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Nei verbali letti da L’Espresso c’è la geografia dei “grembiulini” del territorio, racconta chi sono i boss affiliati alle logge e fa il nome anche di don Pino Strangio, il potente parroco di San Luca, che vanta solide sponde in Vaticano e fino a qualche tempo fa era il priore del santuario di Polsi, luogo sacro e di riunioni della ’ndrangheta. Don Strangio è attualmente imputato nel processo Gotha sul livello occulto della mafia calabrese insieme all’ex senatore Antonio Caridi. Don Pino «è un massone anche se non risulta ufficialmente registrato», rivela il testimone, e precisa: «Fa parte anche dei “Cavalieri di Malta” da circa 12 anni, così come anche tale Nirta di San Luca con il quale il prelato si è recato a Malta per essere insigniti dell’Ordine».
MAMMASANTISSIMA E "FRATELLI"
Le cinque province della Calabria con il numero di “Locali” e di singoli clan (dati: Procura nazionale antimafia e Dia) e le logge massoniche emerse dai racconti dei pentiti e dalle inchieste. La provincia di Reggio Calabria conta 72 “Locali”: 27 lato jonico, 37 area città, 9 fascia tirrenica. (Cliccando sulle icone è possibile scoprire i dettagli)
Il super testimone ha poi raccontato che dopo un’importante indagine antimafia alcuni “fratelli” di loggia hanno modificato i registri «per eliminare i riferimenti alle persone coinvolte nell’operazione». Inoltre ha spiegato che della «loggia di Locri» facevano parte «molti professionisti, appartenenti alle forze dell’ordine e persino religiosi» e che «alcuni confratelli non sono inseriti nei registri ufficiali, per ragioni di opportunità». Ci sarebbero anche logge chiuse ufficialmente e poi riattivate, con a capo, sostiene il testimone, rampolli della ‘ndrangheta di San Luca. Nulla di illegale, certo. Indossare un grembiule massonico non è reato: in Calabria sono oltre 9 mila gli iscritti sparsi in 178 logge regolari, 57 sono state sciolte dalle varie obbedienza.
Molte di quelle “sospese” erano frequentate da ’ndranghetisti o loro fedelissimi. Al fianco delle logge registrate, però, sopravvivono quelle coperte fa notare il teste: «non fornivano le liste dei nomi e degli indirizzi contrariamente a quanto previsto dal “decreto Anselmi”». Prima di Natale è finito nei guai un pezzo grosso della massoneria calabrese: Ugo Bellantoni, gran maestro onorario della più importante loggia di Vibo Valentia, la Michele Morelli (Grande Oriente d’Italia). Indagato per concorso esterno alla mafia nella stessa inchiesta che ha travolto il “fratello” massone Giancarlo Pittelli. Bellantoni è tra quei massoni in «rapporti con la ’ndrangheta», accusa il pentito Andrea Mantella, «nel senso che gli chiedevano favori e loro si mettono a disposizione».
Fratelli di ’ndrangheta e fratelli di loggia, più o meno ufficiale. Un altro collaboratore di giustizia, Marcello Fondacaro, ripercorre i suoi inizi a Roma: affiliato prima a Roma alla Giustinianea, poi si trasferisce in Calabria. Qui ricorda una riunione in una loggia coperta, nella Locride, in un hotel di una famiglia mafiosa. Gli fecero capire che era un’articolazione nata sulle ceneri della P2. Un sistema criminale, appunto.