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Attualità
dicembre, 2020

Covid generation, tra pessimismo e voglia di riscatto la pandemia vista dai giovani

Angoscia, confusione, ma anche volontà di adattamento: è quello che emerge da un sondaggio diffuso online dagli studenti dell’Università dell’Insubria. Che racconta i ragazzi al tempo del virus

Poco o per nulla menzionata in decreti e provvedimenti, quasi mai al centro del dibattito pubblico, additata in modo ostinato dai media come capro espiatorio di ogni nuova impennata della curva dei contagi: è la Generazione Covid, ragazzi con un’età compresa tra 18 e 30 anni che ora – attraverso un sondaggio diffuso in Rete – riescono a farsi sentire contro un sistema che non li rappresenta più. E, nonostante tutto, sono pronti a far ripartire l’Italia.
 
A dare voce alle loro opinioni sono stati, lo scorso ottobre, alcuni colleghi, 201 studenti del corso di Scienze della Comunicazione dell’Università dell’Insubria che hanno realizzato un’indagine sociologica ad hoc. Al questionario hanno risposto i ragazzi di 109 province da ogni regione d’Italia – per l’85% di età compresa tra 18 e 25 anni – che in questo modo hanno potuto raccontare l’emergenza Covid e tutte le sue implicazioni dalla prospettiva di una generazione in bilico. 
 
Chiara Gorla e Karin Mecca, venti anni, al secondo anno del loro corso di laurea e tra le 201 menti a capo del progetto, spiegano all’Espresso com’è andata.
 
L’iniziativa è stata ideata e interamente supervisionata dal docente di Comunicazione Pubblica e Istituzionale dell'Università dell'Insubria, Franz Foti, e dal cultore della materia Mauro Carabelli. Il progetto si chiama Covid Generation, titolo suggerito dal Next Generation EU, ma anche conferma definitiva di una piena identificazione tra un’epoca e il virus.
 
Il caso
Tutti dicono che serve ascoltare i giovani. Ma poi le loro proposte non le considera nessuno
23/11/2020
La categoria 18-30 selezionata costituisce la parte più attiva e fertile della popolazione, quella con maggiore vita sociale. Ne deriva che sia anche la fascia più condizionata dalle misure restrittive emanate durante il lockdown. Probabilmente, è anche quella a cui toccherà fai ripartire il paese. «Nonostante ciò», commenta Chiara, «i giovani non sono stati considerati nella giusta misura, si è preferito dare valore ad altri dati».
 
Angoscia e preoccupazione, come prevedibile, sono risultate le emozioni dominanti: ne è stato interessato il 57% degli intervistati; in una percentuale di giovani minore – ma tanto cospicua da far ben sperare – ha prevalso lo spirito di adattamento. I dati, però, vanno anche interpretati e sarebbe poco realistico credere a una netta divisione tra chi vuole reinventarsi in modo costruttivo e chi, invece, è in preda al panico. Ognuno si trova a dover gestire un groviglio confuso di emozioni che vanno dall’angoscia per occasioni perse e prospettive future nebbiose – perché non tutto si potrà recuperare a emergenza archiviata – alla resilienza.  
 
Chiara precisa: «Il singolo dato emerso dal sondaggio è stato condizionato dalla modalità di risposta e da quanto ciascuno è stato toccato – insieme al proprio nucleo familiare –dall’emergenza; è naturale, però, che in tutti sia scattato un meccanismo di sopravvivenza. Nella mia testa continuavo a ripetermi che in quel momento, oltre a dare ascolto alla paura, era necessario tentare di portare avanti la mia vita nel migliore dei modi possibili, con ciò che avevo a disposizione». 
 
L’angoscia ha avuto varie facce. Il 23% dei partecipanti ha ammesso di aver avvertito un peggioramento nei rapporti personali, tanto all’interno del nucleo familiare quanto nella propria relazione sentimentale, che ha dovuto fare i conti con una distanza forzata e complessa. «Il dato più eclatante, però» sostiene Karin «è che l’82% di noi giovani ha una visione pessimistica del futuro e ritiene che la pandemia avrà ripercussioni negative sui livelli occupazionali; è triste che il 13,2% di giovani abbia espresso la volontà di trasferirsi all’estero. Il trasferimento di uno studente è il fallimento dello Stato italiano. L’Italia prepara per vent’anni ragazzi che, nel momento in cui potrebbero contribuire in maniera effettiva alla crescita del loro Paese, sentono di dover andare via. Si pensi che per molti ragazzi del nostro corso non c’erano aziende disposte ad attivare tirocini. Non ci sono risorse per noi, come non ci sono per i lavoratori. Questa sofferenza, unita alle difficoltà nelle relazioni sociali, ha indotto la gran parte dei ragazzi italiani ad affrontare con atteggiamento diverso la seconda ondata di pandemia. Credo che alcuni abbiano avvertito l’esigenza di oltrepassare quelli che mesi prima percepivano come limiti invalicabili in quanto misure necessarie alla sicurezza pubblica. È sbagliato, ma era prevedibile».
 
Nella maggior parte dei casi, la generazione Covid si è detta soddisfatta sia dell’operato del personale sanitario sia di quello delle forze politiche. Questo dato, spiegano, non deve sorprendere. Il giudizio positivo è per la tipologia di misure adottate al fine di contenere il contagio; perlopiù, sono state ritenute adeguate le norme igienico-sanitarie fornite. Misure e norme che, concordano Chiara e Karin, i giovani hanno rispettato con scrupolo, restando a casa più di altri. «Nonostante i media insistano su un atteggiamento contrario, bisogna sfatare il mito del giovane irresponsabile».
 
«La verità», riferiscono entrambe, «è che la nostra generazione non si è sentita affatto rappresentata dallo Stato. Molte domande sono rimaste senza risposta e le Università, in molti casi, hanno dovuto improvvisare soluzioni alternative senza poter contare su indicazioni precise. Le Università più numerose hanno adottato strategie confuse». L’indagine rivela che il 73% dei giovani chiede al Governo sostegno alle imprese e il 68% - le risposte in questo caso erano plurime – ha proposto investimenti nella formazione delle nuove generazioni. Tra le proposte, anche il sostegno all’ambiente e investimenti nella conversione tecnologica di scuole, aziende e servizi. «Infrastrutture e strumenti della scuola italiana si sono rivelati obsoleti. Le risorse potrebbero essere investite in un rinnovamento tecnologico a lungo termine, che risulti strategico anche in altre occasioni» ha ribadito Chiara.
Tutte esigenze già sollevate dalle più di settanta realtà giovanili che hanno compilato il Piano Giovani 2021, presentato alle Istituzioni e che attendono ancora risposte.
 
Anche la comunicazione ha funzionato poco. Come sottolinea Karin, il 65% dei partecipanti ha definito l’informazione “allarmistica”, e quindi «sufficiente, ma di carattere tale da danneggiare lo stato psico-emotivo – e di conseguenza la produttività lavorativa – degli Italiani». 
 
Se anche l’OMS ha lanciato, a inizio pandemia, l’allarme “infodemia” è perché la necessità di informare i cittadini sui numeri dell’emergenza ha generato una pioggia di informazioni non sempre verificate o spiegate in modo opportuno. Nel contesto italiano, poco avvezzo ad un’informazione data driven e a una comunicazione etica, il sistema ha funzionato anche meno.
 
«A volte ci riferiscono i dati, ma senza contestualizzarli o spiegarli. Senza dubbio sono dati veritieri, ma così non tutti hanno la possibilità di comprendere davvero. In Inghilterra l’informazione è un quarto potere, in Italia spesso viene gestita in modo da manipolare l’opinione pubblica», ci spiega Chiara. E, in merito ai più recenti scambi sul tema della vaccinazione, commenta «Ognuno ha la libertà di fare ciò che vuole, ma credo che una persona che ha l’autorità di essere ascoltata, indipendentemente dalle proprie opinioni, dovrebbe dire soltanto quello che è meglio per la gente».
 
Pessimismo e volontà di riscatto si incontrano in un dato, anzi due: il 63% della Covid Generation dichiara di volersi adeguare alla domanda del mercato del lavoro, il 21% punterà sull’aggiornamento professionale.
 
Il Professor Mario Calderini su Repubblica, circa un mese fa, avvertiva che far prevalere «il principio di adattamento sul principio di trasformazione» in ambito formativo e professionale può fornire solo risposte inadeguate ad affrontare il futuro complesso che ci attende. Il rischio, infatti, è di mettere fuori gioco il «fattore competenza». Karin, a nome della generazione Covid, ribadisce: «Ci adatteremo, ma adattamento è sinonimo di sopravvivenza. Viviamo in un sistema che ha sempre premiato la mediocrità, chi non è fuori dalle righe. L’Italia non dà spazio al talento, che è ciò che ci smuove e ci permette di smuovere la realtà. Tutti dovremmo avere l’opportunità di raggiungere il massimo delle nostre prestazioni, di non sentirci un numero, di poter rischiare, per diventare davvero un motore di innovazione. Siamo in un periodo di stallo che dura da troppo ed è ora di cambiare, è ora di dare una scossa».

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