
C’è un genere, incarnato da una maggioranza di individui che gli appartengono, che con gli schiaffi, con la persuasione, con il portafogli, con l’acido o con i seggi in parlamento, comanda. Le società sono sperequate - e il mondo è molto sperequato se una metà di esso deve fuggire, per sopravvivere, nell’altra metà - ed è ciò che quella fotografia racconta: l’incapacità di un comune sentire degli esseri umani sul piano dei diritti, delle aspettative e delle possibilità. Per questo mette terrore.


Se lo chiamiamo maschilismo gli regaliamo, in italiano, lo stesso suffisso del femminismo, e qualche sbadato potrebbe pensare che siano l’uno lo specchio dell’altro. E non che il primo è un nomignolo dietro cui nascondere l’esercizio furioso e totalitaristico del potere. Qualcosa che gli consente, linguisticamente, di prendere le distanze dal femminicidio, così che la sua idea, in forma più sbiadita, possa vivere anche in chi non se l’aspetta (sì, sono maschilista, ma le ho dato uno schiaffo, mica l’ho uccisa). Questa cosa non ha latitudini: c’è chi la vede e ne è terrorizzato e chi non la vede. Poi c’è chi la esercita, e anche lì con più o meno consapevolezza. C’è chi vede, per esempio, che le ragazze minotauro, quelle che in India protestano indossando maschere di mucca per ricordare che le vacche sacre sono più tutelate di loro stesse, sono esattamente l’anello di congiunzione tra il giudice che rimette in libertà il pluridenunciato persecutore, e la sua vittima. Che spesso gli uomini che non utilizzano il congedo parentale sono quelli che poi ritengono che il burkini sia soffocante.
Non è maschilismo perché se lo fosse, le donne lo odierebbero, e invece in questo modus vivendi sono intrappolate loro stesse al punto da trovare odiose quelle che la pensano diversamente, che rivendicano “troppo”. Vado in un liceo classico e dico che la prostituzione va chiamata schiavitù, che nel cuore del centro storico di Napoli c’è una strada piena di ragazze nigeriane della loro stessa età, ma invece di star sedute nei banchi, stanno lì aspettando che una bestia le usi. Dopo, la professoressa di italiano mi si avvicina e dice: “bestia” non è un po’ troppo? Allora non chiamiamolo maschilismo. Chiamiamolo l’inizio del mondo distopico immaginato da Margaret Atwood nel Racconto di un ancella. Un posto dove quel poco di umanità sopravvissuta sul pianeta passa per tre tipi di donne: quelle inutili (vecchie, non fertili) mandate ai lavori forzati, quelle egemoni (le mogli dei generali che non riescono ad avere figli) e quelle utili (le ancelle, devono farsi ingravidare dai generali avendo rapporti sessuali solo nei giorni dell’ovulazione).

Forse non in tutti i licei, forse non in tutte le città, forse non tra tutti i ragazzi. Ma a volte, e io le incontro, le ragazze sperimentano la loro libertà sotto il giogo di un giudizio feroce. La scontano, quella fanciullezza in cui credono che sia tutto possibile, la scontano più dei maschi. Avete mai sentito i padri delle figlie femmine, uomini di quarant’anni, emancipati, divertenti, parlare di quel “contrappasso” capitato loro in sorte per essersi portati a letto mezzo mondo e adesso avere una figlia che sarà vittima della stessa “caccia”?
Al politecnico di Torino tre laureandi su cinque pensano che la collega in minigonna si è “cercata” una mano sul sedere. Io questi futuri ingegneri li vorrei tanto invitare a lezione da un contadino di Pienza: lo stesso che ha fatto lezione a me una domenica di maggio nella piazza dove si era appena concluso un incontro di “caffeina- emporio letterario”. Si era parlato di desiderio femminile. Alla fine dell’incontro mi si avvicina con timidezza, avrà una cinquantina d’anni, è vestito con abiti semplicissimi, mi sorride e mi racconta di essere un bracciante agricolo che lavora in una cooperativa lì, nella campagna toscana. Infatti, ora ci faccio caso, ha le mani callose, il viso cotto, gli occhi chiari: mi racconta che quando era piccolo suo padre, che faceva il pastore, picchiava sua madre e sua sorella, mentre lui, maschio, riusciva a scappare su per i pascoli. E lui scappava e si sentiva in colpa. “Io per togliermi di dosso tutta questa ingiustizia ho dovuto fare un lavoro, e l’ho fatto per lei, mia moglie, che mi ha insegnato tantissimo- mi indica una donna magnifica, elegante, che si gira verso di noi e ci sorride - “Per me è difficile venirle a dire queste cose - mi dice commosso e serio - se i miei colleghi mi vedessero ora, signora, mi chiamerebbero ricchione. Stamattina lì negli uffici della cooperativa è arrivata una segretaria romena, e giù battute pesanti, e un mio collega passando le ha pure toccato il culo. Ma vorrebbero che fosse fatto alle loro figlie? Alle loro sorelle? Io questo mi chiedo. Bisogna fare un lavoro lungo, lunghissimo ma si può fare: ieri sera ho sentito la conferenza del professore Asor Rosa. Qualcosa ho capito e qualcosa no, ma mi sentivo così contento di stare seduto in questa piazza ad ascoltare, come ho fatto anche stasera con lei. Arrivederci”. Ci stringiamo la mano, si allontana con la sua bellissima moglie e a me resta un vuoto: non so neppure come si chiama. Chiamiamolo uomo.