Eppure incarna perfettamente quel maschilismo del pioniere coraggioso, bianco e cristiano che l’intellighenzia democratica americana, nonostante mezzo secolo di battaglie, non è riuscita a estirpare e che ha ora ritrovato legittimità. Tanto più forte è l’uomo al potere tanto più bella e passiva deve essere la donna che gli sta accanto. Se brilla è di luce riflessa. Come la moglie Melania, da povera ragazza dell’Europa dell’Est a First Lady d’America. Ma anche come la figlia Ivanka, priva di meriti se non quelli di sangue, sistemata al “tavolo dei potenti”, come è accaduto nel recente G20, quando la conversazione verteva su questioni ritenute minori o fastidiose. Non è un caso che l’anno scorso, quando il settimanale “Time” lo aveva nominato “persona dell’anno” lui si fosse lamentato e avesse ribadito che tante donne avrebbero preferito la dicitura di “uomo dell’anno”. Il leader, nella sua definizione, è naturalmente uomo.
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Oggi che, grazie a Trump, gli Usa non sono più costretti a essere il faro del mondo e a impartire lezioni di civiltà ai selvaggi d’Asia e ai vecchi d’Europa, possono tornare a mettersi le dita nel naso: nepotismo, razzismo e maschilismo sono tutte sfaccettature dell’altra America, quella che, eletto Barack Obama, sembrava sconfitta. E che invece, colpevole la superba miopia liberale, non ha mai smesso di fare capolino. Secondo un sondaggio condotto tre anni fa su oltre duemila adulti americani tra i 18 e i 34 anni - la generazione dei millennials, nella nostra testa associata al progresso, all’istruzione, al futuro - solo un terzo non si sente messo a disagio dall’idea di avere una donna come presidente, solo il 34 per cento non ha problemi con le donne nel ruolo di ingegneri e solo il 35 per cento accetta una donna a capo di un’azienda Fortune 500. Aveva ragione Hillary a dire che il maschilismo c’entrava e come con la sua mancata elezione.
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Eppure non fosse stato per il maschilismo cosmico di Trump le americane non sarebbero mai state costrette a prendere le misure della propria situazione reale. Avrebbero continuato a commiserare le casalinghe siciliane e a commuoversi per quelle afghane. A ignorare di essere l’unico Paese dell’Ocse in cui le donne non hanno diritto alla maternità ma sono costrette a lasciare il lavoro per fare figli. La nazione in cui il diritto all’aborto, dopo 45 anni, è ancora pericolosamente precario ma in cui fino a pochi anni fa le cure mediche relative alla maternità erano escluse dall’assicurazione sanitaria (e potrebbero tornare ad esserlo dovesse passare la riforma voluta da Trump). Avrebbero continuato a sottovalutare la differenza tra il loro salario e quello degli uomini a parità di mansione: intorno al 20 per cento, superiore alla media europea.
