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Cultura
agosto, 2019

L'Abruzzo di Donatella Di Pietrantonio: «Il cibo è parte della mia identità»

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«È qui il sapore delle mie radici». Nel borgo di Penne tra il mare e il Gran Sasso dove tradizioni gastronomiche e dialetto hanno ispirato il best seller L'Arminuta

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Spezzatino d’agnello, friselle con i pomodori dell’orto, pallotte “cace e ove”, polpette di formaggio e uova. Un pranzo nella bella casa di Donatella Di Pietrantonio, nell’antica città di Penne, equivale a un viaggio nella gastronomia d’Abruzzo, nella storia della sua famiglia e in un’Italia quasi estinta. A partire dall’antipasto: la lonza irresistibile prodotta da papà Sabatino, 83 anni, che di mestiere fa il contadino e abita in contrada Colle Trotta, a dieci chilometri da questo borgo, uno dei più belli d’Italia, a metà strada tra il mare di Pescara, le colline coltivate a ulivi e vigneti, i profili maestosi di Majella e Gran Sasso.

«Il cibo fa parte della mia identità. Una cucina che da piccola odiavo e ho riscoperto da adulta: i sapori della terra, i saperi delle nonne nelle preparazioni», comincia la scrittrice abruzzese, 57 anni, mentre apparecchia la tavola insieme al compagno, Giacomo Vallozza. Attore e regista, è lui ad aver realizzato la riduzione per il teatro di “L’Arminuta” (Einaudi), il romanzo con cui la scrittrice ha vinto il premio Campiello 2017, diventato poi best seller. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile d’Abruzzo, tornerà in scena in autunno, regista e interprete Lucrezia Guidone.

«Da bambina ero attratta dai cibi che molto raramente arrivavano in paese: la carne in scatola, i formaggini, la cioccolata. Non ne potevo più di tutta quella genuinità a chilometro zero. Non mi piaceva il pecorino, perché ce l’avevamo a casa. Ho cominciato ad apprezzarlo quando l’ho dovuto comprare», continua Di Pietrantonio, che quando riesce a ritagliarsi un po’ di tempo, tra la scrittura e la professione di dentista pediatrica, ama cucinare i piatti della tradizione: cipollata, pipindune e ove (peperoni rossi e uova), taiaticci (pasta) con le fave.

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Ricette legate alle radici, che parlano di come eravamo, di come non saremo mai più. Riti ancestrali come l’uccisione del maiale, descritta con la precisione di una lama affilata nel suo primo romanzo “Mia madre è un fiume” (Elliot edizioni, 2011), il racconto poetico di un amore tra Esperia, una madre anziana che sta perdendo la memoria a causa di una malattia, e la figlia che la aiuta a ricostruire la sua e la loro storia dagli anni Quaranta ai giorni nostri tra piccoli e grandi avvenimenti che si intrecciano con le vicende dell’Italia contadina.

«Il maiale deve morire d’inverno, quando il freddo inchioda le albe e taglia la faccia», «il gusto particolare è dato dalla carne appena macellata, già dopo un giorno o due il sapore non sarebbe più lo stesso. Si deve sentire la vita recente», scrive. O il pranzo di Natale che fa capolino nel suo terzo romanzo, “L’Arminuta”. «La mattina le donne del vicinato si sono ricordate del lutto recente e sono salite ognuna con qualcosa per il pranzo della festa, brodo di cardo e stracciatella, timballo con le pallottine di carne, tacchino alla canzanese nella sua gelatina. Quelli della fornace si erano decisi solo la sera del ventiquattro a pagare agli operai almeno uno degli stipendi arretrati, così nostro padre era passato al negozio di alimentari a prendere due torroni».

Frammenti fatti di parole scabre, schiette, crude e profonde, incastonate nella storia di una ragazzina di tredici anni restituita (l’“arminuta”, la ritornata) dai genitori adottivi alla famiglia di origine in un Abruzzo sospeso tra gli anni Settanta, con i suoi timidi guizzi verso la modernità, e le pietre grezze di un mondo arcaico, duro, pre-consumista, una scheggia remota del passato. Un universo punteggiato da elementi autobiografici, che l’autrice ha depurato di riferimenti toponomastici - non compaiono nomi di vie, piazze e città, con l’unica eccezione di Taranta Peligna - ma che risulta familiare, un’eco lontana che risuona a tutti. Locale e universale, echeggia con tutte le differenze il fenomeno Amica geniale.

Oltre 230mila copie vendute finora in Italia, tradotto in 23 Paesi, “L’Arminuta” ha in comune con la saga di Elena Ferrante anche la traduttrice americana, Ann Goldstein, che ha appena proiettato il libro in Gran Bretagna e negli Stati Uniti con il titolo “A girl returned” per l’editore Europa Editions. Intanto è in lavorazione il film tratto dal libro, con la regia di Giuseppe Bonito. «Per me il cinema è stato e resta una importante fonte di nutrimento», dice Di Pietrantonio: «Negli anni dell’università e nel decennio successivo ho amato l’opera di Kieslowski, Angelopoulos, Wenders e soprattutto “Heimat” di Edgar Reitz, bellissimo, il racconto dell’evoluzione sentimentale di quei ragazzi, il loro legame dialettico con il concetto di patria. Un prototipo di alta qualità e profondità».

L’altro elemento identitario forte, nei romanzi di Di Pietrantonio, è il dialetto, adattato per risultare comprensibile. «Scì, proprio! Levatelo dalla coccia, a te ecco non ti sognava nisciuno, - ha detto Sergio il più crudele - A ma’, - ha strillato poi verso l’esterno, - per davvero te la sei ripigliata tu ‘sta sturdullita?», così un dialogo familiare in “L’Arminuta”. «La lingua l’ho trattata per ottenere una specie di media tra i mille dialetti abruzzesi che cambiano, anche in maniera notevole, da un paese all’altro», dice mentre ci accomodiamo al piano di sopra, in una grande stanza con lo scrittoio e le pareti coperte di libri, due finestre aperte sui tetti inondati dal sole rovente, silenzio e brezza leggera, all’orizzonte lo specchio verde smeraldo del lago di Penne, oasi Wwf.
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«Ho usato quella lingua ibrida che usano coloro che parlano solo il dialetto, come mio padre. Mi sono resa conto di aver copiato lo sforzo che fanno le persone che non hanno avuto accesso alla lingua italiana nel momento in cui si devono rapportare con chi parla italiano, magari quando si recano in un ufficio pubblico. Si sforzano di tradurre, con esiti a volte comici». Idiomi che scompaiono con la morte degli anziani e si omologano al dialetto di Pescara, la città grande più vicina che accentra tutto, anche il modo di esprimersi. Ma nella ricerca dell’autrice non c’è nostalgia. «Non solo se tutto questo sia un male ma, come in biologia, rappresenta una diminuzione di biodiversità. Una cosa è certa: con le parole perdiamo anche il mondo sottostante, l’Abruzzo e l’Italia contadina o pastorale che abbiamo appena dietro le spalle», prosegue Di Pietrantonio, che tra i termini estinti annovera l’anello di ferro («non avevo mai visto nelle mani di un uomo attrezzo più osceno») evocato in “Mia madre è un fiume” con cui, ai tempi della mezzadria, il proprietario terriero don Cesidio Sparacannone misurava con cura le uova raccolte dal mezzadro, tenendo per sé quelle più grandi.

Evolve il lessico, cambiano le famiglie. Nei romanzi della scrittrice abruzzese le geometrie degli affetti rispecchiano i cambiamenti della società e si rimodellano a causa di eventi inaspettati, a volte tragici, della vita. Ribaltando schemi consolidati, aprendosi a molteplici combinazioni emotive. Se in “L’Arminuta” emerge il rapporto profondo tra la protagonista e la sorella Adriana («Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate.»), invece “Mia madre è un fiume” racconta un amore, quello tra madre e figlia, «andato storto da subito».

E infine “Bella mia” (Einaudi) narra la storia di una donna, Caterina, che si ritrova a improvvisarsi madre, con un adolescente taciturno e scontroso, Marco, figlio della sorella gemella Olivia, morta nel terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009. «In tutti e tre i romanzi accade che quando la figura materna risulta manchevole o inadeguata, c’è sempre un’altra figura che subentra. E quindi queste mie protagoniste madri, sempre imperfette, non lasciano mai un vuoto disperante perché c’è sempre qualcun altro che entra affettivamente in questo vuoto». C’è un’impronta autobiografica nelle sue trame narrative? «Certo. Sono figlia unica ma, essendo cresciuta in una famiglia patriarcale, questa condizione di unicità non l’ho mai veramente vissuta. Anche l’accudimento dei bambini era delegato a varie figure, soprattutto femminili: zie, nonne. I padri, forse, erano meno intercambiabili. E quando parlavo di mio cugino lo chiamavo “mio fratello”».

Legami familiari che si sommano alle relazioni con i luoghi dell’anima sparsi per l’Abruzzo, riservato e misterioso, lo scambio continuo tra vita e finzione narrativa. Attraverso le grandi finestre della libreria Tibo, caffè letterario che guarda verso la riserva naturale dei calanchi di Atri, Di Pietrantonio punta l’orizzonte e riflette sulla scelta di restare nella terra natìa. «Anzitutto perché ci sono i miei genitori anziani, e poi perché non credo molto nel ruolo determinante dei luoghi nella vita delle persone. Sembra che chi decide di vivere in campagna o al paese lo faccia per ripiego, per incapacità di vivere in città o perché è uno sfigato. Non è così. A Penne non ho modo di incontrare intellettuali o scrittori, ai quali posso avere comunque accesso, ma ho relazioni umane di grande qualità e sono circondata da bellezze artistiche e naturali straordinarie, benché trascurate».

Il pensiero corre all’Aquila, dove Di Pietrantonio ha ambientato “Bella mia”, finalista al Premio Strega nel 2014: la tragedia del terremoto, il lutto schiacciante con le sue scorie emotive, la «deportazione» dei sopravvissuti nelle new town e negli alberghi della costa adriatica, le responsabilità della politica nella fase dell’emergenza, la speranza di una nuova esistenza. «Oggi mi sento più ottimista rispetto al periodo in cui ho scritto il libro», conclude la scrittrice: «Ma un conto è L’Aquila, un altro sono i comuni del cratere. C’è una domanda di fondo a cui non sapevo dare risposta e neanche adesso: se riusciremo a ricostruire la città o buona parte di essa, riusciremo poi a riportarci gli abitanti? La gente si è dovuta reinventare la vita, e molti lo hanno fatto altrove».

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