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Economia
dicembre, 2021

Luce e gas mai così cari: ecco chi ci guadagna e perché

Famiglie e imprese sono in difficoltà per l’aumento senza precedenti delle bollette. Mentre la bolla dei prezzi dell’energia favorisce grandi gruppi come Eni, Enel e A2A. Una rendita colossale favorita anche da un meccanismo di mercato che amplifica i rialzi

Mario Draghi è andato dritto al punto. Nella conferenza stampa di fine anno, tra una battuta sul prossimo inquilino del Quirinale e qualche accenno alle nuove misure per arginare la pandemia, il presidente del Consiglio ha chiamato in causa «i grandi produttori e venditori di energia che stanno facendo profitti fantastici» grazie all’impennata dei prezzi delle materie prime. «Dovranno partecipare al sostegno del resto dell’economia», ha concluso Draghi evocando i rischi crescenti che incombono sul sistema Paese per effetto di questa ennesima tempesta globale. Sono milioni in Italia le famiglie in difficoltà per gli aumenti senza precedenti di luce e gas. Mentre alcuni imprenditori tra quelli impegnati nei settori a maggior consumo di energia (acciaio, vetri, ceramica, carta) sono pronti addirittura a fermare temporaneamente gli impianti per evitare il tracollo.

 

In questo primo scorcio del 2022 la ripresa economica, dopo mesi scanditi da dati brillanti, sarà dunque costretta ad affrontare le insidie di uno scenario tutt’altro che rassicurante.

 

Roberto Cingolani, ministro della Transizione Ecologica

C’è un’altra faccia della medaglia, però. Come ha spiegato Draghi, la velocissima corsa al rialzo delle quotazioni dell’energia finisce per favorire i grandi operatori del settore, che dopo un trimestre in crescendo vedono aumentare ancora i loro margini di profitto. In prima fila l’Enel, di gran lunga il primo produttore di elettricità del Paese (vale il 16 per cento circa del mercato) e anche l’Eni, che importa e vende quasi la metà del gas consumato in Italia. Nel frattempo, i venti di tempesta che soffiano sul mercato, con le forniture dalla Russia ancora insufficienti per soddisfare l’aumento della domanda, hanno aperto nuovi e insperati orizzonti d’affari anche per il metano made in Italy.

 

Da più di un ventennio la produzione nazionale di gas è in calo costante, ridotta a un quinto circa rispetto a quella dei primi anni Novanta, pari a meno del 6 per cento del fabbisogno italiano.

 

Quantomeno dall’inizio del nuovo secolo le esplorazioni alla ricerca di nuovi giacimenti sono state fortemente scoraggiate dall’andamento ribassista dei prezzi e dalle politiche ambientali del governo che hanno favorito gli investimenti nelle fonti rinnovabili, dal solare all’eolico. Adesso però l’impennata delle quotazioni ha stimolato gli appetiti della lobby degli idrocarburi. Il pressing sul ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, è partito già da alcune settimane con l’obiettivo di spuntare nuovi permessi di trivellazione in terra e per mare.

 

La partita si deciderà entro la prossima primavera. Dopo una lunghissima gestazione, e con grave ritardo, il dicastero di Cingolani dovrebbe infine dare via libera al documento (in sigla Pitesai) che definisce priorità e linee di indirizzo nell’attività di prospezione e ricerca di gas e petrolio entro i confini italiani.

 

Le carte ministeriali spiegano che il piano punta a favorire la decarbonizzazione e quindi, in prospettiva, l’obiettivo finale dovrebbe essere la chiusura definitiva dei giacimenti.

Esattamente il contrario di quanto chiedono i produttori che puntano a potenziare la capacità estrattiva facendo leva sull’interesse nazionale a diminuire la dipendenza da forniture estere sempre più costose. Come ricorda Matteo Leonardi, direttore esecutivo di Ecco, un think tank in materia ambientale, meno di due mesi fa, durante la Conferenza sul clima di Glasgow, anche l’Italia ha aderito con lo status di amico al Boga, l’alleanza internazionale (tra i membri anche Danimarca, Francia, Portogallo e Svezia) che ha tra i suoi obiettivi quello di raggiungere il traguardo delle emissioni zero con il progressivo abbandono dell’estrazione di idrocarburi.

 

Claudio Descalzi

«Sarebbe un segnale grave - attacca Leonardi - se ora il governo contraddicesse se stesso favorendo gli interessi di alcune grandi aziende che cercano di cavalcare l’onda rialzista dei prezzi del gas». Al momento non è neppure chiaro quali potrebbero essere gli effetti concreti di un eventuale aumento della produzione nazionale, ormai ridotta ai minimi termini. Secondo le stime del ministero dello Sviluppo economico (Direzione generale per la sicurezza delle attività minerarie ed energetiche) le riserve certe di gas nel sottosuolo italiano ammontano a 44,5 miliardi di metri cubi e quelle probabili a 45,9 miliardi. Al ritmo di estrazione degli ultimi cinque anni, le riserve certe si esaurirebbero «in poco più di otto anni», si legge nella relazione 2020 dell’Arera, l’Authority pubblica dell’energia. Il contributo della produzione italiana è quindi destinato a rimanere a lungo del tutto marginale, perché serviranno tempo e cospicui investimenti per riuscire a sfruttare nuovi giacimenti. Un’attività a forte rischio non solo ambientale, visto che non è affatto detto che le trivellazioni portino alla luce quantità rilevanti di gas, tali da ridurre in modo sensibile la dipendenza dalle forniture estere.

 

Per molto tempo ancora, quindi, il prezzo dell’energia sarà legato agli alti e bassi di un mercato che in questi mesi, come mai prima d’ora, è stato spinto al rialzo dalla pressione di molteplici fattori: l’aumento della domanda, la scarsità delle riserve, le vendite inferiori alle attese da parte della Russia. Gli analisti però segnalano anche un altro fattore che influisce pesantemente sulle dinamiche finanziarie del settore.

Infatti, la Borsa dell’energia elettrica, che serve da riferimento per le bollette, è regolata da un sistema particolare (system marginal price) che fissa i prezzi sulla base delle quotazioni del gas. Se queste ultime si impennano, come è successo di recente, a guadagnare di più, molto di più, sono le centrali che usano fonti rinnovabili, dall’idroelettrico al fotovoltaico, perché hanno costi di gran lunga inferiori rispetto a quelli degli impianti a gas. È una rendita colossale, una torta destinata a lievitare fino a quando non si sgonfierà il rialzo sui mercati internazionali. Questione di mesi, come minimo. Così come non sembra imminente, da parte delle autorità europee e italiane, una correzione dei meccanismi di funzionamento di mercato, in modo che ogni operatore venga pagato sulla base del prezzo che ha offerto in Borsa, a sua volta legato alla fonte energetica utilizzata. Nel frattempo, quindi, alcuni grandi produttori continueranno a fare «profitti fantastici», per usare le parole di Draghi. Enel, per esempio, nei primi nove mesi dell’anno ha venduto energia in Italia prodotta per il 53 per cento grazie a fonti rinnovabili, in gran parte proveniente da centrali idroelettriche. A2A, il gruppo quotato in Borsa che fa capo ai comuni di Milano e Brescia, ha chiuso il terzo trimestre dell’anno con ricavi in forte aumento (più 34 per cento) e ricchi profitti (in crescita del 17 per cento escludendo i proventi straordinari), ma avrebbe potuto guadagnare ancora di più se non avesse seguito una politica di coperture finanziarie che ha di fatto sterilizzato parte dei guadagni. Mentre Erg, la società specializzata nelle rinnovabili controllata dalla famiglia Garrone, già a novembre aveva rivisto al rialzo il ricco utile previsto per il 2021, grazie in particolare al contributo delle attività nell’eolico e nel solare.

 

I dati di bilancio fin qui noti sono ancora parziali: non tengono conto dell’impennata dei prezzi dell’energia che a dicembre hanno raggiunto valori mai visti in precedenza. La Borsa elettrica italiana ha registrato un picco di oltre 500 euro per megawattora, pari a più del doppio rispetto alla media di novembre e a oltre il quadruplo in confronto ad agosto. Di conseguenza sono aumentati anche i costi che gravano su famiglie e imprese. I rincari sono partiti già da luglio, per poi proseguire nel successivo aggiornamento trimestrale di settembre e, da ultimo a fine dicembre. Dalla scorsa estate il governo è già intervenuto tre volte, l’ultima in questi giorni, per alleggerire gli effetti del rialzo dei prezzi dell’energia. Tra sgravi fiscali, aiuti diretti (bonus sociali) e indiretti (rateizzazione dei pagamenti) l’esborso complessivo per le casse dello Stato ammonta a oltre 7 miliardi di euro. In pratica una parte degli aumenti è stata scaricata sulla fiscalità generale con l’obiettivo di tutelare alcune categorie di imprese e i cittadini meno abbienti.

 

In teoria si sarebbe potuto finanziare una parte di queste spese aumentando le imposte sui gruppi che in questi mesi hanno fatto affari d’oro grazie all’aumento dei prezzi dell’elettricità. In Spagna il governo a guida socialista di Pedro Sanchez ha scelto questa strada nel settembre scorso varando una tassa sui cosiddetti extra profitti delle società del settore energetico. Il provvedimento avrebbe dovuto fruttare fino a 5 miliardi di euro, ma è stata corretto e di fatto ritirato nel giro di poche settimane, dopo le proteste delle grandi imprese colpite dal prelievo. Tra queste c’era anche Endesa, controllata da Enel. Un’imposta simile, passata alla storia con il nome di Robin Hood tax, era stata introdotta in Italia nel 2008 su proposta dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Sette anni dopo, nel 2015, la Corte Costituzionale cancellò il prelievo. Da allora, con le quotazioni degli idrocarburi in costante ribasso, nessun politico di governo ha più preso di mira i superprofitti dei colossi dell’energia. In questi mesi tutto è cambiato. I prezzi sono tornati a crescere a gran velocità e con loro anche i «profitti fantastici» (Draghi dixit) dei venditori di gas ed elettricità. Vedremo se tornerà di moda anche Robin Hood.  

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