I luoghi degli scrittori: la Forte dei Marmi di Fabio Genovesi tra santi, eroi e strani maestri

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L'autore ha costruito la sua identità letteraria sul mito della provincia: creativa, eccentrica, fiera. Siamo andati con lui in Versilia per scoprire come è cambiata

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Eravamo rimasti alla rivoluzione russa. Non quella di Lenin, ma quella dei 4x4 Hummer esagerati, «delle fontane che zampillano vodka, delle boutique con selezione clienti all’ingresso, degli edifici della ex polveriera dipinti di rosa e usati come ripostigli del vicino golf club». La Forte dei Marmi dei ricconi di Mosca e San Pietroburgo illuminata con sarcasmo da Fabio Genovesi in “Morte dei Marmi” (Laterza), il libro cult dal titolo profetico-apocalittico che qualche anno fa rimodellò il mito della località vacanziera più esclusiva d’Italia.

La spiaggia morbida, i bagni con le tende, privacy e business sottovoce, l’aristocrazia di Vestivamo alla marinara di Susanna Agnelli, l’estate degli industriali e degli intellettuali chic messa in ombra dallo «tsunami di denaro» venuto dall’Est. «Noi quando sono arrivati i russi non ce ne siamo mica accorti. Nessuno ci aveva detto dei nuovi ricchi post Unione Sovietica, dei magnati di gas e petrolio. Per noi i russi erano un popolo fiero e modesto, e insieme meschino e invidioso, tutto preso a portare avanti una causa comune che era quella di regalare il paradiso socialista al mondo intero oppure di affogare il pianeta sotto le bombe nucleari», così Genovesi descrisse l’invasione.

Come è cambiata la zona da allora? «Ciò che avevo descritto a livello locale ha dilagato su scala nazionale. Il mio paese è la cartina di tornasole d’Italia, dove ha preso piede come valore umano, non solo turistico, la parola “esclusivo”, che considero del tutto negativa perché collegata a un’altra parola: “escludere”, tenere fuori. Come fanno certi ristoratori e gestori di locali», dice lo scrittore 45enne, mentre passeggiamo sull’ordinato e pulito lungomare del Forte: «Nel frattempo i russi si sono aggiornati, spesso sono più sobri di molti italiani: ci consola chiamarli russi ma oggi i protagonisti delle scene più memorabili di ricchezza cafona sono nostri connazionali. Ora i russi siamo noi».
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Che non si trovi a proprio agio in mezzo a tanta opulenza lo scrittore non lo ha mai nascosto. Anzi, lo ha messo nero su bianco con eleganza nei suoi bei romanzi - tra cui “Chi manda le onde”, premio Strega Giovani 2015, e “Il mare dove non si tocca”, pubblicati da Mondadori - in cui ha costruito mondi popolati da personaggi ruspanti, autentici, strani, insoliti e al tempo stesso familiari, agli antipodi del soffio glamour che accompagna l’immagine della Versilia. E lo dimostra con il suo stile casual: alto, molto snello, barba, maglietta scolorita, pantaloncini scuri (mai a righe bianche e celesti) e ciabatte infradito, Genovesi inforca fiero la sua bici Graziella anni Sessanta, qualche traccia di vernice arancione sotto la ruggine, che lega a un palo mentre nel vialetto alberato una signora in caftano blu sfreccia su una scintillante city bike.

«Scrivere il seguito di “Morte dei Marmi”? Non ci penso neppure», taglia corto lo scrittore. «Detesto le polemiche sterili, che in Italia abbondano. All’epoca in cui ho scritto il libro si poteva fare ancora qualcosa, poi mi sono reso conto che di fronte ai soldi non si può nulla, oggi farei la figura del bacchettone, del moralista. Quando incontri un diciottenne che dice all’amico: “Stasera andiamo a mangiarci un sushino” ti rendi conto che è troppo tardi. Se vedi un incendio ha senso spegnerlo mentre il bosco brucia ancora, piuttosto che criticare chi lo ha lasciato nell’incuria».

Già, il bosco. Quello della Versiliana ai piedi delle alpi Apuane, ottanta ettari con un fronte di un chilometro lungo la costa tra Forte dei Marmi e Marina di Pietrasanta, ai primi del Novecento ospitava tra gli altri Gabriele D’Annunzio, che amava cavalcare tra le dune assolate e lungo la battigia, ma apprezzava anche il paesaggio dove «la macchia è attraversata da larghi viali sòffici su cui si galoppa senza rumore, come in sogno». Questa vasta macchia selvaggia di pini marittimi e lecci è l’habitat ideale di Genovesi, che invece di tornare con la scrittura sulla deriva dell’oggi preferisce rafforzare i miti di ieri, quando in questa terra abitavano i liguri apuani «popolo gretto e primitivo che mangiava i sassi e beveva i cazzotti», e «i romani pur di non passarci facevano il giro di là dai monti che è cento volte più lungo».

Nella selva quasi ci perdiamo tra sentieri semideserti e silenziosi canali dall’acqua verdastra, dove Genovesi viene spesso, d’inverno e in estate, per pescare e trovare un po’ di tranquillità.

Nato e cresciuto a Vittoria Apuana, frazione settentrionale di Forte dei Marmi decisamente meno elitaria e più cementificata del centro, Genovesi è sempre stato un solitario. «Un po’ troppo devo dire, arrivo a inventare scuse pur di andare a cena da solo», ammette. Quando non va a piedi o in bici sale sulla sua vecchia jeep militare portando con sé la canna da pesca, diretto in qualche posto sperduto. È così da sempre, da quando era bambino, i tempi in cui aveva due genitori e una decina di nonni. Unico figlio della famiglia Mancini, il cognome di sua madre, conteso tra i tanti fratelli del suo vero nonno, che lo trascinavano nelle loro mille imprese, tra attività poco fanciullesche, caccia e, appunto, pesca.

L’universo narrato nel romanzo “Il mare dove non si tocca” (premio Viareggio Rèpaci 2018), coloratissimo affresco familiare che si intreccia con la storia di un pezzo di Penisola, che l’autore dedica «ai miei strani maestri». «Mi trovo bene con i bambini perché non hanno ancora capito il mondo e con gli anziani perché, avendolo capito davvero, tornano bambini. Con gli adulti, presi dalla loro vita pianificata per cui hanno fatto sacrifici folli, non mi ci ritrovo», sintetizza lo scrittore, che ha ultimato il suo primo libro per ragazzi, “Rolando del camposanto”, in uscita a settembre per Mondadori.
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Riaffiorano nei ricordi vicende lontane, quando il nonno barbiere si recava in bici a Pisa per affilare i rasoi e la nonna, con un sacco di sale in spalla, in pieno inverno attraversava le Alpi Apuane a piedi scalzi per andare a vendere la sua mercanzia ai norcini emiliani per la stagionatura dei prosciutti. In cambio, invece del denaro, riceveva salumi. «Non era un’eroina, era normale, così come mio nonno. Mi interessa raccontare cose che oggi sembrano fantascientifiche e un tempo erano ordinarie», prosegue.

Sfogliando le pagine gli spunti non mancano: quando Fabio bambino passava il pomeriggio nel cortile della chiesa a staccare i petali delle rose per scriverci “Viva Maria” sulla strada quando passava la processione. E poi arrivava uno zio a caso «tutto incazzato e diceva alle donne che avevano un nipote solo e non potevano rischiare che diventasse un prete. Mi prendeva e mi buttava sul cassone dell’Ape insieme ai rastrelli e alle vanghe, e in cinque minuti eccomi alla Festa dell’Unità a sparecchiare allo stand “vodka e salsicce”, dove la vodka era la grappa che facevano gli zii al Villaggio Mancini e le salsicce erano appunto salsicce, accompagnato dalla musica di tre ragazzi del posto che suonavano con un poncho addosso e il sombrero in testa, sotto il nome di Finti Illimani».

Chiesa e comunismo, nei giorni e nel cervello del bambino protagonista erano una cosa sola. «Da una parte c’erano i santi e dall’altra gli eroi, e dappertutto un sacco di ideali e di martiri, e un futuro luccicante che ci aspettava lì a un passo». Sembra la preistoria se si pensa che in Versilia, alle ultime elezioni europee, la Lega di Matteo Salvini ha incassato il 38 per cento dei voti.

E quella volta che si ruppe la tv della nonna, «l’unico televisore bello al Villaggio Mancini», rigorosamente fabbricato di là dalla Cortina di Ferro, dove tutti si radunavano per guardare il Giro d’Italia. L’immagine si sgrana, un bel cazzotto dello zio Aldo e addio televisore, sovietico e impossibile da riparare. Risultato: Fabio, unico bambino di casa, viene messo a sedere sul mobile muto. «Raccontaci una storia, dài, stasera la televisione sei te». Ce n’è abbastanza per sprofondare nella nostalgia, a sentire tutte queste storie. Non a caso, dal romanzo lo scrittore ha tratto “I canti della tv rotta”, il monologo che porterà al Festival della Comunicazione a Camogli, vicino a Genova (12-15 settembre).

«Non amo la nostalgia quando diventa “era tutto meglio prima”. Spesso il cinema, la pubblicità e anche la politica speculano su questa emozione. Qualche anno fa, in occasione di una reunion dei Guns N’ Roses, il chitarrista Slash disse: “Tornare a suonare insieme non ci farà tornare ventenni e neanche voi”. Ecco, quel tipo di nostalgia è una trappola, per me invece vuol dire cercare cose molto belle e importanti, per scoprire che potranno esserlo di nuovo, non uguali ma con la stessa intensità», continua Genovesi, chiamando in causa la leggendaria band heavy metal, genere musicale che lo appassiona almeno quanto i film horror.

La storia minore riletta in controluce tramite il filtro della memoria familiare e dei ricordi personali. La rivincita della provincia, con le sue strade secondarie spesso dimenticate, sulle metropoli. Come per il Giro d’Italia, al quale Genovesi fin da bambino sognava di partecipare visto che del calcio non gli importava nulla, diventato poi “Tutti primi sul traguardo del mio cuore”, di recente ripubblicato da Solferino, diario on the road della gara di ciclismo che attraversa la Penisola. Il racconto, tappa dopo tappa, lo ha portato fino in Francia, in cima al Galibier, salita storica del Tour de France a 2642 metri di altitudine (in via eccezionale tappa del Giro), che ha visto trionfare campioni come Coppi, Bartali e anche il “Pirata” Pantani. Quest’anno Genovesi ha seguito il Giro come commentatore per la Rai e in queste settimane anche il Tour.

A proposito di riscatto, viene in mente il libro “Le Tour de France et la France du Tour” (Calmann Lévy editore), in cui la giornalista francese Béatrice Houchard ripercorre la storia della gara sportiva e le sue implicazioni socio-politiche. «Se il Tour assomiglia alla Francia, è anche il riflesso di un Paese che cambia e soffre», scrive: «Riempie di piacere la Francia rurale ma, per ragioni logistiche, non trova spazio nelle grandi città. E neanche in banlieue: il ciclismo non è diventato, o non ancora, uno sport nero-bianco-maghrebino». La bici come metafora, esempio di eroismo contro lo scorrere inesorabile degli anni. «Il ciclismo poteva finire il giorno in cui hanno inventato i motori, e invece ha deciso di uscire dal tempo. La fatica dei muscoli è eterna, durerà per sempre», chiosa lo scrittore, che sul mito della provincia ha costruito la sua identità letteraria.

«Mi prendono in giro perché quando vado in America non visito le metropoli, preferisco il Tennessee, il Wyoming, il Montana. Le grandi città si assomigliano tutte, nei paesini invece si ha più diritto a essere strani. Come narratore li trovo più interessanti, popolati di persone che fanno cose visionarie e spesso affascinanti, che in una città sarebbero chiuse in casa o in un istituto. Da bambino mi affidavano a individui che oggi non avrebbero posto nella società, ora il canone è molto più semplice: se hai i soldi sei accettato, altrimenti vieni escluso», aggiunge Genovesi, mentre percorriamo il pontile di Forte dei Marmi, bandiera dell’identità fortemarmina insieme alle focaccine di Valè, al mercato, alla Capannina. E agli anziani che frequentano il pontile e lo chiamano “ponte” per un motivo preciso. «Porta in mezzo al mare, un luogo dell’anima lontano dal rumore della costa. È come un’altra terra, giusto chiamarlo ponte e non pontile», dice Genovesi, che guarda con orgoglio i compaesani con i capelli bianchi intenti a pescare.

«Bestemmiano, guardano le donne che passano, giocano a carte. Ogni tanto qualche esperto di marketing o uomo d’immagine propone di spostarli. Sono riusciti ad abbattere gli alberi ma loro resteranno per sempre», conclude lo scrittore. Hanno resistito ai Vip, alla rivoluzione russa, quella dei Suv e delle valigie piene di soldi, e ora che i russi siamo noi gli anziani del Forte continuano a presidiare il pontile con la canna in mano. Aspettando i pesci e la prossima sfida.

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