Pubblicità
Cultura
novembre, 2018

Né maschio, né femmina: sui documenti arriva il Gender X. Perché anche l'identità è migrante

La “X” alla fine del genere, come gli asterischi, sono accorgimenti ancora macchinosi ma apripista della costruzione di un nuovo linguaggio, portatore di nuovi valori

Il City Council di New York ha recentemente deliberato la possibilità di scegliere il “gender X” per il proprio figlio eliminando dunque la dicotomia maschio/femmina dalla carta di identità e dai vari certificati burocratici. È una decisione storica, ma soprattutto una di quelle conseguenze pratiche di decine di anni di dibattito filosofico che prima si è tradotto nella formazione delle comunità Lgbt sparse per il mondo, poi nei cosiddetti “Queer studies”, infine in un movimento transgender in grado di arrivare anche a influenzare decisioni politiche come questa della Grande Mela. Ad alcuni può sembrare un capriccio, ad altri più tristemente un’aberrazione, mentre invece è la traduzione dell’idea, complessa ma destinata a imporsi nel futuro prossimo, che l’essere umano non coincida con la sua biologia ma con un articolato algoritmo frutto di vita mentale, esperienze culturali e sessuali, ambiente esterno: insomma che Homo Sapiens sia, per dirla con le parole di Rosi Braidotti, che è una delle filosofe che più ha influenzato questo dibattito, «un’identità migrante soggetta al nomadismo».


* * *

Sembra un dibattito tutto interno al femminismo, ma le cose non stanno proprio così; è stato Aristotele a proporre la tesi secondo cui un’entità, soprattutto vivente, sia soggetta a quello che i metafisici chiamano “tridimensionalismo”, cioè all’esistere entro tre dimensioni spaziali, e più recentemente, con filosofi come Ted Sider, è diventato “quadridimensionalismo”, aggiungendo anche il tempo a complicare le cose. Significa che per individuare un oggetto come uguale a se stesso, nel suo muoversi nel tempo e nello spazio, è necessario rassegnarsi al fatto che alcune proprietà di quell’oggetto mutino e forse solo alcune, quelle necessarie (come il Dna per una forma di vita, per esempio), ci consentano ancora questa identificazione.

La tesi dei queer studies, che dal Manifesto Cyborg (1991) di Donna Haraway in avanti si è imposta nel linguaggio filosofico, è quella secondo cui la distinzione tra sesso (biologia) e genere (cultura) debba condurre a considerare la seconda entità come mutevole, talvolta indecifrabile, potenzialmente senza un ultimo approdo specifico: forse è la stessa identità che va abbandonata. La possibilità, ovviamente, è rompere del tutto la dicotomia maschio/femmina, attratti anche dalle conseguenze politiche di questa decisione che spazzerebbe via di conseguenza la possibilità stessa di una discriminazione basata sulle differenze, ma anche l’idea di capire cosa sia una vita umana al di là delle sue categorizzazioni stringenti.



* * *

Uno dei curatori e filosofi viventi più importanti al mondo, Paul B. Preciado, fino a due anni fa era una filosofa, Beatriz Preciado, e nel racconto del suo calvario trasformativo in “Testo Tossico” (Fandango, 2015), spiega come la scommessa sia anche femminilizzare un pensiero come quello filosofico che è sempre stato maschile a causa del sessismo imperante, fino a comprendere anche che cosa possa essere una filosofia pensata al di là di ogni appartenenza di genere (cosa resterebbe del pensiero di Nietzsche se venisse pensato al femminile?).

Alcuni Stati come la California, l’Oregon o il Montana permettevano già prima di New York la possibilità di cambiare il genere sul proprio certificato di nascita senza un’autorizzazione medica specifica, cioè senza che sia la biologia a dover dettare legge sulla cultura; ”X”, invece di “Maschio” o “Femmina”, che caratterizza la novità newyorkese è proprio la ragione per cui questa scelta farà tanto discutere ed è tanto importante anche da un punto d i vista concettuale. La “X” consente non un passaggio da maschio a femmina o viceversa, ma proprio una zona di indecisione potenzialmente anche irrisolvibile entro cui un’identità può essere migrante, come suggerito dalla Braidotti, senza avere la necessità sociale e fiscale di approdare a un porto certo per poter usufruire dei diritti civili.



* * *

È una «decisione eccezionale», come l’ha definita Carrie Davis, l’avvocato transgender che ha portato avanti la battaglia per il “Gender X” al City Council della città; è eccezionale, evidentemente, perché traccia anche un solco di resistenza alle politiche reazionarie dell’amministrazione Trump che ha segnato, nelle parole di Davis, «un tempo di pericolo e di incertezza sul fronte dei diritti dei transgender americani a livello nazionale». Nel suo ormai storico “Gender Trouble” (1990), la filosofa post-strutturalista Judith Butler ha sostenuto che il genere, il sesso ma anche la sessualità come pratica siano dei performativi e non delle categorie; è l’eredità forse più coerente delle lezioni sulla storia della sessualità di Michel Foucault da cui la filosofia ha imparato come la costruzione del soggetto sessuale non sia altro che un effetto del discorso disciplinario del potere specifico in cui abitiamo.


* * *

Secondo Foucault, che fu uno dei primi intellettuali a fare della sua omosessualità uno strumento di lotta filosofica e politica, sono costruiti come naturali la dualità sessuale e l’eterosessualità ed è da questa eredità che filosofe come la Butler si spingono ancora più avanti rifiutando anche che il sesso sia biologico, ritenuto invece culturale come il genere; senza una critica del sesso come prodotto del discorso politico, questo ci dicono i queer studies almeno da quando Teresa de Lauretis li ha coniati nel 1990, la distinzione sesso/genere come strategia emancipativa volta a contestare l’asimmetria di genere potrebbe risultare del tutto inefficace. Ecco la “X”, dunque, ed eccola spuntare non più solo nei libri di filosofia o nei cortei femministi, ma nelle carte di identità dei newyorkesi; una “x” che per adesso è tutta interna al genere, certo, ma che non vieta di iniziare a pensare non solo alle differenze di genere, ma anche etniche o culturali, economiche o politiche, forse addirittura di specie, come intese fuori dalla morsa gerarchica dell’opposizione binaria. Il fatto di New York ci suggerisce che la politica oppressiva e nostalgica del passato si combatte sul territorio della visione, alzando la posta in gioco, fino a concepire un mondo dove non c’è rispetto delle differenze ma proprio assenza dei parametri con cui queste stesse differenze vengono tracciate. A New York, con questa decisione, un parte di futuro fondamentale è stata letteralmente anticipata. Luce Irigaray, psicoanalista femminista, su questo tema ha sostenuto che appunto è il linguaggio stesso a dover essere decostruito affinché ne venga svelato il carattere falsamente neutrale; la “X” alla fine del genere, come gli asterischi che spesso gli attivisti mettono alla fine delle parole per eliminarne la connotazione sessuale, sono accorgimenti ancora macchinosi e inadatti, ma apripista, della costruzione di un nuovo linguaggio, portatore di nuovi valori. Forse siamo quasi riusciti a comprendere cosa intendesse Gilles Deleuze quando sosteneva che ciò che è importante per la vita umana non è l’essere ma il divenire; il divenire straniero, diceva lui, il divenire indigeno, animale, e infine, al di là di ogni tassonomia e gabbia possibile, il divenire qualsiasi cosa.

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità