Reportage

La ’ndrangheta incassa 50 miliardi l’anno. Ma c’è ancora una Calabria che ogni giorno resiste

di Simone Baglivo   20 luglio 2023

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Nella regione più povera d’Italia le cosche continuano a fare affari d’oro grazie ai traffici con tutti i continenti. Ma servitori dello Stato e cittadini combattono. Perché, dice Nicola Gratteri, questa terra può cambiare

La ’ndrangheta arriva a incassare ogni anno oltre 50 miliardi di euro. Mentre la sua terra di origine – la Calabria – rimane la regione più povera d’Italia. L’unica mafia presente in tutti e cinque i continenti del mondo esporta reati come il riciclaggio di denaro, l’estorsione, il contrabbando di armi, la prostituzione. Ma è il traffico internazionale di droga il vero core business. Le ’ndrine, infatti, controllano l’80 per cento della cocaina che arriva in Europa.

 

Gli ’ndranghetisti, inoltre, maneggiano ormai con cura un’arma silenziosa come la corruzione, che ha consentito loro di lasciarsi strategicamente alle spalle i sequestri di persona o troppi omicidi eccellenti. La mafia calabrese è diventata un nemico meno visibile, sempre più infiltrato, ma non meno letale. L’ultimo rapporto della Direzione Investigativa Antimafia ha certificato come la ’ndrangheta sia «l’assoluta dominatrice della scena criminale». L’Interpol l’ha inserita tra le «minacce per la pace e la sicurezza internazionale».

 

Eppure, nel luogo di nascita della mafia più potente al mondo, c’è chi non si arrende, cercando di cambiare lo status quo. Non solo cittadini e attivisti antimafia. Ma anche investigatori, magistrati, agenti speciali. Ogni giorno questi servitori dello Stato hanno il coraggio di sfidare un avversario apparentemente imbattibile. Sono in prima linea, sacrificano molto e pagano un prezzo personale alto.

 

Il viaggio de L’Espresso in una delle zone rosse del crimine organizzato inizia dalla Procura di Catanzaro. Nicola Gratteri, 65 anni a breve, è a capo dell’ufficio ed è uno dei volti più noti tra gli inquirenti anti-’ndrangheta del Paese. «Ci sono mafiosi che cercano di farmi saltare in aria, ma non ho paura di morire perché so di aver fatto tutto il possibile», racconta distogliendo lo sguardo. Durante la sua carriera ha «arrestato migliaia di criminali, distrutto tonnellate di cocaina, sequestrato milioni di beni, demolito interi clan, scoperto i legami con la massoneria deviata».

 

Da 34 anni, però, non ha una vita normale: vive 24 ore su 24 sotto una scorta di livello massimo. Un provvedimento necessario, viste le continue minacce di morte e gli attentati a cui è scampato. Già nel 1989 fu definito un «uomo morto» da chi crivellò di colpi l’abitazione di sua moglie. Tornando indietro, precisa, rifarebbe tutto. «Valeva la pena provarci, perché con il mio lavoro credo di aver dato speranza e fiducia. Ho dimostrato che è possibile cambiare il destino di questa terra. Le denunce delle tante persone che soffrono per colpa della mafia mi danno la forza per andare avanti. Se mi fermassi, sarei un vigliacco».

 

Nel più grande processo istruito contro la ’ndrangheta, “Rinascita-Scott”, che si celebra a Lamezia Terme, Gratteri ha chiesto durante la sua recente requisitoria condanne per quasi cinquemila anni di carcere totali nei confronti di 322 imputati. La sentenza arriverà dopo l’estate. «Vogliamo dimostrare che non sono invincibili», dice il procuratore. Che auspica, tra l’altro, l’armonizzazione di una legislazione antimafia europea per distruggere la criminalità organizzata in tutte le sue diramazioni. Nelle prossime settimane, il plenum del Consiglio superiore della magistratura dovrà decidere sulla sua nomina a capo della Procura di Napoli, dopo che in commissione per gli incarichi direttivi il nome di Gratteri ha ricevuto quattro voti su sei.

 

Da Catanzaro si arriva poi, assieme al Nucleo investigativo dei carabinieri di Locri, in provincia di Reggio Calabria. In particolare, alle pendici dell’Aspromonte, dove sorgono i Comuni di San Luca e Platì, più volte sciolti per mafia e roccaforte di potenti cosche. Qui non è gradito chi fa domande e sentinelle monitorano i nuovi venuti che si muovono per le strade. Le due piccole stazioni dei carabinieri sono veri e propri avamposti militari in zone ad altissimo rischio.

 

«Siamo un’istituzione della Repubblica e lavoriamo per garantire la sicurezza democratica», afferma Michele Fiorentino, comandante dei carabinieri di San Luca. Un suo predecessore (come successo anche a Platì) è stato assassinato. «Siamo qui perché è la cosa giusta da fare. Abbiamo già vinto tante battaglie e vinceremo sicuramente anche la guerra», spiega prima di mostrare un’area riservata dove si raccolgono e analizzano tutti i dati su boss e fiancheggiatori.

 

Luigi Di Gioia, comandante dei carabinieri di Platì, guida invece per la prima volta all’interno del bunker sotterraneo dove sono stati arrestati i boss delle famiglie Barbaro e Pelle. In meno di 50 chilometri quadrati sono stati trovati oltre 30 bunker. «La ’ndrangheta si trasforma, ma alla fine sarà sconfitta», dice Di Gioia: «Sarebbe impossibile fare questo lavoro senza tale consapevolezza e senza dedizione alla giustizia». Ivan D’errico, capitano dei “Cacciatori di Calabria”, reparto d’élite dei carabinieri, apre infine le porte della base operativa di Vibo Valentia durante un’operazione top secret. «La nostra complicata missione prevede una conoscenza profonda del territorio per catturare latitanti e individuare nascondigli di armi e droga», racconta mentre è in volo in elicottero.

 

A Lamezia Terme, l’incontro con la famiglia di una delle molte vittime innocenti della violenza mafiosa. Nel 1991 Francesco Tramonte, un giovane netturbino, venne ucciso con 22 colpi di kalashnikov da un sicario della ’ndrangheta che puntava a ottenere l’appalto per la raccolta dei rifiuti. «Hanno ucciso un semplice operaio, il più basso nella scala sociale», ricorda la figlia Stefania che cerca ancora la verità sui mandanti politici di quell’omicidio. Ma resistere è necessario. Perché arriverà la fine anche di questo fenomeno umano, la mafia, come credeva Giovanni Falcone. E perché bisogna difendere a ogni costo la nostra democrazia. Come fa da sempre la parte più bella della Calabria.