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Attualità
aprile, 2019

La politica pistolera degli strateghi della paura

Matteo Salvini appare come il campione di un interesse abbastanza trasversale della nostra politica a soffiare sulla paura, amplificando l’emotività. Ma chiusi in casa con le dita sul grilletto, rischiamo che le vittime siano i nostri figli

La scorsa settimana, quando in centro a Milano è avvenuto un agguato di stampo mafioso a pochi giorni da un altro omicidio di camorra davanti a un asilo nel napoletano, il vicepremier e ministro dell’Interno ha sentito il dovere di rassicurare l’opinione pubblica dichiarando che i reati sono in calo da anni.

Ammettere quello che numeri e forze dell’ordine certificano da tempo, e cioè che l’Italia non vive alcuna emergenza sicurezza, con tassi di omicidi, rapine e furti in costante calo, deve esser stato un piatto amaro da mandar giù per Salvini. Uno che ha sempre brandito l’arma della paura ai fini del consenso e continua a rilanciare ogni episodio criminale che possa risultare favorevole alla sua strategia.
Eppure la paura che tanti nostri concittadini sentono avviluppata attorno alle loro vite non accenna a diminuire.

Perché la percezione è come una slavina: quando parte è difficilissimo fermarla.
Salvini infatti, coglie e alimenta uno stato di perenne angoscia che appare spiegabile solo alla luce di un senso profondo di precarietà che tramortisce le nostre vite (soprattutto sul piano economico-sociale) e dalla frustrazione delle legittime aspettative personali.
E il ministro appare come il campione di un interesse abbastanza trasversale della nostra politica a soffiare sulla paura, amplificando l’emotività.

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18/4/2019
Molto più di quanto sia interessata a rassicurare spiegando coi numeri e l’oggettività.
In questi mesi di governo il piano per “sicurizzare e impaurire” (uno di quegli ossimori alla “chiagn’e fotti” italiani fino al midollo) ha costruito provvedimenti e leggi di cui pagheremo presto il pegno.
La nuova legge sulla legittima difesa non va infatti valutata singolarmente ma pesata come parte di un processo di modificazione cultural-legislativo più ampio.

Di questo percorso il primo passo è di agosto, con il recepimento malevolo della cosiddetta “direttiva armi”. Atto che ha prodotto un effetto opposto alle intenzioni del legislatore europeo allargando la possibilità di acquisto di armi (anche fucili da guerra) e cancellando l’obbligo di comunicazione al convivente.
Segue la legittima difesa appunto, propagandata come una esigenza improrogabile per consentire al cittadino che si è difeso di non finire sotto al giudizio di un pm (cosa falsa in ogni caso) ma che lascia sgomenti quando si scopre che negli ultimi 5 anni i processi per eccesso di legittima sono stati solo 4 e la condanna una soltanto.
Gli altri tasselli cui manca l’approvazione parlamentare, ma che già adesso giacciono come proposte nelle commissioni delle due camere, riguardano il raddoppio della potenza delle armi acquistabili senza bisogno del rilascio di alcuna autorizzazione per il cittadino (e vedrete che finirà come con lo spray al peperoncino) e l’ancora più grave proposta di legge per le modifiche al testo unico in materia di porto d’armi, dove si prevede la possibilità di ottenere questa concessione anche da parte di chi ha precedenti con la giustizia, come ad esempio in caso di furto o di resistenza all’autorità.

Il perenne innalzamento dello scontro, a partire da quello verbale, la ricerca e la costruzione del diverso come nemico (migrante, rom, barbone) serve a distrarre l’opinione pubblica da quanto contribuisce a peggiorare la nostra quotidianità fatta di lavori difficili da trovare e da mantenere, di servizi di assistenza di cui si vorrebbe usufruire e che invece sono ridotti o cancellati. E tutto questo a fronte di un debito pubblico che galoppa ad un ritmo doppio rispetto al recente passato e un praticamente certo aumento della tassazione. E allora in mancanza d’altro val bene gridare contro l’arrivo di “migliaia di terroristi provenienti dalla Libia”, pronti per un nuovo nemico. Ma armati e chiusi in casa rischiamo - come dicono le statistiche - che le vittime più numerose finiscano per essere i nostri figli e le nostre compagne.

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