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La direttiva sulla vendita e il trasporto di armi varata dalla Commissione europea a giugno del 2017 si è infatti rivelata poco più che un buffetto sulla guancia per quella fetta di opinione pubblica che rivendica il diritto di difendersi da sé, eventualmente sparando. «Una nostra vittoria», ha esultato in Rete Firearms United, presieduta dal polacco Tomasz Stepien. La lotta continua, però. Con l’obiettivo di respingere gli assalti di quella che viene bollata come la “lobby disarmista”.
Anche la Lega combatte la stessa battaglia e in vista delle prossime elezioni europee, affiancata da Fratelli d’Italia, ha mobilitato uomini e mezzi per accaparrarsi i voti del popolo pro armi. È un’amicizia di lunga data quella tra i sovranisti e i sostenitori del libero sparo in libero Stato. Agli atti del Parlamento europeo c’è un emendamento del 2016 firmato da Salvini insieme ad altri quattro eurodeputati di partiti della destra populista, tra cui il Rassemblement National di Marine Le Pen e la tedesca Afd. Con il plauso di Firearms United e soci, il futuro vicepremier e ministro dell’Interno italiano aveva proposto all’assemblea di rigettare in blocco la proposta di direttiva. In Italia, quelle stesse regole sono state trasformate in legge dello Stato nel settembre dell’anno scorso, ma la nuova maggioranza gialloverde ha sfornato un testo il più possibile rispettoso delle richieste dei produttori e dei detentori di armi, che miravano a svuotare dall’interno, per quanto possibile, la riforma varata a Bruxelles.
In un Paese come l’Italia che a volte impiega anni e anni per adottare le norme europee, questa particolare direttiva è diventata una delle priorità del nuovo esecutivo. Nel giro di poche settimane dall’inizio della legislatura è così approdata in Parlamento una legge che ha allargato le maglie dei controlli decise a Bruxelles. È stata per esempio modificata, estendendola ad altre categorie, la qualifica di “tiratore sportivo”, cioè gli appassionati che ora potranno acquistare anche fucili d’assalto semiautomatici.
Altrove in Europa l’opposizione alla riforma si è rivelata più dura. A fare resistenza sono stati soprattutto i governi sovranisti riuniti nel cosiddetto gruppo di Visegrad, formato da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. Ovvero i Paesi a cui Salvini guarda come un modello politico a cui ispirarsi. Intanto, a soli sei mesi dall’approvazione lampo della direttiva, la Lega ha partorito un’altra novità accolta con favore dalla lobby delle armi. A fine marzo infatti, anche con i voti dei Cinque Stelle, il Parlamento ha varato una riforma della legittima difesa che amplia i confini della giustizia fai da te e di fatto funziona come un incentivo all’acquisto di pistole e fucili.
Non c’è da sorprendersi, allora, se Unarmi, l’associazione italiana che dichiara di “tutelare i diritti dei cittadini che posseggono legalmente armi”, ha fin qui salutato con favore le riforme varate dal governo. Del resto la stessa Unarmi, che fa parte di una sorta di alleanza internazionale sotto le insegne di Firearms United, l’anno scorso era finita sui giornali perché prima delle elezioni del marzo 2018 aveva sottoposto a Salvini, che l’aveva prontamente firmato, una sorta di contratto in cui il leader leghista si impegnava a difendere le ragioni “dei legali detentori di armi”. All’epoca il candidato premier della Lega promise anche la «ridiscussione delle regole europee» in materia. La scelta di campo del vicepremier non è una novità dell’anno scorso. Già nell’ottobre del 2015, a soli quattro mesi dalla nascita di Unarmi, che all’epoca si chiamava “Comitato D-477”, il segretario della Lega si era affrettato a incontrare i rappresentanti dell’associazione, come conferma un documento pubblicato in Rete. In quel periodo, tra i dirigenti del gruppo pro-armi compariva anche Stefano Ciccardini, descritto come un manager appassionato di tiro. Ciccardini è il marito di Anna Cinzia Bonfrisco, eletta l’anno scorso al Senato con la Lega dopo un lungo peregrinare tra varie forze politiche. Partita come socialista craxiana, Bonfrisco, 56 anni, è passata a Forza Italia, per poi accasarsi, nel 2015, con i Conservatori e Riformisti dell’ex berlusconiano Raffaele Fitto. Nel 2017 la senatrice veneta ha traslocato nel Partito Liberale da dove ha spiccato il volo verso la Lega. Girovagando da un partito all’altro, Bonfrisco non ha mai smesso di battersi, come racconta in un volantino elettorale, “a favore del mondo della produzione, della commercializzazione e della detenzione delle armi”. Un impegno condiviso con il marito Stefano Ciccardini, che pur avendo lasciato nel 2016 la carica di consigliere di Unarmi (all’epoca Comitato D-477), partecipa alle iniziative promosse dagli appassionati di tiro. La battaglia dei coniugi pro-armi ha dato nuovi frutti in questi giorni, quando il nome di Anna Cinzia Bonfrisco è comparso nella lista della Lega per le prossime elezioni europee. Non è chiaro se la senatrice sia pronta a lasciare lo scranno a Roma per traslocare a Bruxelles, oppure se la sua candidatura serve da specchietto per le allodole rivolto al popolo delle doppiette.
Di sicuro, quella che in senso lato può essere definita la lobby delle armi, vale potenzialmente centinaia di migliaia di voti. Ci sono almeno 500 mila cacciatori, un numero che peraltro è da anni in forte diminuzione. Le aziende che in qualche modo sono legate al settore armi e munizioni contano invece, in base alle stime più recenti, su almeno 11 mila dipendenti, ma con l’indotto si arriva quasi a quota 80 mila. Poi vanno considerati i frequentatori dei poligoni, cioè i circa 21 mila tiratori tesserati della federazione sportiva che fa parte del Coni. E infine ci sono i cittadini che scelgono di armarsi per difendere se stessi o le loro proprietà.
In Italia non esistono statistiche ufficiali sul porto d’armi. Secondo le stime più accreditate queste licenze ammontano a poco più di un milione. Non è da escludere però che negli ultimi anni l’aumento dell’insicurezza percepita, alimentata dalla propaganda della Lega e degli altri partiti della destra, abbia avuto l’effetto di spingere una parte sempre maggiore della popolazione all’acquisto di pistole o fucili. Tutto questo mentre il numero di crimini violenti, come attestano le ricerche in materia, è da tempo diminuzione in Italia. La retorica della paura, però, fa comodo ai partiti a caccia di facile consenso. E gli interessi della politica qui finiscono per coincidere con quelli delle aziende. Imprese grandi e piccole che con la vendita di armi per la difesa personale provano a compensare il calo di fatturato dovuto alla diminuzione dei cacciatori.
Ecco, allora, che nella lista di Fratelli d’Italia per le prossime elezioni europee del 26 maggio troviamo anche un esponente di una delle più antiche dinastie di fabbricanti di fucili e munizioni. Il partito di Giorgia Meloni, che rivendica con orgoglio l’invenzione dello slogan “la difesa è sempre legittima”, ha infatti annunciato la candidatura di Pietro Fiocchi, 55 anni, azionista e manager dell’omonima azienda con sede a Lecco. Da almeno un anno, l’aspirante europarlamentare non ha più cariche da amministratore nelle aziende italiane del gruppo, in compenso Fiocchi promette di battersi per difendere i diritti di cacciatori e tiratori. Come? «Entrando nella commissione ambiente del Parlamento europeo», ha dichiarato Fiocchi, «dove vengono esaminate le nuove leggi in materia di caccia». A chi ha sollevato il problema del conflitto d’interessi, vista la sua posizione nell’azienda di famiglia, il candidato-imprenditore, sfidando la logica, ha risposto: «Nessun conflitto, gli interessi dei cacciatori sono anche i miei».
Va detto che sul piano del marketing politico non è facile per Fratelli d’Italia arginare la concorrenza della Lega. Su temi come l’immigrazione o la polemica contro Bruxelles, i due partiti hanno un’agenda simile. E anche in fatto di armi, Meloni e Salvini corteggiano lo stesso elettorato. A fare la differenza sono i toni della propaganda degli eredi del Movimento Sociale, che rivendicano una libertà nell’uso e nella vendita di armi ancora maggiore di quella garantita dalle riforme del governo a trazione leghista.
Sulla legittima difesa, per esempio, Giorgia Meloni non ha fatto mancare il suo appoggio alla legge, salvo poi dichiarare, poco dopo l’approvazione in Parlamento, che le nuove regole lasciano ancora troppa discrezionalità ai giudici per valutare se la reazione a mano armata sia stata commisurata alla potenziale offesa. Sulla stessa linea è schierato anche Stefano Maullu, già consigliere regionale lombardo (a gennaio condannato a un anno e sei mesi per la vicenda delle cosiddette spese pazze) ed europarlamentare uscente che qualche mese fa è passato da Forza Italia a Fratelli d’Italia.
A Milano, il 12 aprile scorso, Maullu è stato il principale animatore di un convegno schieratissimo sin dal titolo: “Le armi: un valore da difendere, un comparto da supportare”. Il candidato alle prossime europee ha parlato della «crociata ideologica dei disarmisti di professione», promettendo di continuare a battersi contro chi vuole impedire alla «gente per bene» di possedere un’arma. In effetti, Maullu è da tempo impegnato su questo fronte. Già nel settembre del 2016, mentre stava per entrare nella fase decisiva il dibattito sulla nuova direttiva europea, l’allora europarlamentare di Forza Italia fu l’unico politico italiano invitato a parlare in una sorta di convention organizzata a Bruxelles da Firearms United. L’incontro serviva a mobilitare gli eurodeputati contro le nuove regole proposte dalla Commissione. «La direttiva produrrà solo un aumento della burocrazia e finirà per danneggiare le aziende del settore», disse all’epoca Maullu. Il quale adesso punta a riconquistare un seggio all’Europarlamento. Voglio difendere, ha annunciato via Facebook il candidato di Fratelli d’Italia, «i diritti di chi possiede un’arma anche per poter godere di un oggetto che fa parte di una filiera culturale, industriale e anche commerciale». Filiera culturale, ha detto proprio così.