La prima volta che ha scritto di “barbari”, dieci anni fa, qualcuno - senza leggerlo - l’ha scambiato per un passatista snob. E invece Alessandro Baricco stava osservando, a modo suo - come uno spettacolo - «il tramonto di una civiltà e, forse, la nascita di un’altra»: con un occhio curioso e tutto sommato benevolo verso l’«intrusione del radicalmente nuovo», la forza della mutazione, le metamorfosi dell’intelligenza. Ha intenzione, dice, di tornare sulla questione (prepara un sequel dei Barbari) e intanto ha raccolto una scelta degli interventi giornalistici degli ultimi anni in “Il nuovo Barnum” (Feltrinelli). È un’affollatissima fotografia di gruppo: storie di esseri umani, freaks, pistoleri, illusionisti all’inizio di un secolo nuovo e confuso; viaggi, città, libri, musica, social. Non c’è un filo di nostalgia, in ogni caso.
Le viene sempre così facile “sincronizzarsi” con il presente, con il nuovo?
«È un tratto caratteriale, o forse una particolare forma di nevrosi. Mi annoio facilmente, odio la ripetizione. Più di due o tre volte non riesco a tornare sullo stesso punto. E se trovo qualcosa di diverso, appunto, di nuovo, è sempre lì che vado, senza rimpianti».
Anche a costo di buttare via parecchio?
«Sì. Butto via quasi tutto, anche troppo, sono un archivista disordinato».
Eppure c’è un passaggio, nel “Nuovo Barnum”, in cui lei parla della necessità - e della bellezza - di mettere al riparo pezzi di passato, di portarli in salvo.
«Non sono così barbaro da non attribuire un valore alla storia della cultura, al gesto di chi si china sulle tracce di mondi scomparsi, di chi cerca di tenere insieme i lembi di un tessuto che si sta strappando. Ma quando mi occupo di passato, lo studio, o provo a spiegarlo, non faccio differenza fra le rovine di Persepoli e un vinile, fra Alessandro Magno e la mappa della metropolitana di Londra. In questo, riconosco un mio tratto “barbarico”: nel rifiutare certe gerarchie troppo rigide, nel saltare qualche passaggio, nel tipo di linguaggio che uso, in un certo grado di semplificazione. E soprattutto, nel cercare anche in superficie il senso, se la superficie è il luogo scelto da questo mondo per il senso».
Quando, vent’anni fa, portò la musica colta e la letteratura in televisione, oltre a guadagnare parecchi fan, trovò detrattori altrettanto fedeli.
«Perdevano tempo a contestare me e non capivano cosa stava per crollargli in testa. Mi rendo conto che certi sacerdoti del sapere, vedendomi parlare in quel modo, potessero avere qualche vertigine. Erano gli anni Novanta, non c’era niente di particolarmente sovversivo o geniale in ballo, forse - per usare un linguaggio da videogioco - ero solo qualche livello più avanti. Se i sacerdoti mi avessero accolto con meno pregiudizi, forse sarebbero stati più attrezzati ad affrontare chi li avrebbe messi davvero in discussione. In realtà, io e altri usavamo una scala tutto sommato simile alla loro, la differenza era che con quella scala volevamo salire da un’altra parte. Fatta ogni debita proporzione, penso a un filosofo e musicologo come Adorno che non capisce la musica di Puccini. Aveva in verità tutti gli strumenti per capirla, ma ideologicamente lo considera “nemico”, troppo pop, e perciò lo esclude, lo liquida con l’etichetta, non benevola, di “musica leggera”».
Eugenio Scalfari, in un dialogo ripreso nel libro, le dice invece: tu non sei un barbaro, perché sei intriso di memoria storica, perché sei affascinato dalla tradizione, dalla bellezza.
«Faccio una distinzione tra “barbarie” come mutazione e “imbarbarimento” come degrado. Anche io, certo, ho una mia linea di resistenza. Mi sento, in questo, uno dei barbari più vecchi, uno che ha ancora a cuore una certa idea di bellezza e la difende, mentre i barbari più giovani sembrano averla messa ai margini dell’esperienza umana. Fatto che, di per sé, non rende necessariamente la vita peggiore. Ma se penso alla mia singola vita, di quella bellezza non posso fare a meno, la cerco, la racconto quando posso, talvolta la custodisco, con la pazienza di un amanuense se necessario».
In un tempo di apocalittici, lei pare un ottimista curioso. Perfino più dell’ultimo Eco, che pure lei annovera, nel libro, tra i primi a dialogare con il mondo barbaro.
«Eco era il più bravo di tutti: aveva capito - lui tutt’altro che barbaro - che non aveva senso tenere il sapere in un tabernacolo circondato da guardiani nervosi. Quanto all’ottimismo, è una categoria che non mi convince. Il mondo, piuttosto, mi pare si divida fra pessimisti e realisti. Larga parte di ciò che oggi viene etichettato come ottimismo è semplicemente guardare numeri e situazioni che altri non vogliono vedere. Un esempio? Quando sento dire che in Italia si legge poco e provo a spiegare che in realtà si legge incredibilmente di più che trent’anni fa, sono ottimista o sto solo evidenziando un dato di fatto?».
Su un piano politico, il dibattito tra innovatori e conservatori in Italia gira a vuoto. Lei cosa vede?
«Vedo un paese in cui la maggioranza delle persone ha imparato a giocare solo un certo tipo di gioco. E anche se a quel gioco non vince più, preferisce continuare a giocarlo. Preferisce la raccomandazione alla meritocrazia, il “dividiamoci gli interessi” a un interesse comune, eccetera. Vedo scarsa disponibilità concreta a dire: ok, ora tiriamo una linea, e da qui costruiamo insieme un’alternativa. Si ha paura di cambiare davvero, questo è sicuro. Va poi aggiunto - lo dico brutalmente - il fatto che non abbiamo soldi per i nostri sogni. In sostanza, sappiamo sognare più di quanto possiamo spendere. C’è tutta una parte di Italia che una vocazione al rinnovamento l’avrebbe, ma che obiettivamente patisce una situazione economica asfittica, dove se non incassi la fattura entro un mese sei morto. Se non rimettiamo in moto il denaro, diventa inutile essere visionari e coraggiosi. Non c’è ossigeno, non abbiamo una cassa armonica per far risuonare la musica che pure sapremmo fare benissimo».
E in tutto questo uno scrittore che cosa fa?
«Semplicemente, la propria parte. Il proprio mestiere. Che forse somiglia un po’ a quello di un pompiere. Vede un incendio, sa di non essere Superman, però sale lo stesso sulla scala. Non è detto che riesca a spegnere il fuoco, ma almeno prova a guadarlo da vicino, e a nominarlo. Se poi porta indietro, sano e salvo, pure qualche bambino, tanto meglio».
A proposito di vecchio e nuovo, lo stesso ruolo di scrittore mi pare lei lo interpreti - tra imprenditoria culturale e performance - in modo meno tradizionale di tanti suoi colleghi, perfino più giovani. Non è certo la via della sparizione, stile Elena Ferrante.
«Posso anche capire la simpatia verso la scelta della Ferrante, o chi per lei: ha qualcosa magari di “poetico”, ma è evidente come sia del tutto fuori tempo. Non consiglierei a nessuno dei miei allievi della Scuola Holden di seguire quella strada, per dire. Loro sanno bene che scrivere un libro e pubblicarlo è un gesto in una sequenza molto più ampia di gesti. Forse nessun libro, oggi, può essere un gesto completo. Così io stesso la vedo, e per me fare un romanzo, una lezione, una scuola, un film sono momenti di uno stesso, lungo movimento. Il vecchio modo di essere scrittori ha il fascino e la nobiltà dell’archeologia: brilla ancora, magari, ma come la luce di stelle morte da un migliaio di anni».