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Mondo
luglio, 2021

Perché la Cina ha deciso di fare la guerra ai Bitcoin

La decisione di Pechino di vietare la criptovaluta ha ragioni ecologiche e politiche

Il 20 maggio 2021 sarà ricordato come il “bitcoin armageddon”: dal suo valore di circa 57mila dollari, la criptovaluta ha cominciato a scivolare sempre più in basso, fino ad arrivare alla soglia dei 36mila dollari con una perdita giornaliera dell’11,30%. Inizialmente la causa di questo capitombolo è stata addebitata a un messaggio su Twitter di Elon Musk nel quale annunciava che il bitcoin non valeva più come moneta utilizzabile per comprare le sue auto Tesla. Ma ben presto la causa scatenante (con conseguenze globali) è stata identificata nella decisione della National Internet Finance Association of China, della China Banking Association e della Payment and Clearing Association of China che proprio il 20 maggio hanno vietato alle banche cinesi di operare con le criptovalute. Si tratta di un divieto - in teoria - totale: non si potrà neanche fare pubblicità delle criptovalute. Poi è arrivata la chiusura di oltre mille account che sui social cinesi si occupavano, in vario modo, di bitcoin. E infine la caccia ai “bitminers”, le aziende che estraggono i bitcoin guadagnando nelle transazioni e consumando quantità record di energia.


Ed è partita la fuga. Alcuni hanno già sottoscritto nuovi contratti in Kazakistan. Altri stanno preparandosi ad andare in Canada o nei paesi del Nord Europa. Le aziende che nelle ultime settimane hanno cominciato a scappare dalla Cina sono i moderni intermediari del bitcoin: la loro attività è definita “mining” perché gestendo le transazioni, i pagamenti in bitcoin, elaborano una mole gigantesca di dati per “estrarre”, e in sostanza per creare, i bitcoin.

 

Elaborare questi dati necessita di calcolatori potentissimi che consumano parecchia energia: secondo Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index, le attività annuali di mining consumano 121,36 terawattora (TWh) di corrente elettrica, quanto l’intera Argentina, e sono responsabili del consumo dello 0,5% di tutta l’energia elettrica prodotta nel mondo. E il posto dove l’energia costa meno è la Cina, diventata una sorta di gigantesca Zecca di criptovalute.

 

Il gigante asiatico fino ad oggi costituiva il 65% del totale delle attività dei “miners” concentrate in quattro regioni, Xinjiang, Mongolia interna, Sichuan e Yunnan; l’energia idroelettrica del Sichuan e dello Yunnan li rende la mecca delle energie rinnovabili, mentre lo Xinjiang e la Mongolia interna ospitano molte delle centrali a carbone cinesi. Il resto è distribuito tra Stati Uniti, Alberta, Terranova e Quebec in Canada, Islanda, Scandinavia settentrionale (Norvegia e Svezia), Caucaso (Georgia e Armenia) e il distretto federale siberiano della Russia.

 

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I guadagni dei “bitminers” sono basati su una sorta di “prezzo fisso” dell’estrazione, deciso in origine dal protocollo inventato dal creatore dei bitcoin, Satoshi Nakamoto e calcolato sulla base di quanti milioni di bitcoin si possono realizzare in totale, cioè 21 milioni da raggiungere nel 2140 circa. La velocità di creare nuovi bitcoin è standard, per questo l’elemento fondamentale nel determinare i guadagni di queste aziende è il costo dell’energia elettrica. E per questo motivo - ad esempio - l’Italia non è un luogo adatto per le attività di mining, mentre lo è il Texas dove i prezzi dell’energia sono i più bassi del mondo e dove la quota di energie rinnovabili sta crescendo nel tempo, con il 20% del totale proveniente dall’eolico. Inoltre in Texas l’energia è deregolamentata: ognuno può scegliersi il fornitore di energia che preferisce. Infine, specie rispetto alla Cina, la politica locale non è avversa, anzi, ai bitcoin.


Una cartina di tornasole del giro d’affari di cui si sta parlando è quello delle cosiddette “bitcoin exchanges”, piazze di scambio dove si incontrano la domanda e l’offerta: secondo stime di Bloomberg del 2019 Binance con sede a Tokyo e OKEx con sede a Hong Kong gestiscono scambi pari a circa 1,7 miliardi di dollari al giorno. Poi ci sono Huobi, Bitfinex, Upbit e Bithumb, che hanno tutti sede in Asia, che gestiscono scambi tra 600 milioni e 1,4 miliardi di dollari al giorno.


Insieme alla decisione di vietare i pagamenti, la Cina ha anche proibito l’attività di mining, portando molte aziende a guardare altrove, a cercare altre zone del mondo dove “estrarre” a costi energetici sostenibili i bitcoin. O a modificare il proprio business: Huobi - uno dei big del settore estrattivo - ha affermato di aver interrotto i suoi servizi di mining in Cina, sospendendo anche la vendita di hardware e hosting.

 

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Le avvisaglie non erano mancate: già nel 2013 e nel 2017 la Cina aveva dichiarato che non avrebbe più consentito gli scambi in criptovaluta e successivamente anche le attività di mining; di recente la Mongolia interna, una delle zone più ambite dai miners (una delle più grandi aziende di mining al mondo è mongola) aveva vietato le attività e non solo, perché il governo ha creato una piattaforma nella quale i cittadini possono denunciare aziende sospettate di svolgere attività di mining. Dati questi precedenti, poi smentiti perché la Cina ha finito per tollerare le criptovalute perché finanziavano, molto pragmaticamente, una vasta rete di aziende nazionali, c’è da chiedersi perché si ritiene che invece, questa volta, la decisione della Cina potrebbe essere finale e portare davvero a un cambiamento epocale nella storia dei bitcoin. Ci sono due ragioni specifiche: il consumo energetico e i nuovi obiettivi cinesi in tema di emissioni e il lancio definitivo (che nel 2013 e nel 2017 non era ancora effettivo) dello yuan digitale.


Nel nuovo piano quinquennale la Cina ha annunciato «zero emissioni» entro il 2060; il governo di Xi Jinping ha quindi messo sotto torchio i consumi dei data center e ora sembra voler prendere di petto anche quelli del mining. Uno studio di alcuni ricercatori dell’università Tsinghua di Pechino (la più prestigiosa del paese) pubblicato nell’aprile del 2021 era piuttosto chiaro al riguardo: le emissioni di carbonio associate all’estrazione di bitcoin sono aumentate e presto supereranno le emissioni totali annuali dei paesi europei di medie dimensioni. La carbon footprint totale dell’estrazione di bitcoin in Cina raggiungerà il picco nel 2024, rilasciando circa 130 milioni di tonnellate di carbonio. Da qui al 2024 l’estrazione di bitcoin in Cina richiederà 297 terawattora di energia e rappresenterà circa il 5,4% delle emissioni di carbonio derivanti dalla generazione di elettricità nel paese.

 

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Dalla ricerca emerge che «complessivamente, da tutte le attività di estrazione di bitcoin in Cina, il 40% è alimentato dal carbone», concludendo che «dato l’impegno della Cina a raggiungere l’obiettivo di zero emissioni di carbonio del 2060, sarà necessario attuare regolamenti per ridurre le emissioni di carbonio derivanti dall’estrazione di bitcoin e dai futuri settori emergenti». Anche per questi motivi come ha dichiarato a Cnbc il socio fondatore di Castle Island Ventures, Nic Carter - sebbene non sia del tutto chiaro come la Cina gestirà i prossimi passi - «sembra che stiamo passando dalla dichiarazione politica all’effettiva attuazione in un tempo relativamente breve».


Il modo in cui viene misurato questo esodo è analizzare il cosiddetto “hashrate”, il termine utilizzato per descrivere la potenza di calcolo di tutti i minatori nella rete bitcoin. Dato il calo dell’hashrate, sembra probabile che le installazioni vengano disattivate in tutto il paese. Altri bitminers hanno dichiarato di voler lasciare il paese per evitare di dover affrontare periodicamente i divieti in Cina.

 

La grande novità rispetto ai divieti precedenti, infatti, è il lancio dello yuan digitale, ormai una realtà in Cina: dopo alcune sperimentazioni i “wallet” virtuali cominciano a “girare” sulle app principali dei pagamenti on line - come WeChat e Alipay - così come - in alcune regioni - gli stipendi vengono già erogati in valuta digitale. Su questo tema, però, la discriminante rispetto ai bitcoin è politica oltre che economica: la blockchain, ovvero il sistema distribuito su cui «navigano» i bitcoin e creato proprio per tagliare fuori i circuiti bancari tradizionali, nonché anonimo e crittografato, costituisce quanto di più lontano dalla mentalità e dalla pratica del partito comunista cinese: la decentralizzazione non rientra propriamente nelle corde del sistema di Pechino.

 

Lo yuan digitale, infatti, è erroneamente definito la «criptovaluta cinese» in quanto in è realtà completamente centralizzato e gestito dalla banca centrale cinese che, come ogni altro organo governativo e statale del paese, può accedere in qualsiasi momento ai dati che finisce per gestire. Il bitcoin diventa dunque un problema di natura economica, corroborato da alcuni rischi politici inammissibili da parte del Pcc. Per questo, forse, l’ultimo stop annunciato da Pechino a tutto l’ecosistema cinese di bitcoin potrebbe essere quello decisivo. Anche perché dietro lo yuan digitale Pechino nasconde la sua più grande aspirazione a livello economico globale: internazionalizzare la propria moneta a scapito del dollaro.

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