossali. Senza contare che un Paese disperato è facile vittima di appetiti geopolitici nefasti. L’atteggiamento caloroso di Tsipras verso Vladimir Putin sta impensierendo non poco l’Alleanza atlantica, tanto che Barack Obama si è appartato con il leader greco durante il vertice Nato a Varsavia. Tsipras non nasconde la speranza di vendere armi alla Russia per prevenire il collasso dell’industria bellica greca. E Putin, che ha espresso la sua soddisfazione sulla Brexit, vede in una Grecia bisognosa e maltrattata dai big europei un’ulteriore crepa su cui far leva per dividere l’Unione e recuperare influenza in Europa orientale.
Ma i greci su questo punto non ci sentono. Nonostante l’avversione per quell’austerità che li ha riportati a una povertà che ritenevano abbandonata per sempre, l’Unione non la vogliono lasciare. Rimanere legati all’Europa è l’unico modo di recuperare il tempo perduto, ha detto al “Guardian” il poeta greco Stelios Ramfos: «Abbiamo perso tempo nella forma di secoli lasciati passare da un popolo che non ha mai sperimentato il Rinascimento. Se non fosse per l’Europa, per le sue regole e le sue direttive, la Grecia non sarebbe molto diversa dall’Iraq».