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Mondo
giugno, 2021

I cento anni del Partito comunista cinese: il gattopardo che cambia tutto per non cambiare affatto

Nato in un sottoscala a Shangai nel luglio del 1921, ha mutato pelle mille volte per mantenere il potere, fino a diventare il nuovo Impero. Tra repressione, ferocia e svolte economiche. E si prepara alla sfida finale contro gli Stati Uniti

Non è il partito comunista più longevo al mondo. Non ancora almeno. Ma è di gran lunga il più efficace. Il partito comunista cinese compie questo luglio un secolo di vita.

 

Di strada ne ha fatta tanta dalla stanzetta del sottoscala di Shanghai in cui è stato fondato nel 1921 sulle rovine della secolare dinastia cinese. Talmente tanta che di quella struttura di potere è oggi riuscito a ricrearne i meccanismi di comando in chiave moderna e, nel farlo, a trasformare Pechino in una potenza mondiale che nessuno può permettersi di ignorare. Il Partito comunista cinese è diventato il nuovo Impero. E il dittatore Xi Jinping ne è il volto più potente e spietato, determinato a riportare il Paese “al centro (del mondo)”, traduzione letterale di Cina in cinese.

 

A Pechino nessuno ha dubbi su fatto che questo sarà il secolo cinese così come il Novecento era stato americano e l'Ottocento europeo, ci fosse stata allora la nozione d'Europa. Ogni cento anni cambia la potenza mondiale, aveva detto Henry Kissinger, e il Partito aveva preso nota. Oggi, convinto che l'Occidente sia in un declino inesorabile, presenta il modello economico e politico su cui ha strutturato la sua società come quello che riporrà in un cassetto il capitalismo e la democrazia, considerati orpelli del passato alla stregua del comunismo sovietico.

 

Non è chiaro ancora se Pechino nei prossimi anni riuscirà davvero a strappare lo scettro a Washington, distruggendo l'attuale ordine mondiale e rimpiazzandolo con l'ordine del suo Partito-Stato. Molte cose dovranno ancora cambiare, incluso il ruolo della moneta nazionale, a cui è impedito di fluttuare liberamente e diventare davvero un'alternativa al dollaro.

 

Ma intanto, in questi cento anni, il Partito è riuscito a rimanere saldamente al potere e a trasformare una realtà rurale in un'economia digitale. Lo ha fatto secondo la logica gattopardiana del cambiare tutto perché nulla cambi. Un Gattopardo col volto del Dragone. Abilissimo e feroce. Per mantenere la presa sul potere e la sua permanenza nel tempo il Partito ha saputo sia adattarsi sapientemente ai nuovi tempi e alle loro esigenze, tenendo ben saldo in testa l'unico obiettivo, la cresciuta economica, sia adoperare la forza senza remora o pentimento alcuno, per eliminare qualsiasi minaccia al suo potere assoluto.

 

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Il primo grande momento di svolta è stato quello in cui il presidente cinese Deng Xiaoping decise nel 1978 di abbracciare la dinamica capitalista dell'economia (ma non l'ideologia che vi stava dietro) per traghettare la Cina fuori dalla melma della povertà. «Non importa che sia bianco o nero, l'importante è che un gatto acchiappi i topi», divenne la giustificazione ideologica del cambio di paradigma per acquisire quella spinta economica che alla fine degli anni Settanta la Cina comunista da sola non avrebbe mai generato. Aprendosi agli investimenti e alla tecnologia straniera oltre che agli investimenti privati, Pechino abbandonò il modello perdente dell'Unione sovietica senza mai rinnegare le proprie fondamenta socialiste. Il grosso dell'economia rimaneva saldamente nelle mani delle imprese di Stato ma importando, e a volte copiando senza scrupoli , tecniche manageriali e tecnologie sviluppate in Occidente, Pechino recuperava decenni di sviluppo economico in pochi anni. Un modello di successo ribattezzato col termine “socialismo con caratteristiche cinesi”. Cambiare il significato alle parole perché nulla cambi davvero.

 

Con la crescita economica delle grandi città e l'apertura agli stranieri e al loro modo di pensare, crebbe internamente anche la domanda di maggiore libertà individuale. Economica e di pensiero. Ed è lì che il Partito mostrò il volto feroce e il 4 giugno del 1989, soppresse nel sangue qualunque tipo di rivendicazione economica degli operai o politica degli studenti. Divenne chiaro allora che l'apertura cinese fosse strumentale solo allo sviluppo economico. I diritti rimanevano quelli che il Partito concedeva, subordinando le esigenze popolari alla propria sopravvivenza.

 

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Gli anni Novanta furono forse i più tumultuosi e redditizi della recente Storia cinese. Quelli in cui manciate di contadini intelligenti e furbi, capaci di individuare tanto le opportunità quanto i limiti, costruirono fortune immense, sfruttando le autostrade economiche aperte dai leader. Erano gli anni in cui i nuovi ricchi cinesi indossavano i vestiti con la targhetta sulla manica per far vedere che potevano permettersi un abito europeo o che scambiavano la bici con l'automobile per entrare di corsa nel nuovo Millennio. Gli anni in cui l'Occidente poteva ancora permettersi di guardare alla Cina e alle sue usanze antiche con un misto di compassione e paternalismo. Gli anni in cui milioni di cinesi cominciarono a sfuggire alla povertà. La Cina, diventata culla manifatturiera del mondo, agli occhi esterni, sembrava sulla buona strada per entrare nell'ordine mondiale costituito e fare suo l'ordine liberale americano. Queste furono le basi con cui nel 2001 fu ammessa nell'Organizzazione mondiale del commercio con termini a lei estremamente favorevoli. D'altronde la crescita economica mondiale sembrava essere sfuggita alla logica del “somma zero": più cresceva la Cina, più crescevano le economie di chi con la Cina aveva intessuto strette relazioni commerciali, in Asia, ma anche in Europa, basta chiedere a Francia e Germania che già nel 2002 erano i Paesi europei con i maggiori investimenti esteri in Cina.

 

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Ma tra il 2002 e il 2006, a quindici anni dalla strage di Tiananamen, cominciarono a diffondersi le ong in soccorso di chi rimaneva tagliato fuori dal progresso economico consentito dal Partito: i migranti sfruttati nelle città, chi perdeva casa e campo in nome della crescente urbanizzazione, chi moriva di un cancro causato dalle nuove industrie o chi chiedeva maggiore trasparenza nelle modalità di accaparramento delle ricchezze. La distanza tra ricchi e poveri aveva preso a superare quella della capitalista America. Le ingiustizie si moltiplicavano ma politici locali e poliziotti corrotti non muovevano un dito.

 

Uno dopo l'altro, giovani avvocati, dottori, dissidenti, premi Nobel sparirono nelle prigioni cinesi. Di loro non è più rimasta traccia. Quelle voci che lottavano per una società non solo più ricca ma anche più giusta oggi sono mute. Il Partito aveva dato loro spazio per un quinquennio nella misura in cui avevano aiutato l'opinione pubblica a sostenere la causa nazionale della costruzione di un futuro migliore. Quando hanno rischiato di trasformarsi in fonte di instabilità sono state spente senza incertezza. Ancora una volta il volto feroce del Gattopardo. Poco dopo, nel 2008, toccò al Tibet, la cui rivolta contro la propria diluizione etnica fu ancora una volta soppressa nel sangue. Esattamente quattro mesi prima di quelle Olimpiadi che consacrarono la Cina nuova protagonista dell'economia mondiale. Un decennio dopo lo stesso schema fu applicato agli uiguri, la minoranza islamica.

 

Tra la repressione tibetana e quella Uigura è cambiato il leader cinese ma non la logica di governo. Semmai Xi Jinping, considerato oggi il presidente comunista più feroce dopo Mao, ha velocizzato repressioni e cambiamenti, cercando di eliminare sul nascere le minacce. Dalla democrazia di Hong Kong allo strapotere dei giganti informatici come Alibaba e Tencent, cruciali per un futuro da superpotenza ma destabilizzanti se non sottomessi alla politica.

 

La sua velocità di reazione era stata chiara fin da quando, appena salito al potere, aveva fatto fuori il governatore Bo Xilai, che, riportando in auge la vecchia retorica comunista, aveva trovato ampio consenso popolare a scapito del pensiero unico del Partito. Peccato capitale. «Non ci sarà una Nuova Cina senza il Partito comunista cinese», ripete il governo.

 

Ma i prossimi anni non saranno facili. Dopo anni di grande cautela, il Partito con Xi ha deciso di giocarsi il tutto per tutto e sfidare apertamente l'ordine liberale stabilito dagli Usa, definiti «potenza in declino» da Pechino. Ora dovrà dimostrare di essere davvero pronto a prenderne il posto. Esportando il proprio modello di economia illiberale e continuando a creare prosperità per la Cina senza mettere a repentaglio quella del resto del mondo. Una sfida tutta in salita. Tanto più che gli Usa non sono convinti di essere su una parabola discendente e hanno già preso a dar battaglia. Non è detto che al Partito per continuare a sopravvivere basterà soltanto l’ennesima “gattopardata”.

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