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Attualità
aprile, 2019

Caso Cucchi, chi è il magistrato che ha svelato la partita truccata

Giovanni Musarò
Giovanni Musarò

Salentino, silenzioso, riservato. Prima Giovanni Musarò è stato in Calabria, a indagare sui boss della 'ndrangheta. Ora è alle prese con l'inchiesta più delicata che mette sotto accusa la catena di comando dell’Arma dei Carabinieri

Giovanni Musarò
«Anime salve in terra e in mare, / sono state giornate furibonde». La voce di Fabrizio De André filtra da una porta chiusa, facendo scorrere lungo il corridoio deserto l’inno agli spiriti solitari, liberi e diversi per scelta. È tarda sera e negli uffici grigi della procura di Roma il freddo comincia a farsi sentire: dopo le cinque il riscaldamento si spegne e molti ascensori si fermano.

Orari di un’altra epoca, quando questo palazzo era chiamato “il porto delle nebbie”, dove le indagini svanivano nell’ombra del potere. Altri tempi, altri ritmi. Come testimoniano i versi di De André. Provengono da due altoparlanti incastrati tra lo schermo di un pc e i faldoni pieni di carte che fanno sembrare la scrivania una trincea. Dietro c’è Giovanni Musarò, il magistrato che ha risollevato da un destino ormai già scritto la storia di Stefano Cucchi: quella di un ragazzo morto nelle mani dello Stato e sepolto dalle menzogne di un sistema rivelatosi omertoso.

Un pubblico ministero ancora giovane (46 anni, cinque più di Cucchi), che con il suo lavoro sta scuotendo le gerarchie dell’Arma, portando alla luce manipolazioni e depistaggi. Anche questa sera è qui fino a tardi, impegnato a cercare le anomalie nella montagna di fascicoli alterati per sotterrare la verità sulla fine di quel detenuto troppo fragile: sottolinea con l’evidenziatore giallo relazioni modificate, confronta documenti e testimonianze per scoprire parole, opere e omissioni, per smascherare il gioco falso e feroce di appuntati e ufficiali.

Non lo fa per ostinazione, ma per senso dello Stato. «È il mio mestiere», ripete spesso quasi sentisse l’obbligo di una giustificazione. Un mestiere che non ammette deroghe: l’obbligatorietà dell’azione penale implica il dovere della verità, sempre e comunque. Anche a costo di mettere in discussione la credibilità della gerarchia dei carabinieri pur di capire cosa sia successo al corpo martoriato di un cittadino, considerato solo «un drogato de merda».

Musarò si stringe nella giacca blu. La indossa sempre, persino quando è alla tastiera sotto il gagliardetto della Juventus, esposto in un ambiente pieno di tifosi della Roma: ha una venerazione per Dino Zoff, lo vorrebbe conoscere. Non sa quando ci riuscirà, come se il suo tempo fosse sospeso dentro quelle carte. Che gli raccontano una storia diversa da quella che si voleva far credere a un intero Paese e lo portano ad accusare coloro che avrebbero dovuto stare dalla sua stessa parte.
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E invece hanno tradito la legge e la lealtà ai valori dell’Arma. Lui li conosce bene quei valori. Su una mensola del suo ufficio c’è una scarpetta di cuoio. È la prima che ha indossato il suo unico nipote, quella con cui ha compiuto il primo passo il figlio di suo fratello, sottufficiale proprio dei carabinieri. L’altro fratello è nell’Esercito, spesso in missione in zone di guerra. Tre maschi, tutti “servitori dello Stato”.

Oggi Musarò incarna lo Stato che processa lo Stato. Avvista depistaggi e coperture e non si ferma di fronte al rischio di urtare sensibilità, perché in gioco c’è molto di più. Il caso Cucchi è la contraddizione e l’incoerenza di quello Stato. Che finisce tra i ripetuti «non ricordo» e «mi avvalgo della facoltà di non rispondere» delle alte gerarchie dell’Arma, dopo dieci anni di relazioni di servizio modificate su richiesta dei “superiori”. Relazioni dove le fasi dell’arresto non sono più concitate e i malori spariscono. («Meglio così», commentano in una mail). Dove Cucchi è epilettico, anoressico, peggio, malato di Hiv.

Documenti in cui i carabinieri riescono a dichiarare le cause della morte di Stefano prima della scienza, quando ancora non è stata condotta alcuna perizia, anzi quando i periti non sono nemmeno stati nominati. Dopo, i consulenti della procura, quelli che ancora non erano stati scelti, scriveranno le stesse cose. Ma per i carabinieri era già tutto chiaro subito, a pochi giorni dalla morte: «non attribuire il decesso a traumi», di più «non rilevati segni macroscopici di percosse».

Una macchinazione che porta a mentire l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano davanti al Parlamento e a scaricare le responsabilità sugli agenti della polizia penitenziaria che sono costretti ad affrontare tre gradi di giudizio per essere assolti. Dopo dieci anni dal mancato foto-segnalamento nella caserma dove avvenne il violentissimo pestaggio confessato ora da Francesco Tedesco, uno dei carabinieri presenti, Musarò vede «la partita truccata» e avverte: «arrivati qui non è più una questione di ricerca della verità doverosa delle responsabilità per la morte di un ragazzo. A questo punto è in ballo la credibilità dell’intero sistema». Quella democrazia tradita e minacciata nelle sue fondamenta, con il mancato rispetto delle regole da parte di chi ne è custode. Con le intimidazioni per chi si ribella al sistema malato, a una catena di comando che nasconde la verità.

Musarò è cresciuto nel Salento, all’ombra di enormi e contorti ulivi. Allevato dal nonno adorato e da una zia da cui ha imparato l’ostinazione da applicare sul lavoro. Una famiglia del Sud, il padre impiegato in banca, la madre insegnante. Che quel figlio promettente lo fanno studiare all’università di Roma. Si trasferisce così in un appartamento con altri studenti proprio nella prima periferia della Capitale, nei quartieri dove comandano i Casamonica: il clan rom su cui poi indagherà. Supera rapidamente l’esame da magistrato nel 2002 e sceglie la sede di Reggio Calabria. Si occupa prima di reati sessuali e anche in questo caso lo fa senza occhi di riguardo per nessuno: indaga, e fa condannare, un maggiore della Guardia di finanza a capo del reparto investigativo che, abusando del ruolo, molesta giovani coppie.

Quando arriva a Reggio il procuratore Giuseppe Pignatone lo vuole nella squadra dei suoi più stretti collaboratori e lo affida al suo vice Michele Prestipino. Lavorare con i colleghi provenienti da Palermo è una grande scuola, soprattutto per chi come lui è cresciuto negli anni delle stragi e adesso può imparare dagli inquirenti che ne hanno svelato le trame. Con Prestipino riescono a ottenere dalla Cassazione una sentenza storica: il riconoscimento dell’unitarietà delle varie forme di ’ndrangheta, sancendo il disegno mafioso unico che mette insieme clan sparsi in diverse province.

Un verdetto pari per rilevanza a quelli nati negli anni Ottanta dal maxiprocesso di Palermo contro Cosa Nostra. L’indagine reggina si chiamava “Crimine”. Il giorno degli arresti 500 carabinieri indossavano una maglietta nera con quel nome stampato sopra. Una gliel’hanno regalata e Musarò l’ha incorniciata nel suo ufficio accanto alla foto del collega Antonio De Bernardo, immortalati insieme il giorno della requisitoria davanti al tribunale di Locri.

Quell’esperienza calabrese si tramuta nell’approccio innovativo con cui il pm affronta la questione dei clan capitolini, sostenendo la caratura mafiosa dei Casamonica. Dando consistenza alla «condizione di assoggettamento e omertà» - come recita l’articolo 416 bis del codice penale - che loro esercitano nelle strade della capitale. Per concludere senza un filo di dubbio: la brutalità e gli affari del “padrino” Giuseppe e dei suoi parenti, il raid con le cinghiate dentro a un bar di periferia, quella testata degli Spada di Ostia al cronista televisivo, tutto questo è mafia. Quella che a Roma per decenni nessuno ha voluto vedere.

Questo magistrato però parla solo con i provvedimenti: mai un’intervista, né un commento sui social. Evita la mondanità romana e i salotti che contano. «Lo fa per non rischiare cattivi incontri e per via della sua ironica sottile malinconia», sostiene chi lo conosce bene. Si concede solo qualche serata con pochi, fidati amici, e una passeggiata con la fidanzata per il quartiere dove abita. Un lusso per chi vive da anni sotto scorta per le minacce della ’ndrangheta. La tutela è al massimo livello ma non è bastata a proteggerlo dall’ergastolano Domenico Gallico.

Intercettando la posta e i colloqui in carcere, Musarò ha disposto l’arresto di tutta la rete familiare. Il boss vuole essere interrogato e lui non si può rifiutare. Nel carcere di massima sicurezza chiede però la presenza di due agenti per difesa personale: «Se questo detenuto avrà la possibilità di colpirmi, lo farà». Quel giorno nemmeno lo storico avvocato dei Gallico si presenta, arriva soltanto un giovane difensore che non conosce il detenuto. Nella saletta sono soli. Gallico entra, gli va incontro col passo sostenuto e dice «procuratore, finalmente ci conosciamo, posso stringerle la mano?».

Lui gliela porge e quello gli sferra un pugno in piena faccia, un sinistro che gli rompe il naso. Cade tra la sedia e il muro e allora ancora calci e pugni fino a che non arrivano i poliziotti e a fatica glielo staccano di dosso. Può denunciarlo, togliersi da una situazione pericolosa, ma significherebbe astenersi dal processo. Preferisce invece continuare la sua battaglia. «È il mio mestiere», taglia corto.

I colpi della ’ndrangheta non si arrestano, arrivano anche in modo più subdolo. Maria Concetta Cacciola è una giovane donna che decide di diventare testimone di giustizia, collaborando con le sue indagini. Maria Concetta muore per ingestione di acido muriatico. Uccisa in quel modo atroce per cancellare la volontà di parlare. Musarò svela le violenze che subisce, la vita da segregata e umiliata che il sistema mafioso le impone e da cui prova a fuggire.

A quel punto entra in azione la strategia diffamatoria della famiglia, millanta un inesistente stato depressivo, un’alterazione psichica. A tre giorni dalla morte Maria Concetta viene uccisa un’altra volta. I Cacciola, con un esposto, accusano i magistrati di aver estorto le dichiarazioni. Il tutto anche tramite la complicità di due avvocati che poi saranno condannati per questa calunnia.

Dietro alla testa di Musarò ci sono la mappa del Salento e la foto con le colleghe con cui ha condiviso gli anni di Reggio Calabria. Sorride insieme a Beatrice Ronchi, il pubblico ministero che ha svelato la presenza della ’ndrangheta in Emilia, la sua migliore amica.

Un ufficio arredato con le cose preziose che fanno compagnia nel silenzio rotto solo dai tasti e dalla musica di sottofondo. Lui sogna di guidare ancora l’auto, nella sua Squinzano: la libertà di una birra con gli amici d’infanzia e di un tuffo nel mare del Salento. Ma è un sogno impossibile, c’è sempre la scorta. In compenso quando parte per Roma la madre, come se fosse ancora studente, gli prepara una borsa con taralli, pasticciotti e altre prelibatezze: da dividere con i collaboratori nella cancelleria, tra stampante, timbri e cartelline. Un momento di familiarità che termina troppo rapidamente perché il telefono squilla. «Gianni ti dobbiamo parlare».

Il procuratore Pignatone e l’aggiunto Prestipino lo attendono giù al primo piano. Loro l’hanno visto crescere e lo conoscono bene. Sorridono quando si tocca la testa, perché sta riflettendo, alla ricerca di una soluzione al problema del momento. Scende le scale con una borsa stracolma di carte da cui sporge una copia di “Conversazione nella «Catedral»” di Mario Vargas Llosa. Un romanzo sulla dittatura e sull’abuso di potere, capace di infettare come un’epidemia ogni fascia sociale. Qualcosa di simile, seppur in dimensioni diverse, a quello che ha incontrato nelle sue indagini romane, con quel senso di impunità che sembra avere unito criminali di periferia e ufficiali dei carabinieri. E che lui non intende accettare.

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