Sono giovani, spesso giovanissimi. Usano Instagram, TikTok, come tutti ragazzi nati negli anni Novanta. Ma quando hanno bisogno di dire qualcosa scelgono un metodo “antico”: la scrittura. E così, messi da parte i canali social, prendono carta e penna e iniziano ad inventare storie che parlano di ambiente, d’identità di genere, ma soprattutto di solitudine, della difficoltà di capire il mondo e di comunicare con gli altri. E quando non riescono a trovare una soluzione nella realtà che li circonda, si rifugiano nel fantastico. Ma attenzione, non si tratta di cosa o come scrivere un romanzo. Stiamo parlando di scritture per il teatro, di drammaturgie.
È vero, ci vuole un pizzico di follia per scegliere di voler fare l’autore teatrale in Italia, dove il mestiere del drammaturgo, oltre a non avere una strada professionale ben definita, fatica ad imporsi, schiacciato fra un teatro di regia e un teatro più performativo. Ma è anche vero che un piccolo miracolo questa pandemia lo ha fatto: la parola è tornata al centro della scena. Da una parte lo si intuisce dalle storie contemporanee che chiedono di essere ascoltate sui nostri palcoscenici, dall’altra dall’enorme quantità di testi teatrali in gara nei principali premi di drammaturgia. I numeri ce lo confermano: 402 copioni candidati solo al Premio Riccione per il Teatro, un record.
Ce lo dicono anche tanti progetti dedicati alla drammaturgia contemporanea, come “Situazione drammatica”, ideato da Tindaro Granata - drammaturgo, attore e regista, appena nominato direttore artistico del Teatro Greco di Tindari -, che dal 2019 condivide i testi originali con il pubblico di teatri o festival. A Roma, per esempio, lo abbiamo visto di recente all’interno della rassegna “Anni luce” del Romaeuropa Festival, in un focus sui principali premi di drammaturgia.
«Questo progetto nasce per creare un legame reale tra pubblico e autori, per fare da anello di congiunzione tra la scrittura e la produzione dello spettacolo» racconta Tindaro Granata. Sono già tanti i copioni letti assieme al pubblico: “Ultima spiaggia” di Riccardo Favaro (Premio Scenario 2019), “Notte bianca” di Camilla Brison e Tatjana Motta (Premio Riccione per il Teatro 2019), “Anna” di Tommaso Fermariello (segnalato al Premio Hystrio Scritture di scena 2021), “Il lampadario” di Caroline Baglioni (Premio Biennale College Teatro-autori under 40 nel 2020), “Amore storto” di Christian Di Furia (Premio Hystrio Scritture di scena 2021) e molti altri ancora. Di cosa parlano? «Principalmente di dinamiche familiari, spesso della difficoltà di comunicare, come accade in “Madri”, scritto a 19 anni dal giovanissimo Diego Pleuteri, o nel testo di Fabio Pisano “La macchia”. «Ma la mancanza di comunicazione non si traduce più nello scontro generazionale di una volta, bensì nell’incapacità di instaurare un dialogo», continua Granata: «E per uscire da certe situazioni è interessante osservare come questi giovani ricorrano all’invenzione: dagli alieni agli armadi volanti, tutto è possibile. È naturale che sia così, facilitati, forse, dalla familiarità che hanno anche con le nuove tecnologie, che rende ai loro occhi tutto semplice».
Perfino in un testo “politico” come “Ok boomer (Anch’io sono uno stronzo)” ad un certo punto compare un’aliena. Ma il testo di Nicolò Sordo, autore veneto nato nel 1992, non ha niente a che fare con il fantastico. Ambientato in un centro commerciale di sabato pomeriggio e vincitore del Premio Riccione Pier Vittorio Tondelli 2021, “Ok boomer” è soprattutto una denuncia del consumismo e del generale disinteresse verso il prossimo, un testo dai risvolti imprevedibili e dalle tinte noir, con personaggi ben caratterizzati e molto diversi fra loro.
In “Carbonio”, invece, l’incontro ravvicinato con una forma di vita aliena diventa lo spunto per una riflessione più ampia sulla paura dell’altro. Lo ha scritto Pier Lorenzo Pisano, nato a Napoli nel 1991 e già tradotto all’estero, vincitore dell’edizione 2021 del Premio Riccione per il Teatro (e già vincitore nel 2017 del Premio Tondelli con il testo “Per il tuo bene”, oltre che autore del romanzo “Il buio non fa paura” pubblicato di recente da NN Editore). In “Carbonio”, che a giugno andrà in scena al Teatro Piccolo di Milano, Pisano indaga il rapporto fra interesse collettivo e quello personale, con atmosfere che ricordano molto i romanzi di Philip Dick.
Perché scrivono? «Perché vogliono lasciare traccia di sé. La scrittura per loro significa analizzare se stessi senza limiti, instaurare un rapporto intimo con il proprio inconscio» conclude Granata.
Molti di questi “nuovissimi” autori sono anche attori, qualche volta perfino registi. Certo, per scrivere testi destinati al teatro bisogna conoscere alcune regole, ma soprattutto bisogna avere un pensiero e coltivarlo. Da qui nasce “Scritture”, la scuola di scrittura itinerante diretta da Lucia Calamaro (una delle voci drammaturgiche più interessanti che abbiamo in Italia), nata dalla collaborazione fra Riccione Teatro, Sardegna Teatro, Teatro Bellini di Napoli, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro della Toscana.
«Fra i candidati al Premio Riccione, di cui quest’anno ero presidente, e i copioni ricevuti per la Scuola di scrittura avrò letto circa 600 testi. Un numero altissimo - racconta Lucia Calamaro -. Quello che ho notato però è che c’è un’irregolarità di contenuti in questi testi, c’è un problema di autoreferenzialità e di storytelling. Manca il più delle volte un pensiero alto. Sono testi ripiegati a lumaca su se stessi. Questo non vuol dire che non ci siano dei talenti, ma che sono un numero ristretto. Bisogna aprire gli occhi di fronte a un mondo che ha subito un trauma. Come possiamo ripartire da dove eravamo rimasti? In questo momento la cosa positiva che possiamo fare è pensare. Ecco perché era importante far partire questa scuola, che poi permette agli autori di entrare in contatto con le istituzioni. La scuola dovrebbe fare da ponte tra l’underground - che a Roma ormai non ha più i suoi luoghi, come il Rialto per esempio - e gli Stabili».
Sono 15 gli allievi di Lucia Calamaro. Hanno fra i 24 e i 48 anni e non c’è un tema che si è imposto più di altri. «Ho cercato di evitare fra loro qualunque tipo di contaminazione. Sicuramente nei testi si avverte un disagio, c’è un ritratto generazionale privo di speranza e precario». Una generazione che ha bisogno anche di avere dei buoni maestri. E sono tanti i drammaturghi/registi che sentono la necessità di condividere i loro saperi, di trasmettere ai più giovani ciò che loro hanno imparato sul campo. E così, per esempio, Fabulamundi Playwriting Europe (network di cooperazione internazionale) con il progetto Playground ha creato una sorta di palestra di formazione di nuove scritture destinata ad autrici e autori della drammaturgia contemporanea, con Veronica Cruciani e Lisa Ferlazzo Natoli, registe, che al Teatro India di Roma hanno lavorato fianco a fianco con Maria Teresa Berardelli, Elisa Casseri e Carlotta Corradi, Francesco Toscani e Rosalinda Conti. Ma la trasmissione di saperi passa anche attraverso seminari e laboratori, come fanno spesso molte delle voci più originali della nostra scena teatrale: Fausto Paravidino, Gabriele Di Luca, Giuliana Musso, Fabrizio Sinisi, Letizia Russo, Davide Enia, per esempio.
Ci sono compagnie storiche che si mettono a disposizione dei giovani autori, come accade al Teatro Due di Parma, dove gli attori danno corpo e voce ai testi vincitori del progetto “Mezz’ore d’autore”, un bando rivolto ai drammaturghi e quest’anno alla sua seconda edizione (scadenza 7 gennaio). Gli otto testi selezionati lo scorso anno sono stati messi in scena sotto forma di studio, trasmessi in streaming durante il periodo di pandemia e poi mostrati al pubblico dal vivo, da “Focus group” di Marco Di Stefano a “Bestie incredule” di Simone Corso.
Se fossimo in Germania, molto di questi testi sarebbero già stati pubblicati. Ma dato che l’editoria teatrale è considerata ancora qualcosa di marginale, ci ha pensato il Teatro I di Milano a non disperderli.
Da circa un anno, infatti, il Teatro I ha creato una biblioteca virtuale di drammaturgia. Il progetto si chiama “Pubblicazioni”, uno spazio digitale dedicato ai nuovi autori teatrali, pensato dalla direzione artistica (Francesca Garolla, Federica Fracassi e Renzo Martinelli). Sono arrivati 230 da tutta Italia, scritti da 170 autrici e autori. Un Comitato di lettori esperti ha selezionato, tra questi, 120 testi che hanno inaugurato la Biblioteca virtuale accessibile a tutti dal sito del Teatro I e che verrà ampliata negli anni. Cinque di questi testi sono poi diventati dei podcast: “Market” di Irene Canale, “Phoenicopteridae - La verità del fenicottero” di Francesca Di Fazio - Collettivo Inciampo, “Hound dog” di Fabio Marson, “Balena 52-hertz” di Jacopo Panizza, “La vespa celiaca” di Pietro Sanclemente.
Il problema è che di tutti questi copioni solo il 20 per cento diventa spettacolo teatrale. I luoghi deputati a farlo, cioè a valorizzare la drammaturgia contemporanea italiana, ci sono da anni, dal Teatro delle donne - che ha allevato Stefano Massini e molti altri autori - ai tanti e preziosi Festival come Tramedautore, realizzato da Outis con il Piccolo di Milano. Forse i grandi teatri dovrebbero trovare il coraggio di rischiare un po’ di più. Una cosa è certa: le belle storie, in un modo o nell’altro, vincono sempre.