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Sono passati poco più di sei anni e alla vigilia di Capodanno 2019 Elizabeth Ann Warren ha annunciato la sua discesa in campo contro Donald Trump per le elezioni presidenziali del 2020. Candidandosi, prima fra tutti, alle primarie democratiche che prenderanno il via tra un anno (ma i giochi iniziano con grande anticipo) e che si annunciano tra le più affollate di sempre. E a 69 anni ha deciso di cimentarsi nella sfida più grande della sua vita, una vera e propria “mission impossible”: quella di detronizzare The Donald e diventare - quattro anni dopo il fallimento di Hillary Clinton - la prima donna Commander in Chief degli Stati Uniti d’America.
«This is the fight of my life», ha urlato ai suoi sostenitori che sono accorsi a Council Bluffs, cittadina ai confini tra Iowa e Nebraska, cuore dell’America agricola e della prateria, dove il verbo di Trump dettava (e forse ancora detta) legge; ma dove oggi cresce il risentimento verso una Casa Bianca che ha mantenuto diverse promesse elettorali senza però riuscire a ridare vera fiducia nel futuro a quel “popolo del populismo” che aveva dato a The Donald una cambiale in bianco. Una sfida finale «che ho scelto e da cui sono stata scelta» per dare una nuova speranza «alle famiglie dei lavoratori americani».
Per il suo primo tour elettorale si è recata come da tradizione nello Iowa perché è in quello Stato che si terranno il 3 febbraio 2020 i primi caucus, le assemblee dei democratici che danno il via alla lunga stagione delle primarie. Chi vince in Iowa (ne sa qualcosa Hillary Clinton sconfitta a sorpresa nel 2008 dall’outsider Obama) si impone nei media, si fa conoscere nazionalmente e diventa automaticamente un favorito ed Elizabeth Warren, se vuole diventare la candidata democratica, non può fallire il primo appuntamento. Non solo perché nelle primarie avrà molti rivali, ma perché nella narrativa di oggiuna buona maggioranza di esperti, opinionisti e sondaggisti sono concordi nel ritenere che i democratici possano battere Trump solo con un candidato maschio.
Lei, Elizabeth, non ne è affatto convinta. Sa che avrà di fronte avversari potenti, più conosciuti e con più soldi a disposizione, ma i nomi che circolano, come quello dell’ex vicepresidente di Obama Joe Biden o dell’ex sindaco di New York Michael Bloomberg non la spaventano. Non la spaventano neanche gli astri nascenti del partito come il “Kennedy del Texas” Beto O’Rourke, il senatore del New Jersey Cory Booker, quello dell’Ohio Sherrod Brown, quello della Pennsylvania Bob Casey Jr., il governatore della Virginia Terry McAuliffe, l’ex sindaco di San Antonio (e poi ministro di Obama) Julian Castro. Nel suo staff c’è addirittura chi sostiene che teme di più due possibili rivali femminili, la senatrice della California Kamala Harris (diventata popolare per i suoi interrogatori al Congresso contro diversi repubblicani invischiati nel Russiagate) e quella di New York, la più moderata Kirsten Gillibrand.
Forse l’unico che teme veramente è però Bernie Sanders. Perché il senatore del Vermont che nelle primarie del 2016 fu un osso duro da battere per Hillary (e senza l’appoggio dell’establishment del partito la ex First Lady non ce l’avrebbe fatta) e che secondo diversi analisti politici avrebbe potuto battere Trump, è per lei nello stesso tempo una sorta di mentore, un alleato ma anche un critico. E le toglierebbe tutti i voti dell’ala liberal dell’elettorato democratico. Sanders, per ora, non sembra deciso a candidarsi, ma potrebbe essere anche una sorpresa dell’ultima ora.
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Lei in ogni caso ha deciso di giocare d’anticipo. Perché questa donna nata nel cuore dell’America rurale (è originaria di Oklahoma City), quarta figlia di una classica famiglia di middle class ha imparato fin da bambina che le avversità della vita vanno affrontate con la massima fermezza. Aveva undici anni quando il padre, un commesso viaggiatore, restò semi-paralizzato per un infarto, perse il lavoro (e l’auto) e la madre mantenne a fatica i quattro figli (Elizabeth aveva tre fratelli maschi) con i cataloghi delle vendite porta a porta.
La sua è una classica storia da “American Dream”, quella di una ragazza della provincia del Midwest cresciuta da bambina con una rigida educazione religiosa metodista, diventata adolescente agli albori degli anni Sessanta. A tredici anni, per aiutare la famiglia, iniziò a lavorare come cameriera per poi diventare una brillante studentessa di liceo, star nella squadra di “dibattito” alla Northwest Classen High School di Oklahoma City con cui divenne campione statale. A soli 16 anni vince una borsa di studio alla prestigiosa George Washington University, ma dopo soli due anni decise di abbandonare il college della capitale degli Usa per sposarsi con un suo compagno di scuola della high school, Jim Warren, un matematico della Nasa (di cui conserva ancora oggi il cognome) e insieme a lui di trasferirsi a Houston, Texas.
È qui che ritorna all’università, dove si laurea in scienze con una specializzazione in “patologia del linguaggio e audiologia” iniziando a lavorare con i bambini disabili che frequentavano la scuola pubblica. Dopo un nuovo trasloco, questa volta nel New Jersey, dove il marito era stato trasferito per lavoro, rimase incinta della prima figlia Amelia e decise di restare a casa fino a quando avesse compiuto due anni. Poi riprese a studiare, laureandosi in legge alla Rutgers Law School e iniziò la sua carriera di avvocato alla Cadwalader, Wickersham & Taft, uno degli studi legali più antichi e prestigiosi di America. Rimasta incinta una seconda volta (del figlio Alexander) nel 1976 decise di mettersi in proprio e lavorare da casa. Due anni dopo, era il 1978, divorziò da Jim, ma trascorsi altri due anni si risposò con Bruce Mann, professore di diritto ad Harvard, con cui è ancora oggi coniugata.
Quando Elizabeth divenne a sorpresa una protagonista della strip di Doonesbury non era però una sconosciuta. All’epoca era già una brillante protagonista del mondo accademico (docente alla Law School di Harvard), era conosciuta come una paladina dei consumatori e una feroce critica del mondo della finanza e di Wall Street. Due anni prima, nel 2010, era stata chiamata proprio da Obama a capo di una nuova agenzia governativa, creata a seguito della terribile crisi economica del 2008, in difesa dei tartassati clienti di banche ed istituti finanziari. Ma fu proprio il discorso che avrebbe tenuto (come preannunciato profeticamente dalla strip) alla Convention di Charlotte a lanciarla come protagonista nell’agone politico degli Stati Uniti.
Due mesi dopo, nelle elezioni di novembre in cui Obama veniva confermato alla Casa Bianca, strappò al repubblicano Scott Brown il seggio che il Grand Old Party aveva conquistato solo due anni prima. Una doppia vittoria, fortemente simbolica: perché non solo riportò ai democratici un seggio come quello di Boston, Massachusetts ma perché quel seggio era stato per decenni quello di un mito del partito come Ted Kennedy. Iniziarono allora, dopo quella vittoria e per il grande impegno di Elizabeth al Congresso in favore della classe media e contro gli oligarchi della finanza, le prime previsioni su un suo possibile, radioso, futuro.
In vista della successione ad Obama e dello scontro con un candidato repubblicano allora ancora da scoprire, furono in molti ad ipotizzare una candidatura della Warren. O da sola, o in coppia, come vice di Joe Biden. Il Washington Post scrisse un articolo titolato “Why Elizabeth Warren is perfectly positioned for 2016 (if she wanted to run)”, sostenendo che nessuna meglio di lei sarebbe potuta diventare la prima donna presidente degli Usa. Ma Elizabeth decise di non correre. Troppo forte era la pressione dei notabili e dei grandi finanziatori del partito per la candidatura Hillary Clinton, troppo le certezze che la ex First Lady non avrebbe avuto rivali alle primarie democratiche e sarebbe stata in grado di battere qualsiasi candidato repubblicano.
La storia ha dimostrato come il partito in mano alla potente “Clinton Machine” avesse fatto male i conti, quanto Hillary fosse invisa a molti - soprattutto giovani - per la sua appartenenza all’establishment. L’unico a comprendere cosa stesse succedendo in quell’America del 2016 fu Bernie Sanders, che da senatore indipendente del Vermont si iscrisse all’ultimo istante al partito democratico e con una campagna liberal (ma anche populista) arrivò vicino a una vittoria che avrebbe avuto dell’incredibile. Fu allora che si consumò la rottura tra la Warren e Sanders. Tra il popolo democratico più radicale i due venivano considerati i capofila della sinistra, ma la rinuncia di Elizabeth a correre contro Hillary e la sua successiva presa di posizione nettamente a favore della ex First Lady in nome dell’unità del partito, le alienarono molti consensi.
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Elizabeth Warren non è mai stata una liberal in senso classico (come del resto lo stesso Sanders). Anzi. Dal 1991 al 1996 la senatrice del Massachusetts si è addirittura registrata come “elettore repubblicano” (negli Stati Uniti per votare devi registrarti: democratico, repubblicano o indipendente), ha votato per il Grand Old party per molti anni («ero repubblicana perché ero convinta che fossero coloro che meglio sostenevano i mercati»), diventando democratica solo a metà degli anni Novanta quando «ho capito che il Gop era diventato il paladino delle grandi istituzioni finanziarie e stava abbandonando le famiglie americane della classe media».
Liberal atipica, populista quanto basta (contro establishment e mondo della finanza), capace di scelte bipartisan, fautrice dell’unità del partito e donna nell’anno del #MeToo. Quello di Elizabeth Ann Warren è un profilo presidenziale ma con qualche incognita che potrebbe penalizzarla.
Combattente nata, lei resta convinta di potercela fare, puntando soprattutto su quella diseguaglianza economica che è oggi, forse anche più che nel 2016, una delle piaghe degli Stati Uniti. È su questo che ha puntato in quel video di cinque minuti girato nella sua cucina di casa in cui ha annunciato la sera di Capodanno la sua candidatura. È di questo che ha parlato nei primi comizi in Iowa, con le sue domande, solo apparentemente retoriche: «Perché la classe media americana è stata svuotata? Cosa sta succedendo alle opportunità in questo nostro paese? Perché il percorso è così roccioso per così tante persone e così tanto più duro per le persone di colore? Cosa sta succedendo in America?».
Tra i fedelissimi di Trump c’è chi ritiene che sia proprio lei la candidata più pericolosa dell’intero mazzo democratico. The Donald la chiama con disprezzo Pocahontas, per la sua dichiarata discendenza (molto parziale) dai nativi americani. Lei ha replicato pubblicando un test del Dna che è stato un mezzo autogol (i discendenti delle tribù indiane d’America l’hanno criticata), ma la sua popolarità tra gli elettori non sembra averne risentito più di tanto. Che apprezzano molto la sua virulenza contro l’inquilino della Casa Bianca da lei definito «un ometto arraffa soldi insicuro», «un bullo razzista», un uomo che ha «dichiarato bancarotta sei volte solo per proteggere se stesso». Ed è solo l’inizio.