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Attualità
giugno, 2018

Giuseppe Conte, un mese da premier invisibile

Il primo luglio saranno passati 30 giorni da quando l'ineffabile Carneade fu fatto presidente del Consiglio. Con un esordio che era tutto un programma: «Non fatemi domande, non ho risposte». Tra succhi di frutta, solitudine, improbabili ire e appunti da mandare a memoria

Non chiedetegli niente, per carità. Ne ha pregato lui stesso, «l’avvocato del popolo», il «portavoce degli interessi», l’«esecutore di temi», il «portatore di approcci», il nostro premier insomma. È al governo da meno di un mese, ma sin dalla sua prima uscita pubblica Giuseppe Conte si è prodotto nella più strepitosa sintesi di sé che la storia di Palazzo Chigi ricordi: «Non fatemi domande, non ho le risposte», ha chiarito ai cronisti che l’avevano accompagnato in mezzo ai terremotati di Amatrice.

L’intento era retorico, si capisce: il risultato però è fin troppo realistico. Puro cinema-verità. Nel famoso contratto tra Lega e Cinque stelle, in effetti, non c’è una parola sul terremoto. E Conte, fino a un mese fa, faceva altro: avvocato, professore. Perché mai dovrebbe sapere cosa rispondere, su questo e altro? Vista pure la totale prevalenza della ruspa di Salvini, anche da Berlino l’altro giorno si sono informati (con la dovuta vaghezza) se sia davvero il premier a decidere le cose del governo, prima che lui vedesse l’omologa tedesca Angela Merkel (nelle foto dell’incontro lei brandiva champagne, lui succo di frutta: e con questo s’è detto tutto).
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Conte, come ebbe a dire il capo M5S Luigi Di Maio ancora nel pieno delle consultazioni, rappresenta uno degli «esecutori», perché il vero capo del governo «è il contratto». Così, escluso dal merito e attento a rispettare la consegna, il Prof. Avv. ha virato sul tema «non siamo marziani» (gliel’avrà raccomandato il suo mentore, Rocco Casalino) e, a forza di ripetersi, è riuscito a dire la cosa più aliena di tutte. Niente risposte dunque, si aspettano con trepidazione le conferenze stampa: magari finalmente senza domande, che pace. Non male, intanto, per un presidente del Consiglio.

«L’esordio di Conte è in pieno stile Cinque Stelle: parla senza la minima cognizione di causa». Marianna Madia, già orgogliosa portatrice della propria «straordinaria inesperienza» in Parlamento, l’aveva detto profetica addirittura in febbraio, nel giorno in cui il futuro premier appariva sulla scena pubblica, tassello del fantomatico governo a Cinque stelle (la cui lista Luigi Di Maio s’ostinava a inviare al Quirinale pure col piccione viaggiatore).

Cognizione di causa, assenza di: vedi alla voce. Non sarà per caso che adesso, quando deve parlare in pubblico, Conte legge, legge, legge. Legge e un po’ rimpiange. In origine, il premier era stato indicato da Di Maio come eventuale ministro della Pubblica amministrazione e sdottorava, felice, su cose come la necessità di una «riqualificazione professionale dei pubblici impiegati». Quella materia sì che la conosceva bene, mannaggia. «Non a caso mi ero reso disponibile per la carica di ministro della Deburocratizzazione», nota ancora adesso, sdilinquito di malinconia. «Poi è andata come è andata». Cioè è diventato premier. Che peccato. Che sciupìo.

S’è capito benissimo, d’altra parte, che quando Conte non può leggere improvvisa. Il che non è per forza un bene. Vedasi, ad esempio, la tragica sequenza detta “degli appunti”. Quando, seduto per la prima volta nei banchi del governo alla Camera dei deputati, nel giorno in cui Montecitorio gli votava la fiducia, il premier s’è perso i foglietti su cui c’era scritto cosa avrebbe dovuto dire. Panico, ricerca affannosa, balbettii, pause lunghissime: come uno studente impreparato all’interrogazione, inconfondibile ricordo scolastico, vergogna generale degli spettatori.

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A Berlino è stato capace di leggere per otto minuti, più del doppio di quelli in cui la Merkel ha parlato a braccio. Ma al G7 in Canada è bastato che restasse solo un paio di minuti di fronte ai cronisti, per andare in apnea: giusto il tempo di ribadire la premurosa cura per la «depressa» società civile russa («saremo molto attenti che le sanzioni non impattino negativamente sulla società civile russa, che sarebbe assolutamente un errore mettere in condizioni di rimanere depressa»), chiarire di essere lì «a esprimere una posizione forte politicamente» («perché io sono forte di una legittimazione politica molto intensa e sono qui a rappresentare i modo forte, deciso e determinato le nostre posizioni»); poi Casalino l’ha preso per un braccio e l’ha portato via, mormorando «scusateci un attimo».

«Timidissimo», «circospetto», «impacciato», sempre studioso. Come quasi tutti, scavallati i cinquantaquattro anni Conte è lo stesso di quando di anni ne aveva undici e si era appena trasferito con la famiglia da Volturara Appula a San Giovanni Rotondo - aprendo così la strada alla devozione a Padre Pio. «Non credevo fosse capace di sfondare, appunto perché era molto timido e riservato», ha confessato il suo professore di italiano di allora, Giovanni Ritrovato.
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Quarant’anni dopo, con la spavalderia che si può impadronire soltanto dei timidi che si piacciono, Conte al G7 non ha staccato gli occhi di dosso da Trump e, in pratica, non l’ha mollato mai: a partire dal “ciao ciao” con la manina al di lui ingresso, pur ignorato dal presidente statunitense (impagabile l’attimo in cui il premier lo capisce e piega di lato la testa incorniciata dalle cuffie bianche della traduzione simultanea). Con insistenza, nonostante le passeggiatine solitarie tra i leader del mondo. Se non riesci la prima volta, prova la seconda - deve averglielo detto anche Casalino di non mollare. «If at first, or second, you don’t succeed, try, try, try again» è del resto la lezione dei partiti populisti italiani, ha notato Jason Horowitz sul New York Times. Provaci ancora, Conte. Dàgli e dàgli, alla fine anche The Donald lo ha definito «fantastic» in una intervista a Fox News e il Fatto ha potuto scrivere senza ironie che «il neo più grosso della sua prestazione è essere rimasto fuori dalla foto-simbolo del G7», ma che «in realtà stava accanto a Trump, fuori dall’obiettivo». A sentire i fuochi di fila grillini, d’altra parte, Conte pare inanellare un successo diplomatico dietro l’altro. Il presidente del consiglio europeo Tusk gli ha riconosciuto addirittura un merito onomastico: «Hai un nome facile da ricordare». Sarà stato scelto per questo? Try, try, try again.

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Provarci ancora è, in fondo, la quintessenza di un governo che Di Maio ha voluto oltre se stesso, fino al punto di caricarsi sulle spalle il lavoro di retroguardia. La costruzione, faticosissima, di un premier che non deve esserci, per contratto; ma che, nello stesso tempo, deve servire da scudo umano per arginare Salvini. Due profili difficili da unificare, anche perché si è già visto Conte domandare a Di Maio: «Posso dire che...?»; e quello rispondergli secco: «No!». Impossibile, insomma, scolpire l’immagine di un premier deciso e indipendente, quando gli si guidano le parole. E ci provano, i noti strateghi della comunicazione grillina. L’altro giorno hanno articolato persino una «ira» del premier. Come quella che , una volta, Berlusconi riservava ai suoi alleati. Ma con, stavolta, un non so che di inverosimile: sarà l’aria da secchione, l’inesperienza, l’autocompiacimento ma frasi come «mi sembra chiaro che c’è una strategia dietro, non vorrei che qualcuno punti a destabilizzare il governo», più che dalla bocca del capo del governo, sembrano essere uscite da quelle di Titti, il canarino dei cartoni animati. Oh, oh, mi è semblato di vedele un Salvini.
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C’è da dire per lo meno che Conte è un sublime incassatore, anche di fronte alla rovina (salviniana) di ogni sua performance internazionale. Ambasciatore di parole non scelte e di voti non cercati, il premier non si è mai discostato dal compito, dal ruolo, dalle parole assegnate. La scriminatura del ciuffo non gli si è scomposta neanche quando è andato a farsi correggere i discorsi da Dettori, socio della Associazione Rousseau, e poi ha fermare al volo un taxi, a Corso Vittorio Emanuele, e si è fatto portare al Quirinale. Lui è il principe del «non»: persino Del Rio l’ha definito in negativo («Non faccia il pupazzo!», gli ha urlato in Aula). E dice di sé: «Non ho dichiarazioni mirabolanti, né promesse altisonanti», «non sono venuto qui per parlar male degli altri», «non fatemi complimenti, non ho ancora fatto nulla». Più che quintessenza dell’umiltà, apoteosi della trasparenza. È difficile trovare sue parole su cui la memoria si avvolga, o almeno qualcosa di lui su cui lo sguardo si impigli: anche quando al Quirinale, dopo il giuramento, Sergio Mattarella si è posto in mezzo al nuovo governo per la fotografia di rito, improvvisamente il neopremier è sparito, tra le ministre stangone Barbara Lezzi ed Erika Stefani e, appunto, il lucore cotonato del capo dello Stato.

A sciorinare la sua breve storia da premier, torna in mente la famosa frase di Churchill. Un taxi vuoto si è fermato davanti a Palazzo Chigi: ne è sceso Giuseppe Conte. Citazione persino troppo adatta, considerato il torbido stagno in cui si muovono i coccodrilli di questo governo: a partire dal principale, Matteo Salvini.

Coccodrillone la cui gittata si illumina nei dettagli. Ad esempio, nelle cronache sulla festa della Repubblica del 2 giugno, gli organi di informazione avevano segnalato come Conte, alla fine della cerimonia, fosse rimasto altri tre quarti d’ora, per saluti e selfie con la gente. Appena il tempo di leggerle: il 4 giugno, puntualissime, le cronache hanno chiarito come Matteo Salvini, al termine di un comizio a Fiumicino, sia rimasto un’ora per i selfie, cioè quindici minuti in più. Se la gara si fa pure sul cronometro si capisce che la storia è già quasi scritta.

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