Per misurare il successo della Lega basta un dato. Nei suoi quasi trent'anni di storia, il Carroccio ha raggiunto il suo massimo risultato nel 1996, quando ottenne il 10 per cento dei voti alle elezioni politiche. Erano gli anni di Umberto Bossi e dell'indipendenza della Padania, del Nord contro il Sud, del «mafioso di Arcore» e dei «fascisti da tenere sotto tiro con il Winchester», dei «napoletani colerosi e terremotati». In pochi allora avrebbero scommesso che qualcuno sarebbe mai stato in grado di superare quel 10 per cento. Matteo Salvini ce l'ha fatta. Mentre pubblichiamo questo articolo, la Lega naviga intorno al 18 per cento. Quasi il doppio rispetto al record di Bossi. Oltre il quadruplo se confrontato con quanto il Carroccio ottenne alle ultime politiche, quelle del 2013, quando il neo segretario Roberto Maroni, nominato con l'obiettivo di far dimenticare gli scandali di Bossi - la truffa dei rimborsi elettorali, gli investimenti africani in diamanti, le lauree comprate in Albania per Renzo e altri membri della “family” - superò di pochissimo il 4 per cento.
LA RIVOLUZIONE DI MATTEO
Salvini ha avuto il coraggio di stravolgere l'ideologia padana, ha avuto l'ardire di rinnegare tante cose sostenute in passato (a partire dai «napoletani colerosi e terremotati»), convinto che i tempi fossero cambiati e si potesse osare molto di più. Ha trasformato il partito da forza locale a nazionale, affidandosi a uomini che hanno permesso alla Lega di ottenere per la prima volta una quota di voti consistente anche al Sud. Ha cavalcato l'onda anti-europeista che sta scuotendo le fondamenta dell'Ue. Ha cominciato a strizzare l'occhio ai fascisti e alla Russia di Vladimir Putin, pur dichiarando di non voler scalfire l'alleanza storica dell'Italia con gli Stati Uniti. Ha puntato forte sui social network, riuscendo così a raggiungere una platea di potenziali elettori fino ad allora rimasti indenni dalla propaganda leghista. Insomma Matteo ha cambiato tutto, ha stravolto il Carroccio dall'interno rimanendo fedele a un solo principio bossiano: la politica anti-immigrati, ancora oggi caposaldo dell'ideologia leghista.
IL NEMICO CI ASCOLTA
«Credo che la sfida di Matteo Salvini sia stata vinta», è stato il commento a caldo di uno dei massimi dirigenti del partito, il vice segretario federale Giancarlo Giorgetti. Ex fedelissimo di Bossi, considerato il leghista più ascoltato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Giorgetti ha condensato in una frase il senso politico del risultato raggiunto da Salvini. Una vittoria interna al partito, contro la minoranza bossiana fortemente contraria alla svolta nazionalista. Ma anche una vittoria esterna: rispetto agli alleati del centro destra, primo fra tutti Silvio Berlusconi e la sua Forza Italia, staccati di almeno 4 punti dalla Lega. Un sorpasso netto della destra radicale su quella moderata, la dimostrazione che attaccare l'Unione europea paga, che il sovranismo è l'ideologia che oggi fa più tendenza in Italia. Salvini dunque si sbarazza, o almeno così spera, di due nemici in un colpo solo. Elimina i bossiani (pur avendo candidato l'Umberto al Senato, primo del listino bloccato). E mette all'angolo Berlusconi, costretto in teoria a rinunciare alla premiership dal patto pre-elettorale interno al centro destra, secondo il quale il partito con più voti avrà avuto diritto a nominare il candidato alla presidenza del consiglio.
BOOM NELLE ROCCAFORTI ROSSE
Impressionanti i risultati raggiunti da Salvini sotto il Po. Il Carroccio sbanca nelle cosiddette regioni rosse, storiche roccaforti della sinistra. Ottiene quasi il 20 per cento in Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche. Il Pd è quasi sempre davanti alla Lega, ma la distanza è molto ridotta rispetto alle ultime elezioni. La tendenza si conferma anche nel Lazio, simbolo dello stereotipo statalista avversato per anni dai padani: con l'eccezione delle circoscrizione di Roma, dove la Lega viaggia poco sopra il 10 per cento, nel resto della regione i seguaci di Salvini si avvicinano al 18 per cento. Al Sud non è stato un trionfo, ma la Lega può comunque dirsi soddisfatta visto che fino a pochi anni fa i voti dei meridionali erano pochissimi. Questa volta il Carroccio si guadagna un ruolo di rilievo, sebbene oscurata dai successi del Movimento 5 Stelle e comunque sempre superata da Forza Italia. Salvini prende quasi il 15 per cento in Abruzzo, il 10 per cento in Molise e Sardegna, il 6 per cento in Puglia e Basilicata, il 5 per cento in Campania, Calabria e Sicilia. Per capire la portata del cambiamento è sufficiente ricordare che in nessuna di queste regioni cinque anni fa la Lega aveva superato l'1 per cento.
OGNI PROMESSA È DEBITO (PUBBLICO)
Riduzione drastica delle tasse, rimpatri immediati degli stranieri irregolari, abolizione della legge Fornero, recupero di sovranità nei confronti dell'Unione europea. Se la Lega targata Salvini ha avuto successo, il merito è soprattutto delle promesse elettorali di Matteo. Impegni difficili da mantenere. Per rimpatriare tutti gli immigrati irregolari servirebbero, oltre che i soldi necessari per il trasporto, accordi bilaterali con i Paesi d'origine. La cosiddetta flat tax e lo smantellamento della riforma pensionistica firmata dall'ex ministro Elsa Fornero costerebbero decine di miliardi di euro, che al momento nessuno ha spiegato con precisione dove verranno reperiti. Ma la questione politicamente più delicata è di sicuro quella europea. Perché contravvenire alle regole di Bruxelles, peraltro avallate dalla stessa Italia, metterebbe a rischio la sopravvivenza della stessa Unione e dell'euro. Uno scenario con conseguenze economiche e politiche difficilmente prevedibili, ma nell'immediato di sicuro negative per l'economia reale italiana. Salvini e i suoi alleati non sembrano esserne preoccupati. Tra i primi politici internazionali che hanno dichiarato entusiasmo per il risultato della Lega c'è stata la francese Marine Le Pen. «L'Unione europea sta passando una pessima serata», ha twittato la leader del Front National durante lo spoglio elettorale. Come se dell'Unione europea non facessero parte anche Francia e Italia.