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Un’interpretazione che ormai si lascia generalizzare e, ad esempio, è molto in voga per quel che riguarda Donald Trump. C’era una volta Obama. Era buono. Era cool. Piaceva agli attori di Hollywood. Piaceva a quei cuori d’oro di Oslo, che gli assegnarono il Nobel per la pace sulla fiducia. Poi, all’altezza del 1600 di Pennsylvania Ave a Washington D.C., qualcuno aprì il vaso di Pandora e ne uscirono il ciuffo giallo di Trump e tutti i mali della terra. E la bestia entrò con le sue zampe lorde alla Casa Bianca. ?Ancora l’effetto meteorite.
Naturalmente lo sviluppo della teoria del meteorite è che gli uomini esiliati nelle foreste devono riunirsi e, in nome del bene, ricacciare le bestie nei boschi per riprendersi città e palazzi. Pena il crollo definitivo della civiltà, le cavallette e la morte dei primogeniti maschi. Con una postilla, a suo modo, classica. Chiunque non impugni l’armi contro le bestie è un disgraziato, è finanziato dai russi ed è, ovviamente, complice delle bestie.
La teoria del meteorite ha molte virtù. È una spiegazione semplice e immediata per un fenomeno, il populismo, diversamente molto complesso. È un’idea fragile sul piano teorico, ma è un’ipotesi molto scenografica, da vendere bene sui social network per chi copia le tecniche ?di comunicazione dei populisti. È anche un alibi morale formidabile, perché disinnesca ogni tipo di ricerca delle cause che hanno generato questa stagione. Tutti politicamente innocenti: nessuna responsabilità politica individuale può difatti essere richiamata per un evento così eclatante, un meteorite, che letteralmente irrompe sulla scena.
A guardar bene, l’effetto meteorite piace molto poiché azzera la storia e ci catapulta in un eterno presente per effetto di uno shock potente, non già per conseguenza di complessi processi storici. La categoria dei politici (sedicenti) non-populisti si trova a suo agio in una simile lettura anti-storica del populismo, dacché si sente assolta da ogni verifica del proprio lavoro. Meno si capisce, invece, perché altri non vogliano cimentarsi in una vera e propria genealogia storica del recente populismo.
Prendiamo l’America. Qualsiasi persona ragionevolmente laica (e laicamente ragionevole) fatica a tenere insieme queste due affermazioni: la prima, Barack Obama è stato il più grande presidente americano; la seconda, Donald Trump è il demonio. Una lettura nemmeno troppo approfondita delle dinamiche del consenso elettorale americano, dimostra che negli anni di Obama si è registrato un poderoso arretramento in termini di consenso per i Democratici.
In molti stati, alcuni dei quali hanno clamorosamente voltato le spalle ai democratici, le ricette economiche dell’amministrazione Obama sono parse inadeguate. Durante i suoi otto anni alla Casa Bianca, il clima sociale è peggiorato: c’è stata, ad esempio, una paurosa recrudescenza dei crimini razziali. La polarizzazione politica, già cresciuta ai tempi di Bush figlio, è salita alle stelle. Tanto che nella patria della rincorsa ?al voto centrista, oggi vince le elezioni ?chi più motiva (e più incattivisce) ?i suoi elettori tradizionali.
Anche per l’occhio più distratto, le connessioni tra ciò che è accaduto negli anni di Obama e ciò che avviene oggi, dovrebbero apparire evidenti. Il che non vuol dire che sia colpa di Obama. Ma che quegli anni di governo vanno studiati criticamente. Nelle vicende umane, d’altronde, è difficile si passi dall’Eldorado all’Inferno in cinque minuti. E dovrebbe apparire utile una revisione critica di ciò ch’è stato, per disinnescare i meccanismi di funzione che hanno prodotto la stagione del populismo.
Continuare a rincorrere i presunti colpevoli dei fenomeni, senza applicarsi a capire le cause (ideali, sociali, economiche, politiche) che quei fenomeni hanno prodotto, è l’ennesimo adeguamento al metodo del populismo. Testimonia una drammatica subalternità culturale. E un cedimento a quella emotivizzazione ideologica della politica, entro cui ?la dinamica populista della ricerca ?del colpevole è vincente contro ?ogni sua imitazione.
Anche in Europa, nei paesi dove forze populiste hanno mietuto successi, si dovrebbe applicare lo stesso atteggiamento critico e revisionista sugli anni che sono alle nostre spalle. Anche qui, difatti, la teoria del meteorite è molto in voga. E già tanti la utilizzano per vaticinare la vittoria dei partiti populisti alle prossime elezioni europee. Alla critica storica si preferisce, così, un atteggiamento intellettuale di mera denuncia e una reazione moralista ?di negazione e censura.
Il ricorso alla teoria del meteorite, come detto, può assolvere i dinosauri dalla responsabilità della loro estinzione. Tuttavia per chi voglia provare a definire ?un universo simbolico alternativo al populismo, non c’è che indugiare molto su ciò che non ha funzionato negli anni in cui il populismo era solo una minaccia.
Il populismo si nutre delle imperfezioni della democrazia, contesta i difetti della delega democratica ed esaspera ogni mancata corrispondenza tra gli obiettivi dichiarati di chi riceve la delega, nel momento in cui la riceve, e i risultati dell’azione di governo. I risultati possono essere lontani dagli obiettivi dichiarati o perché mal comunicati, o perché realmente lontani.
Capire a fondo dove si è sbagliato è la premessa per ogni ribaltamento politico dei rapporti di forza tra populisti e anti-populisti. All’inizio del Novecento negli Stati Uniti il populismo produsse un terzo partito, il Progressive Party di Teddy Roosevelt, che per la prima e unica volta arrivò secondo alle elezioni del 1918. Per la prima e unica volta, il populismo minacciò di far saltare il più solido sistema dei partiti d’Occidente.
Di lì a poco, però, il populismo fu asciugato e sparì dai riflettori non già perché un meteorite cadde su Washington. Ma perché i presidenti Wilson (democratico) e Coolidge (repubblicano) compresero le ragioni ?del populismo e le assorbirono nel loro ingaggio di governo. E dopo che il crollo di Wall Street investì l’America, Franklin Roosevelt fu oggetto di una seconda violenta campagna populista che lo accusava di voler distruggere, con le sue riforme, la democrazia in America. Ma le sue riforme funzionarono e, anche in quel caso, il meteorite si disintegrò ?al contatto con l’atmosfera del buon governo.