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L'orrore dei campi profughi a Lesbo

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Il trauma della guerra, con i suoi corpi a brandelli. E ora la prigionia crudele in Grecia dietro a muri di filo spinato. Viaggio tra i siriani fuggiti dal conflitto e traditi dall’Europa

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Ammar Sari ha trentanove anni, è arrivato a Samos due mesi fa. In fuga da Idlib, la trappola di Idlib, il pezzo di trenta chilometri di terra nel nord della Siria, gabbia per tre milioni di persone che come topi fuggono di villaggio in villaggio e scappano verso nord dalle bombe del regime di Bashar al Assad e dei suoi alleati russi, trovando di fronte a loro il muro di Erdogan.

Chi cerca di salvarsi da una guerra ha di solito due tipi di reazione alle domande su quello che ha lasciato: abbassa lo sguardo e scuote la testa, come a dire “No, non voglio ricordare”, e la scuote muovendo le mani come si muovono quando d’estate si cacciano le mosche, l’istintivo allontanamento di un fastidio.

Oppure consegnano un dettaglio a cui te che ascolti non avevi mai pensato. Perché non ne hai esperienza, perché non l’avrai mai. Perché l’immaginazione non arriva a pensare un particolare della guerra che non è stato e non sarà mai parte del nostro consuetudinario scorrere dei giorni.

Così quando Ammar racconta cos’è la guerra, cos’è la guerra per un padre, descrive il suono dei bombardamenti, certo «è che sai che il jet sta arrivando e non sai dove colpirà, sono quei minuti che ti uccidono prima di uccidere davvero», descrive la paura «i bambini hanno imparato a distinguere il suono del pericolo e appena lo avvertono corrono nei bagni, negli armadi, qualcuno non corre nemmeno più perché sa che non c’è scampo».
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Ma soprattutto Ammar, dei bombardamenti descrive il dopo. Quello che resta dell’eco dei jet, del fragore, del rimbombo. La sua spina dorsale è danneggiata da quando un missile ha colpito la casa dei vicini e «sentire il rumore è come sentire il cranio che si spezza e in un secondo pensi alle schegge che ti entreranno nel corpo», Ammar è volato in aria come una foglia, ed è caduto a terra. Ha contato i danni. Ma era vivo e ha fatto i conti col destino dei sopravvissuti. Che per un padre significa che i propri figli escano in strada e tornino a casa impalliditi dalla paura perché tra le macerie di un bombardamento hanno trovato mani, dita, a volte teste.

I morti sono tutt’intorno, dice Ammar, e lo dice come chi è già fuori da ogni metafora ed esagerazione del racconto di una tragedia. E l’essere fuori dall’iperbole è una domanda, limpida e tagliente: «Ti sei mai chiesta dove volino i brandelli dei corpi quando cade una bomba? Ti sei mai chiesta chi li raccoglierà?’».

È questo il suo racconto dell’essere stato padre a Idlib, uscire prima dei propri figli dopo i bomardamenti, insieme ad altri padri, e raccogliere i pezzi dei morti per evitare che li vedano i bambini. E un giorno, uno dei tanti, incontrare un cane con una testa in bocca, «chissà dove andava», dice la sua voce improvvisamente sovrappensiero, la voce di chi ha evocato un ricordo nascosto chissà dove.

Lo dice così, con i suoi figli seduti accanto, all’esterno della tenda nel campo informale di Samos, Grecia, Europa. Un cane con una testa in bocca, chissà dove andava. I suoi figli Fatma, Mustafa e Marian hanno tredici, dieci e cinque anni. Gli ultimi due non sanno nemmeno come è fatta una scuola. Gli edifici che un tempo erano scuole sono diventate il rifugio delle fughe dalla guerra siriana lunga nove anni, non ancora finita.
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«Se dici ai bambini 1 o A non sanno cosa siano», e Ammar dice che certo potrebbe insegnare loro qualcosa, ma che quando devi pensare a trovare almeno un pasto al giorno per cinque persone non hai tempo di pensare ai numeri o alle lettere dell’alfabeto. «Non puoi insegnare niente a un bambino quando hai fame, insegni loro qualcosa quando hai tempo»: per Ammar i numeri e le lettere hanno smesso di essere il metro di ciò che si può insegnare a un bambino, il metro è nutrimento.

«Sono un buon padre», dice, «quando non sento più la loro voce dire: “papà ho fame.”». È un altro alfabeto, è la lingua del rimanere vivo. Di più, del desiderio di rimanere vivo prima che si trasformi nel rassegnato desiderio di morire.

«Ci siamo sfiniti al punto di desiderare che i nostri figli morissero, per non sentirli piangere dalla fame, perché incapaci di sfamarli. Al punto di preferire morire tutti insieme, in un solo colpo, per smettere finalmente di soffrire».
Sua moglie Joumana, trentun anni, non parla mai. Ascolta, in piedi di fronte alla rete che delimita la tenda in cui vivono e che la divide dalle tende circostanti, vicine, troppo vicine.

Ammar spiega che è traumatizzata da anni e trema e non dorme, nessuno la sostiene psicologicamente. Quando hai fame, quando scappi, quando dormi in una tenda e non hai acqua per lavarti, chiedere un sostegno psicologico è un lusso che non ti puoi concedere.

E allora Ammar per ritagliare il solo sorriso dell’incontro prende il suo telefono e cerca le fotografie di quando poteva lavorare, era un intagliatore, e mostra i muri che ha inciso, i portoni, spiega come modellasse i differenti legni che usava. La dignità di quando si sentiva ancora un buon padre di famiglia.

Due mesi fa Ammar e la sua famiglia sono riusciti a scappare, pagando un trafficante che facesse loro attraversare il muro del Sultano, e sono arrivati a chiedere asilo, protezione, diritti a Samos, una delle isole greche che dal 2016, anno dell’accordo tra l’Unione europea e la Turchia, ospita decine di migliaia di richiedenti asilo arrivati in Grecia dalle coste della Turchia.

Nella primavera di quattro anni fa, per bloccare le persone in arrivo dalle coste turche l’Ue ha stretto un patto con Ankara: da allora i richiedenti asilo che arrivano sulle isole greche non possono lasciare i centri di identificazione e registrazione per la terraferma. Non possono raggiungere Atene prima che venga valutata la loro idoneità alla protezione internazionale.

In caso di rigetto, quelli che vengono considerati “non idonei” dovrebbero essere riportati in Turchia. Avere una risposta alla richiesta di asilo fino all’emanazione delle nuove norme all’inizio dell’anno, poteva richiedere anche due anni. E la pressione sulle isole ha fatto sì che gli hotspot abbiamo raggiunto l’impressionante cifra di 40 mila profughi di fatto bloccati in attesa di valutazione, senza che parallelamente le strutture venissero adeguate al numero degli arrivi.

L’hotspot di Samos, pensato per 648 persone oggi è circondato da una “jungle”, come vengono chiamati i boschi nella collina circostante, dove vivono più di ottomila persone. Così a Chios, il cui centro pensato per mille persone è circondato da accampamenti per altre cinque, seimila. Fino al caso limite dell’hotspot di Moria, a Lesbo. Strutturato per 2.800 persone, con le colline intorno oggi è abitato da oltre 20 mila.

La situazione è precipitata nelle ultime settimane, giorni in cui le tensioni internazionali - l’annuncio del presidente turco Erdogan di aprire il confine ai migranti diretti in Europa a seguito dell’offensiva su Idlib - si sono cucite all’insofferenza degli abitanti delle isole.

Alla fine di febbraio il governo greco ha comunicato l’intenzione di costruire nuovi centri per migranti, i cittadini sono scesi in strada, scioperando, e Atene ha inviato decine di squadre Mat, il corpo speciale della polizia greca a cercare di contenere le proteste. Il risultato dell’arrivo delle forze antisommossa è stato un periodo di scontri che hanno provocato 50 feriti e un attacco incendiario (ancora a carico di ignoti) a una struttura dell’Unhcr di Lesbo.

Il primo marzo il governo di Atene ha annunciato la decisione senza precedenti di sospendere per un mese il diritto di asilo e respingere tutte le persone arrivate in Grecia dopo quella data. L’Unione europea anziché condannare l’ennesima repressione ha sostenuto la Grecia e impegnato altri 700 milioni di euro in aiuti al paese.

A cavalcare lo stato di ostilità sulle isole gruppi di estrema destra: membri di Alba Dolata e altri gruppi identitari europei sono arrivati sulle isole, minacciando e aggredendo volontari delle Ong che lavorano e operano a sostegno dei migranti e richiedenti asilo, costringendo molti di loro a interrompere le attività per ragioni di sicurezza.

Ammar Sari e la sua famiglia sono arrivati in questa Europa. E dicono che certo non c’è più la paura delle bombe. Ma per il resto è come essere nelle campagne del Nord della Siria. Senza cibo a sufficienza, senza acqua. Nelle tende.

E quando arriva Tamim Elmaggor che lavora per Medici Senza Frontiere a Samos, e si occupa di promuovere progetti di igiene e salute nel campo, Ammar lo fa accomodare su un pezzo di legno che ha trasformato in una panchina, con l’abilità dell’intagliatore, la sola cosa che ha potuto portare via prima di scappare, e gli dice: «Come faccio, Tamin? I miei bambini continuano a non poter andare a scuola. Mia moglie a non poter essere curata. Non ci sono le bombe, ma ci lasciano ammassati in mezzo ai topi. È questa l’Europa di cui ci avevano parlato?».

Tamin al mattino cammina tra le tende della “jungle” per valutare i bisogni di chi vive in questi accampamenti informali. Significa capire quanta acqua serve, perché nei boschi non c’è elettricità, non c’è acqua, né bagni né docce e Msf si occupa dei serbatoi d’acqua e della sanificazione. Finché può, finché le condizioni di sicurezza lo permetteranno, anche nell’isola delle tre che è stata meno toccata dalle tensioni. Ma è cambiato tutto per tutti.

Lo conferma anche Stephan Cordes, il coordinatore di Msf a Samos, di fronte a una mappa. È sera e l’ufficio è ancora aperto. Stephan studia dati, statistiche, fa e riceve telefonate per capire se il giorno dopo si possa operare oppure no. Se c’è il rischio di aggressioni e attacchi come a Samos. Se qualcuno nel campo è già stato colpito. La mappa parla chiaro. In meno di un anno le tende intorno all’hotspot sono più che raddoppiate. Ottimila persone, duemila bambini, di cui quattrocento minori non accompagnati, cioè adolescenti che sono arrivati in Europa da soli, nessuno va a scuola, quasi tutti vivono nel bosco.

Per alcuni trascorrere il tempo significa frequentare i centri gestiti dalle Ong, finché ci saranno, finché la paura degli attacchi e l’ostilità dei locali non le farà chiudere. «Il malanimo nei nostri confronti è aumentato molto. Ma parallelamente è aumentata la necessità di averci qui. L’anno scorso il nuovo governo ha deciso che i rifugiati non avrebbero avuto accesso all’assistenza sanitaria e le condizioni igieniche dentro e fuori il campo sono drammatiche. Questo significa che dobbiamo prenderci cura sia della loro salute sia dei servizi di prima necessità, come l’acqua potabile. Perché è l’unico modo che hanno di averle».

Dovrebbero esseri 680 persone all’interno del campo. Ce ne sono più di mille. Più settemila fuori. In teoria dovrebbe esserci una doccia ogni 50 persone, ma la maggior parte è fuori uso. Molti bagni non funzionano e l’acqua inquinata rischia di intossicare le persone.

Se una donna deve partorire è dimessa dall’ospedale in un giorno. Molti nel campo mostrano certificati medici che consigliano di recarsi il prima possibile ad Atene, perché sulle isole non ci sono servizi adeguati. Bambini con problemi cardiaci dimessi in due giorni, malati di asma senza medicine, disturbi psicologici ignorati dagli ospedali pubblici.

E poi c’è Omar. Ha dieci anni, è arrivato da Deir Ezzor, Siria, con la sua famiglia 5 mesi fa. Due anni fa una bomba è caduta sulla loro casa e Omar ha visto morire sua sorella. Da allora ha parzialmente perso l’udito, ha le convulsioni, vomita e non parla. Sul foglio della sua registrazione a Samos, Grecia, Europa, c’è scritto che Omar soffre di insonnia, che se dorme ha incubi, che soffre di ansia.

Sua madre Loulah Alhabib stringe tra le mani una bustina di plastica con delle pillole rosse, dice che il medico le ha detto che servono a stimolare l’appetito. Perché Omar non mangia. Ma lei piange e dice che non le importa dell’appetito, perché Omar non è più Omar, scappa nei boschi della jungla e grida e a ogni rumore, sia anche delle foglie che si muovono sugli alberi, pensa all’arrivo di un jet, gli torna la memoria della sorella e corre e scappa ma il dolore lo bracca. E quando finalmente lo ritrovano, si accuccia all’angolo della tenda, si tiene le ginocchia e dondola. Un bozzolo di dolore. E non dice una parola, non ne dice più.

Sua madre sussurra un «aiutatemi» arreso. Mandatemi ad Atene, aiutate almeno Omar. E i suoi occhi, gli occhi di questo bambino reduce ma già morto per metà, sono lampi neri su un viso scavato dal male. È sempre triste, dice sua madre. Che adulto sarà? dovremmo chiederci noi.

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