Quando padre Bartolomeo seppe che i suoi confratelli avevano lanciato delle molotov contro la polizia per resistere allo sgombero, pensò che quegli ordigni rudimentali non potevano essere stati progettati dentro le mura del suo monastero. Qualcuno, da fuori, doveva avere portato le istruzioni su come fabbricarli. Allora era il 2013 e un bulldozer della polizia greca varcava i confini dello stato monastico del Monte Athos – un territorio autonomo nel nord della Grecia – per tentare di ripristinare l’ordine nel monastero di Esphigmenou, occupato da una manciata di monaci ortodossi che si erano ribellati al patriarcato di Costantinopoli.
Quasi dieci anni dopo, padre Bartolomeo è ancora convinto che la mano nascosta che aveva permesso ai ribelli di resistere alla polizia fosse quella del partito neonazista di Alba dorata, e che il monastero di Esphigmenou, tuttora illegalmente occupato, continui a rappresentare il porto franco dell’estrema destra greca; uno stato nello stato le cui mura, nelle ultime settimane, potrebbero avere accolto un ospite molto particolare.
Il 22 febbraio scorso l’Interpol ha spiccato un mandato di cattura nei confronti di Christos Pappas, il vicecapo di Alba dorata condannato a tredici anni per avere partecipato a un’associazione a delinquere, scomparso dai radar della polizia greca nell’ottobre scorso, subito prima di essere condotto in carcere.
La fuga del militante neonazista non deve avere colto del tutto impreparate le autorità, se già nel giorno successivo alla sentenza, l’8 ottobre, Makeleio, il giornale simpatizzante di Alba dorata, titolava: «Operazione Oriente dorato: il piano di fuga per non andare in prigione». Altri media della galassia nera, nelle settimane successive, hanno fatto allusioni a una possibile fuga in Russia e infine a una «pista monastica», mentre la polizia greca, per ora, non ha rilasciato commenti sulle indagini.
La cosiddetta pista monastica conduce a una lingua di terra nell’estremità orientale della penisola Calcidica, dove venti monasteri, eretti nel corso dei secoli sulle pendici del Monte Athos, formano uno stato autonomo riconosciuto dalla Costituzione greca. Un rotolo di pergamena custodito nella capitale Karyès, sigillato dall’imperatore bizantino Giovanni Zimisce nel 971, sancisce l’indipendenza perpetua del Monte.
Lo stato accoglie regolarmente pellegrini uomini – mentre alle donne è vietato l’ingresso – che raggiungono la penisola in traghetto, provvisti di un documento di soggiorno. Eppure, nel territorio autonomo non è un mistero che nessuno sia in grado di controllare i sentieri attraverso le montagne che portano al monastero occupato.
La posizione di padre Bartolomeo è quantomeno curiosa: nonostante sia stato nominato igumeno, ovvero priore della comunità religiosa di Esphigmenou, non può mettere piede nel monastero che gli è stato assegnato perché occupato dai monaci ribelli, ed è costretto a riparare in un’altra struttura nella capitale Karyès.
La disputa che turba la quiete del Monte Athos – il punto «più alto del mondo», perché il più vicino a Dio, secondo i suoi abitanti – va avanti dal 1964, quando il Patriarca di Costantinopoli incontrò il Papa a Gerusalemme per annullare le scomuniche che gravavano sulle rispettive Chiese sin dal 1054. Un abbraccio storico che per i monaci ribelli equivaleva ad alto tradimento: la risposta fu l’occupazione del monastero, al tempo tra i meno abitati, e il rifiuto di sottostare all’autorità di Costantinopoli. «Ortodossia o morte» sarebbe stato, da allora in avanti, il motto dei monaci insorti.
Appena la notizia della scomparsa di Pappas è iniziata a circolare sui giornali, il pensiero di Bartolomeo è volato al monastero occupato poiché, come commenta l’igumeno, «Pappas è stato lì in passato. È possibile che abbia utilizzato Esphigmenou come nascondiglio o come trampolino di lancio per la sua fuga, sfruttando il fatto che è un luogo inaccessibile alle autorità greche».
Da quando è avvenuta la ribellione, Esphigmenou è stata posta sotto embargo dallo stato del Monte Athos ed è diventata un’enclave nelle mani dei monaci secessionisti che, in base alle testimonianze, posizionano sentinelle sulla strada, gestiscono la lista degli indesiderati e schedano chi visita la comunità legittima: «I monaci, che non sono più di 35, hanno perfino avviato una pasticceria e si autofinanziano con dolci e piante medicinali», racconta padre Bartolomeo.
Negli ultimi dieci anni, comunque, i religiosi non si sono dedicati soltanto alla gastronomia e alla botanica: hanno intessuto anche fitte relazioni con I militanti di Alba dorata, che nel 2016 aveva addirittura denunciato all’Europarlamento «le ingiustizie subite dal monastero». Lo stesso capo del partito, Nikólaos Michaloliakos, ripreso a sua insaputa nel 2012, si era attribuito l’organizzazione di alcuni raduni di Esphigmenou.
Sull’efficacia di questa alleanza, padre Bartolomeo non ha dubbi: «I monaci fanatici si sono assicurati un partito capace di supportarli sul piano economico e istituzionale, mentre i neonazisti, sfruttando la nomea del Monte Athos, hanno dato una ripulita alla loro immagine».
Nonostante il Monte Athos sia uno stato autonomo, la salvaguardia dell’ordine pubblico al suo interno spetta comunque alle autorità greche. Per questo, nel 2013, la polizia aveva tentato senza successo di sgomberare l’avamposto del monastero, ovvero la sua sede di rappresentanza a Karyès, anch’essa occupata. La risposta dei monaci non si fece attendere: dalle finestre dell’edificio piovvero molotov e un membro della legittima comunità venne aggredito al viso con dello spray al peperoncino.
Da allora, la polizia greca non ha nemmeno tentato di evacuare il monastero vero e proprio costruito di fronte al mare, cinto alle spalle dalle montagne e sopravvissuto nei secoli agli assalti molto più violenti di pirati e ottomani.
Nel 2017 i monaci coinvolti negli scontri sono stati condannati per tentato omicidio e uso di esplosivo, ma al momento della sentenza, nell’aula, le sedie degli imputati erano vuote. Dove siano andati a rifugiarsi i religiosi, divenuti da allora latitanti, non è difficile immaginarlo. Tra i condannati figura anche Metodio, igumeno del monastero occupato, che nel 2016 aveva arringato la folla nel centro di Atene invocando la venuta di «un nuovo Hitler, questa volta greco».
Il suo volto dalla lunga barba figurava in molte foto impugnate dai sostenitori di Esphigmenou che, nel 2017, si erano radunati fuori dal Parlamento per protestare contro la condanna del tribunale: tra i manifestanti, in prima fila, spiccavano i dirigenti di Alba dorata.
Ancora oggi l’alleanza tra i monaci ribelli e l’estrema destra non si è interrotta: prosegue, come spiega padre Bartolomeo, attraverso la collaborazione con gruppi locali come Ieros Lochos 2012, un’organizzazione neonazista nata nella città di Larissa che si è fatta conoscere per le aggressioni ai gay pride e alle compagnie teatrali colpevoli di mettere in scena «spettacoli blasfemi» come “L’ora del diavolo” di Fernando Pessoa.
Su Facebook, la pagina dei sostenitori dell’occupazione accoglie il visitatore con una miscela di icone ortodosse, ricette per ottenere il perfetto uovo al tegamino con feta, video che condannano il patriarca serbo per avere baciato la mano di papa Francesco e appelli a sostenere «i monaci bisognosi» attraverso versamenti bancari.
Come spiega un loro portavoce laico, infatti, i monaci ribelli si definiscono «vittime di un’eclatante violazione dei diritti umani perpetrata attraverso l’embargo dal Monte Athos». Per quanto riguarda i sospetti su Pappas, invece, il portavoce commenta: «Esphigmenou è un monastero, di conseguenza non chiede un certificato di intenti politici al suo ingresso. Ma non abbiamo mai permesso al luogo di diventare un ricettacolo di fuggiaschi».
Pappas, comunque, non è l’unico condannato di Alba dorata a essere lontano dal carcere: l’europarlamentare Ioannis Lagos si trova ancora a Bruxelles, in attesa che gli venga revocata l’immunità politica. L’ufficio stampa del Parlamento europeo fa sapere che «viene fatto il possibile per accelerare le pratiche, tenendo conto della complessità della procedura».
Lo stesso sito di Alba dorata continua ad essere attivo su internet: promuove eventi come la commemorazione di un metropolita simbolo della lotta contro «il bulgaro straniero» o la sponsorizzazione del nuovo libro di Michaloliakos, scritto nei primi mesi di carcere.
Dopo che il partito è stato condannato dal tribunale, parte dei suoi voti sono confluiti nel governo di Nea Dimokratia, che ha affidato due ministeri a noti esponenti dell’estrema destra. E mentre alcuni giornali dell’ambiente, orfani di un capo, auspicano la «riunificazione» sotto la guida dell’ottantenne Kostas Plevris, figura storica del regime dei colonnelli, Alba dorata annuncia dal suo sito che il 2021 sarà «l’anno zero dei nazionalisti». Chissà se i monaci asserragliati a Esphigmenou – che utilizzano il desueto calendario giuliano – sono sincronizzati sulla stessa data.