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La «meravigliosa peste» di Antonin Artaud, con la sua potenza distruttrice che devasta i legami, la peste dei giorni nostri che tutti contagia, la peste «che tutti ci fa liberi che tutti ci fa uguali», è il mostro che si trasmette con il mezzo più asettico e pulito, lo schermo, lo smartphone. La Rete, ma anche l’immigrazione, il sovranismo, le radici, sono le cronache del nostro nuovo Medioevo. Sul video di Daniele Ciprì del pezzo che introduce il nuovo disco di Vinicio Capossela “Ballate per uomini e bestie”, il povero Cristo ha il volto invecchiato e trasfigurato di Enrique Irazoqui, l’attore che interpretò Gesù nel “Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini, e di Marcello Fonte, il protagonista di “Dogman” di Matteo Garrone. Il povero Cristo è sceso dalla croce/ si è messo sulla strada/ e va ascoltando voci/ c’è chi lo tira a destra/ chi lo spoglia a sinistra/tutti lo voglion primo/ nella loro lista/ ma piuttosto che da vivo/ a dare il buon ufficio/ è meglio averlo zitto/ e morto in sacrificio.
Di terra e di cielo è impastato Capossela, si toglie il copricapo a forma di orso, alza un calice nell’Osteria del treno a Milano dove fu fondata la prima Società italiana di mutuo soccorso dei ferrovieri, a un chilometro di distanza dal lazzaretto in cui si muovevano i monatti nell’epidemia del 1630 raccontata nei Promessi Sposi. «Il povero Cristo è tra gli ultimi, e gli ultimi saranno i primi, sempre che i primi lascino ancora qualcosa...», dice. «Il povero Cristo è Salvatore che dorme da quattro anni nella mia strada, sotto il mio portone, grida il suo disprezzo al mondo, ma anche se lo senti urlare non sai che esiste. Il povero Cristo è qualcuno che ha predicato una novità, spesso mal interpretata. Il povero Cristo, soprattutto, è l’uomo che non vedi, è l’invisibile. Oggi è la condizione dell’invisibilità a renderti un povero Cristo».
Il contrario della pestilenza contemporanea, dove tutti desiderano il massimo della visibilità. «Il Medioevo è anche questo: l’immagine che prevale sulla scrittura. Si sostituisce il pensiero con il selfie». Selfie servie, si legge in un verso. «Pensavo a un bellissimo murales che ho visto in via Vitruvio a Milano, in cui un uomo in procinto di farsi il selfie si firmava servie. Sì, c’è una forma di dipendenza, la ricerca della gratificazione, il like è un’epidemia di individualismo collettivo: si è individualisti ma tutti allo stesso modo. Pensi di essere unico, originale, e invece sei conformista, ma questo strumento ti dà la sensazione di essere al centro del mondo».
È questa la nuova peste? «La peste smonta tutto, sgretola l’edificio sociale. Già nei racconti di Tucidide o di Boccaccio c’è la rescissione di tutti i vincoli affettivi, sociali, naturalmente terrorizzante. Tipico delle pestilenze è la loro negazione: Manzoni scrive che i medici che l’avevano irrisa erano stati poi costretti a riconoscerne l’esistenza, ma parlavano di febbri pestilenziali, per esorcizzarla. La denuncia del sintomo è osteggiata da chi detiene il potere. Il non sapere nulla del male consente la scorciatoia del capro espiatorio, dell’untore. Oggi ci sono lo straniero, l’immigrato, il rom. E c’è un mezzo di contagio formidabile, il più capillare che l’uomo abbia mai inventato, qualcosa che può raggiungere ciascuno di noi, in ogni momento e con qualunque contenuto: la falsa notizia, la credenza, l’amore, la pornografia, il voyeurismo. La Rete, i social. In un sistema capitalistico, con l’informazione usata a fini di guadagno, la tecnologia offre mezzi sempre più potenti con la massima semplificazione. Non c’è nessuna profilassi, vale tutto, siamo in una fase di anarchia, senza senso di responsabilità. Accadono vicende criminali come quella di Tiziana Cantone, in cui chi aveva visto quel video non aveva la consapevolezza di dare una coltellata a una vittima, o l’orrenda strage in Nuova Zelanda, compiuta per essere condivisa. L’atto osceno in luogo pubblico è un reato, esiste un luogo più pubblico della Rete? Eppure non è punito, e neppure esecrato: l’atto obscenus, quello che dovrebbe stare fuori, invade la scena. In questa nostra epoca igienica, incontaminata, la pestilenza si trasmette con il mezzo più asettico e pulito, il cristallo liquido, il silicio, lo schermo».
Su quegli schermi passa la semplificazione. Del pensiero, del linguaggio, dell’immagine. Della ricerca del consenso, si tratti di followers o di consumatori, dell’elettorato o del pubblico. Lo chiamano popolo, se il popolo non ti capisce è colpa tua che fai parte dell’élite e sei un suo nemico.
«C’è una frase in una lettera di Louis-Ferdinand Céline a Élie Faure in cui diceva che l’unica cosa che conta in letteratura è “donarsi completamente alla cosa in sé: non lo faccio né per il popolo né per il Crédit Lyonnais”. Importante è avere un rapporto inspiegabile con questa famosa cosa: un modo di salvare ciò che ami e condurlo in una direzione incorruttibile, un modo di scambiare ciò che nasce dall’amore per la cosa in sé piuttosto che dal pubblico cui ci si rivolge, nella presunzione che se trovi qualcosa di bello forse può piacere anche a qualcun altro. Non credo di scrivere canzoni autoreferenziali, mi interessa molto l’uomo nella sua relazione. C’è una forma di reticenza sempre più conclamata per cui di certe cose ti sembra indiscreto parlare. Nelle canzoni d’amore, si comincia scrivendo canzoni completamente biografiche, in cui la vita si impone all’opera, e poi invece l’opera si impone alla vita. La semplificazione fa parte della peste. Più semplifichi un messaggio, più lo rendi basico nelle pulsioni da cui parte. Parliamo del Cristo: ha un messaggio semplice, ama il prossimo tuo come te stesso, è quasi una legge di sopravvivenza. Eppure è quasi impossibile da applicare, perché l’egoismo primario è più forte di quello secondario, è più elementare, più naturale. Andare oltre richiede un lavoro su di sé e una prospettiva. Il messaggio basso è più immediato: mors tua vita mea è il più istintivo comandamento della specie vivente. Se questo messaggio viene amplificato da un mezzo tecnologicamente potente sviluppa concetti e idee, per esempio il pregiudizio razziale, che si aveva pudore a esprimere perché di mezzo c’erano stati milioni di morti, ora tornano a essere detti in pubblico. La semplificazione si accompagna all’altra caratteristica della peste, la diffusione delle false notizie e delle superstizioni, di ciò che non è verificato. È il simbolo della colonna infame: punire la coscienza e premiare la delazione. La semplificazione si combatte con la somministrazione della complessità. È un fatto politico fare canzoni che contemplino la complessità».
Il video sul povero Cristo è stato girato a Riace, la città che ha avuto come sindaco Mimmo Lucano. «Non è una scelta casuale, ma vorrei aggiungere che anche l’immigrazione è un fenomeno estremamente complesso e che quando parliamo di Riace non possiamo limitarci agli immigrati e al sindaco. Il fatto storico più rilevante del nostro tempo, 60 o 70 milioni di persone che si spostano nel mondo dalla loro terra, non può essere spiegato con uno slogan. E prima dell’esperimento di Riace c’è tutto quello che aveva profetizzato Pasolini: la fine della civiltà contadina, la perdita dei mestieri, dei linguaggi, dei dialetti».
Capossela ha dedicato un romanzo al paese dei coppoloni, in una terra mitica che somiglia all’Irpinia. E lo storico Adriano Prosperi ha appena pubblicato un libro importante dedicato alle condizioni di vita dei contadini italiani dell’Ottocento, “Un volgo disperso” (Einaudi), in cui raccoglie i resoconti dei medici condotti: le malattie, le epidemie, l’assenza di igiene che scatenava il razzismo. «Di nuovo il contagio. Prima di Riace c’è la morte civile dei piccoli paesi, gli abitanti che non hanno servizi, l’Italia è un paese dei paesi, lo svuotamento dei borghi è un fatto epocale: sono stati abitati da sempre e ora non lo saranno più».
Non è una stagione facile per la figura dell’intellettuale impegnato, considerato nella migliore delle ipotesi elitario, lontano dal popolo, banale e pure confuso. «Io credo nella cultura come occasione di conoscenza. La semplificazione non ama la cultura, nelle dittature si uccidono gli intellettuali e gli artisti, si bruciano i libri», risponde Capossela. «Non sono disposto a cedere sulla poesia, la poesia viene prima di tutto. Ma le mie canzoni sono politiche, anche se non necessariamente in modo diretto. Danza macabra, per esempio, è una canzone politica perché denuncia la paura come strumento del potere. Il testamento del porco è un pezzo profondamente anarchico. A me piace molto la canzone rebetika in Grecia, non sono canzoni politiche, ma è molto politico il comportamento di cui parlano».
Politico è anche il Sant’Antonio di Capossela con le sue tentazioni, si cala all’inferno per rubare il fuoco, ricorda il cardinale polacco, elemosiniere del Papa, che è sceso in un tombino per riallacciare la luce di un palazzo occupato. «Antonio Abate prende il posto di Prometeo, va all’inferno, prende il fuoco, lo riporta su e accende la luce. Questo è il bene. Ma il bene viene tentato dal male. Il fuoco che è la scintilla della ragione può diventare la fiamma che accende il rogo dell’Inquisizione. Sei partito per illuminare e porti l’oscurità. Cerchi il desiderio e lo sostituisci con la pornografia. Fai del mondo una clientela, tutta in rete, tutta connessa, tutta visibile e fatta fessa... Il discendere e il risalire dalla terra verso il cielo è la nostra condizione umana. Ho dedicato una canzone alla lumaca perché è l’essere che striscia sulla terra, è humus, umile, ma ha anche un respiro cosmico, il suo guscio ha la forma della galassia. Uro è l’essere dentro la terra che diventa antropos perché guarda in alto, a differenza degli animali che per cercare il cibo sono obbligati a guardare in basso. L’uomo è in posizione eretta, l’occasione per il suo peccato più frequente, la presunzione, la hybris. La lumaca ci ricorda che solo se ti fai piccolo puoi accedere al grande».
Gli italiani prima. E i musulmani, i nuovi crociati, un altro medioevo, il vecchio fascio nero. Sono tra i versi di Capossela più direttamente politici, in questa stagione in cui tornano di moda i primati nazionali, ora li chiamano sovranismi. «Non siamo arrivati prima neppure nel coniare uno slogan: ci hanno già pensato gli ungheresi, i polacchi. L’amor patrio non mi sta molto a cuore, ma in tedesco il senso di appartenenza è definito da due parole molto diverse, Heimat e Vaterland. Heimat è parola femminile, non è rigida, è flessibile, puoi sentire un senso di appartenenza a un’idea, a un libro, al suono di un pianoforte. Vaterland è la terra del padre, il senso di consanguineità, su cui si sono edificati i nazionalismi. A me interessano le radici, le tradizioni, le storie, da dove veniamo, se cerchi l’ultra-locale, come ho fatto nelle canzoni della Cupa, trovi l’ultra-universale, come diceva quel fascista di Salvador Dalí...».
Ma è sulle radici che avviene lo scontro culturale e politico di questa stagione, in Italia e in Europa? Le radici, le identità minacciate, i confini da difendere. Capossela, il cantore dei paesi, l’organizzatore dello Sponz Fest in Alta Irpinia, si schiera con gli identitari? «In una radice ci sono sotto terra le altre radici che se ne fregano dei confini. La radice è una possibilità di connessione perché appartiene a un terreno comune. Il contrario di quello che si costruisce sull’identità e sui nazionalismi», replica. «Se sei niente ti confondi oppure ti fai dare l’identità dall’opposizione all’altro. Sono cresciuto al nord figlio di meridionali, ho sentito il pregiudizio che ha prodotto un partito che si chiamava Lega Nord. Anche l’Unione europea è un sogno meraviglioso, mi sento fortunato di appartenere a un’epoca storica in cui non solo non sei più meridionale ma addirittura europeo, dopo i fili spinati che hanno prodotto milioni di morti. Ma non posso pensare che l’Europa sia costruita sull’appiattimento delle identità, deve essere un’unione di differenze e le differenze devono essere conosciute e raccontate. Solo chi ha un paese in cui tornare non si perde, diceva Ernesto De Martino, coloro che non hanno radici, che si dicono cosmopoliti smarriscono l’umano. Devi avere una radice per confrontarti con le altre culture. L’appartenenza è il presupposto dell’incontro, non la sua negazione. Siamo cittadini del mondo, va bene, ma avere un’identità permette quel che c’è di più prezioso. Un incontro più profondo con l’altro».
Capossela in concerto alla festa di Radio 3
Torna a Cesena la Festa di Radio3, dal 31 maggio al 2 giugno, con eventi, dibattiti, musica e spettacoli nel cuore della città, tra il Teatro Bonci e il Teatro Verdi. Tema della rassegna “Realtà e immaginazione. Da Leonardo all’intelligenza artificiale”, indagato dai molti ospiti, tra i quali Antonio Forcellino, Marco Malvaldi, Wu Ming 4 e Emanuele Trevi. Venerdì 31 Vinicio Capossela in concerto presenta le ballate del suo ultimo album. Al Teatro Bonci (alle 21,30), conduce Guido Barbieri.