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«Noi donne nere viviamo nel Terzo mondo dei diritti»

Nandi, attivista dell'Associazione Primo Soccorso che aiuta le donne a trovare assistenza
Nandi, attivista dell'Associazione Primo Soccorso che aiuta le donne a trovare assistenza

Washington, capitale della salute negata: si muore di parto, i neonati vengono infettati dall'Aids e l’aspettativa di vita crolla. La città del potere politico è la metafora delle iniquità, dove le vittime di malasanità sono perlopiù afroamericane. Il j'accuse di un'attivista

Nandi, attivista dell'Associazione Primo Soccorso che aiuta le donne a trovare assistenza
Se passate il ponte sul fiume Anacostia, a Washington D.C., vi lasciate alle spalle la Casa Bianca e la cupola lucida del Campidoglio per entrare in un’altra città: molto più povera e pericolosa. I negozi si fanno radi, i palazzi fatiscenti. Per le strade, solo afroamericani e macchine della polizia con i lampeggianti accesi. Eppure siamo sempre nella capitale degli Stati Uniti, la prima potenza del mondo.

Di là dell’Anacostia, a sudest, abita Nandi, una giovane madre la cui storia spiega perché il tema della salute - specie quella materna - ha fatto irruzione nelle campagne dei candidati democratici alle presidenziali. Le statistiche del resto parlano degli Stati Uniti come del Paese sviluppato con le percentuali più alte di mortalità materna e neonatale, con numeri sempre in crescita dall’inizio del millennio: secondo l’Unicef 19 madri morte ogni 100 mila nascite, contro le 2 in Italia; e 6 neonati morti ogni mille nascite, il doppio che in Italia. E tra tutte le metropoli americane, Washington ha i numeri più allarmanti: 39 morti materne ogni 100 mila nascite e 7,6 neonati morti ogni mille nascite. Il tutto si intreccia con una spaventosa disparità razziale: il 75 per cento delle madri e dei bambini morti per complicazioni sanitarie sono afroamericani.

Nandi ci dà appuntamento a Barry Farm, un quartiere dove lo scorso anno sono stati commessi più di venti omicidi. A parlarci di lei è stata Patricia Quinn, direttrice dell’Associazione di Primo Soccorso del District of Columbia (Dcpca) che ha attivato il progetto a cui la ragazza si è rivolta per chiedere aiuto. «La storia di Nandi è una tra migliaia e non riguarda soltanto la questione della salute della donna in gravidanza», ci spiega Quinn. «L’iniquità vergognosa del sistema sanitario di Washington è un problema endemico: basti pensare che tra i diversi distretti della città, tra nordovest e sudest, c’è una differenza di vent’anni nell’aspettativa di vita».
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Nandi è una ragazza di 28 anni, alta, di naturale eleganza, tutta vestita di nero. Quello che ha dovuto affrontare - povertà, abusi, mancanza di casa, assenza di infrastrutture sanitarie, disoccupazione, pregiudizi, dipendenze - è l’eco di un grido disperato che risuona nei quartieri poveri in tutti gli Stati Uniti.

Ci sediamo in un angolo e Nandi comincia a raccontare: «Quando sono rimasta incinta per la seconda volta stavo attraversando un periodo di depressione; un collega una sera in cui avevo bevuto troppo si è approfittato di me. Non uno stupro, forse, ma non ero lucida. Poi ho pensato di abortire ma credo in Dio e un’organizzazione di credenti mi ha convinto a desistere». Anche perché, ci dice, sua madre è sacerdote in una chiesa del quartiere e non avrebbe accettato l’imbarazzo di un aborto in famiglia di fronte alla sua comunità di fedeli. Nandi continua: «Non ero preparata a una seconda gravidanza, né mentalmente né fisicamente. Soffro di un problema addominale e provavo un dolore costante, ero sempre più depressa, continuavo a prendere peso. Ero sola, senza supporto, ogni volta che cercavo aiuto - assistenza medica, psicologica, un posto sicuro per me e le mie figlie - mi sentivo sbattere le porte in faccia».

Nel 2017, a seguito di gravi episodi di malasanità (la morte di una donna incinta obesa non monitorata, bambini nati contraendo l’Hiv da madri sieropositive per mancanza di precauzioni) il reparto di ostetricia e ginecologia dell’United Medical Center, l’ospedale pubblico del quartiere, ha chiuso. E nell’aprile 2019 ha chiuso anche il Providence Hospital, che serviva un’altra grossa area della Washington a est del fiume Anacostia. Intorno, insomma, il deserto sanitario. Di recente Markus Batchelor, vice presidente del DC Board of Education, ha scritto in un editoriale sul Washington Post: «Come è possibile che qualcuno pensi che sia stata una buona idea chiudere l’unico reparto di ostetricia che serviva la parte più povera della città? (...) Se alla città importasse davvero delle famiglie che vivono a est del fiume avrebbe fatto tutto il possibile per risolvere il problema invece di mettere le madri nelle condizioni di doversi muovere per miglia e miglia per trovare un ospedale in cui partorire».

È quello che è successo a Nandi: «Ho partorito al Washington Hospital Center, lontanissimo da casa mia e sovraffollato. Mi hanno fatto fare l’epidurale da uno studente, come se fossi una cavia. Quando la bambina è nata aveva dei problemi respiratori ma non se n’è accorto nessuno, le infermiere mi dicevano “va tutto bene”, l’ostetrica aveva appena finito un turno lunghissimo e se n’è andata, poi non è più passato nessuno». Quando si sono accorti che la piccola non respirava l’hanno intubata e portata in terapia intensiva, salvandola per i capelli.

Ma il giorno dopo il parto. Nandi è stata dimessa in fretta e furia: «Ho chiesto di restare in ospedale con la bambina ma mi hanno mandata via in malo modo. Nei giorni successivi mia nonna doveva riaccompagnarmi due volte al giorno all’ospedale, così lontano da casa. Io avevo ancora dei dolori addominali tremendi, non riuscivo a camminare. Nessuno rispondeva mai alle mie richieste di aiuto». Nandi ha le lacrime agli occhi: «Le storie delle donne nere di Washington sono come quelle del Terzo mondo. Ma la comunità spesso invece di aiutare ti condanna: perché sei senza un lavoro, senza una casa, senza un compagno, e magari sei rimasta incinta. Perfino in famiglia mi dicevano che le nostre bisnonne erano schiave, partorivano e poi tornavano nei campi di cotone a lavorare».

Anche per questo Nandi ora è diventata attivista dell’associazione che l’ha aiutata, il Dcpca: «Con loro per la prima volta mi sono sentita ascoltata», dice. Con altre donne che hanno avuto percorsi simili, Nandi gestisce una linea diretta di supporto alle madri, che dà indicazioni sulle strutture sanitarie più adeguate e organizza un progetto per sensibilizzare medici e sanitari sul trattamento delle donne di colore povere.

«Cerco di battermi anche per il diritto delle mamme di restare a casa per più di due settimane dopo il parto», aggiunge Nandi. «È assurdo che siano costrette a tornare subito al lavoro. Ma ho sentito tante donne che non credono più neanche che la loro voce sia importante. Non hanno tempo o voglia di lottare, si sono arrese. Quello che cerco di dire loro è quello che avrei voluto sentirmi dire io: “sono qui per aiutarti, sono qui per incoraggiarti a realizzarti, siccome sei una madre single di Washington sudest non significa che non riuscirai mai a ottenere niente. Sei forte, hai dato la vita. Sei una grande donna, ci sarà un giorno in cui riuscirai anche ad essere felice”». Anche se si vive dalla parte sbagliata del fiume, nella capitale federale dello Stato più potente del mondo.

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