Il viaggio in un piccolo paese del centro Italia. Per scoprire un'altra Italia. Le recensioni senza inutili millanterie di Luca Bottura

Luca Bottura
Portocannone
Posticino

Il Molise rappresenta un serbatoio di facezie per chiunque si applichi al bene effimero della comicità. Le battute sulla sua non esistenza, sulle ridottissime dimensioni, sull’apostrofo beige tra Abruzzo e Basilicata, garantiscono quasi sempre un sorriso da parte dell’uditorio.

Specie se molisano, dacché - il simpatico caratterista Antonio Di Pietro lo dimostrò a suo tempo - il luogo è mediamente abitato da persone tendenti all’autoironia.

Ci vado praticamente ogni anno, colà invitato a pronunciare due ovvietà, a rubare un paio d’ore d’attenzione a uditori che quasi sempre mi hanno scambiato per l’omonimo chef.

Fino all’estate passata il palcoscenico era Termoli, sbocco a mare quasi casuale di un posto per cui la costa è un curioso incidente della Storia. Poi si sa come vanno le cose: cambia il sindaco, perde il Pd, il candidato della Lega prende un botto di voti (a Termoli, ve l’ho detto che sono spiritosi) ed ecco che il festival della parola non si fa più.

Cioè, si fa ma si sparge sul piccolo territorio, sfilando due finanziamenti alla Regione senza che quasi se ne accorgano. Così finisco appunto a Portocannone, in una piazzetta da 200 posti, pieni. E quando riparto, il mio mugugno permanente si attenua, si allarga come una specie di sorriso.

Me lo regalano il sindaco, albanese di lingua e di cultura, come tutti gli abitanti del posto, che fu fondato dai dirimpettai di Adriatico. Forse votano centrosinistra perché temono di essere espulsi da Salvini. È un tipo che prenderebbe 700 euro al mese pubblici ma li lascia dove sono, dacché ha ricevuto un dissesto da far paura.

Che paura non gli fa. Così ci mette lena, passione, come se il partito di cui non fa parte, ma attorno al quale gravita, esistesse ancora, attorniato da assessori e collaboratori che sembrano usciti da un libro di Camilleri.

Ma lo schermo che avevi chiesto, te l’hanno trovato eccome. E montato per tempo. Quando mi consegna una pergamena scritta in albanese, mi concedo addirittura alla speranza. Che mette radici dopo una chiacchiera col mio “padrone di casa” per due notti. Votava Forza Italia, si definisce “comunista moderno”, ha aperto nel mezzo del nulla una masseria fatta apposta per ospitare disabili. Scivoli ovunque, persino un campo da calcio e basket nel quale mi fiondo, esultando sotto una curva immaginaria.

Chiacchierando con lui, col primo cittadino, con un po’ di villici, con la giovane donna che ha trovato anche quest’anno gli spicci per portare un po’ di parole da fuori, in questa curiosa enclave, per un attimo trovo sostanza a un pensiero stupendo che mi assale nei momenti più cupi. Cioè, oggi, quasi tutti.

Il pensiero che siamo meglio di così. Che la patina di furbizia sia pervasiva ma non eterna. Che i piccoli atti personali possano spazzarla via. Che una piazzetta, quella piazzetta complice, anche e soprattutto chi era lì per caso, sia il centro del paese ma anche del Paese. O almeno mi piacerebbe.

L’olio era buono, c’è un bel palazzo patrizio e un bar che si chiama Nowa Yorka, come gli emigrati albanesi chiamavano New York. Quando eravamo tutti sulla stessa barca. Allora, come oggi.

Ci farei un salto.

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