Avviene circa una volta l’anno che dal nulla il tema dello ius soli torni alla pubblica ribalta e quasi sempre arriva attraverso una dichiarazione inaspettata e considerata “fuori luogo” rispetto al contesto politico. Un terremoto ormai prevedibile, che si manifesta quando il Partito Democratico sente la necessità di riaffermare una propria identità. In crisi, o alle prese con le diverse correnti interne, di anno in anno, fa affidamento sul tema evergreen per rassicurare, a seconda delle necessità, elettori, oppositori o in questo caso oppositori che sono anche alleati. Un tema tanto divisivo come quello della riforma della legge sulla cittadinanza infatti parla chiaro: noi siamo quelli là, non ci confondete e non ci confondiamo. È una carta d’identità in cui c’è scritto progressisti.
Attraverso lo ius soli si parla a sé stessi e a chi si contrappone, raramente il messaggio è rivolto ai diretti interessati. Diventa così uno slogan irrinunciabile, da tirar fuori dal cilindro ogni volta che il gioco si fa duro e vi è la necessità di differenziarsi. Da tempo si sente dire che non deve essere un tema né di destra né di sinistra e che una riforma deve scaturire da un patto tra le diverse forze politiche. Di fatto è il tema che più polarizza le posizioni e proprio per questo viene utilizzato da entrambe le parti come bandiera elettorale per definirsi: si allo ius soli e all’inclusione contro no alla cittadinanza facile e all’invasione.
Questa volta è toccato al neo segretario Enrico Letta rilanciare la potente parola magica e anche lui lo ha fatto in un momento molto preciso. Se infatti Nicola Zingaretti nel 2019 dal palco di Bologna se ne servì per far recapitare ai Cinque Stelle il messaggio che bisognava smarcarsi dal governo “Conte 1” a trazione leghista, infiammando gli animi degli iscritti e facendo storcere il naso agli alleati e non solo, l’ex premier Letta sembra volerla usare oggi per avvertire un po’ tutti che il centrosinistra è tornato. Che è ormai alle spalle l’appiattimento verso gli alleati del “Conte 2” e che deve stare in guardia chi pensa di poter stare tutti insieme appassionatamente sotto la guida del governo Draghi annullandosi. E nessuno meglio di lui oggi può utilizzare l’arma dello ius soli per spaventare i nemici e fare l’occhiolino agli elettori più delusi. È lui che ha promosso l’operazione Mare Nostrum, quella in cui i migranti venivano salvati, che ha nominato per la prima volta nella storia della Repubblica una ministra nera, Cécile Kyenge, la quale ha migliorato alcune misure contenute nella legge sulla cittadinanza attraverso delle semplificazioni. Non gli manca quindi un po’ di cognizione di causa per inaugurare una nuova stagione del centrosinistra nel nome della cittadinanza.
Ma la domanda che si fanno le persone come me, nate e cresciute qui, alle quali quella cittadinanza cambia la vita e non è solo uno slogan, è: oltre ad avere l’ambizione di diventare la carta d’identità o tessera di un partito, ha qualche speranza di trasformarsi in un passaporto valido per coloro che ne hanno un’urgenza reale?
Ci sono ragazzi e ragazze che devono guardare più a strategie di sopravvivenza che a strategie politiche, perché essere stranieri nel proprio Paese ha un impatto quotidiano specifico nelle loro vite.
Ci sarà mai la reale intenzione di restituire a queste persone dignità e prospettive? Sono loro le protagoniste di questa lunga storia non certo d’amore, non la politica. Va chiarito una volta per tutte a chi se ne fa di volta in volta portavoce. Ed è a loro che non si può più dire di stare sereni mentre si parla di loro ma non a loro.