Attualità
luglio, 2021

Caro Calella, fu la repressione a imporre i confini del deserto di oggi

“C’era l’impronta di un laboratorio politico a cielo aperto, in cui si fondevano passioni e idealità. Questo impasto dava ai movimenti una forza diffusa nel Paese. Ed era questo l’obiettivo delle violenze di Genova: impedire che il movimento diventasse politica”. Il direttore de L’Espresso replica all’intervento di Jacobin Italia

Ringrazio Giulio Calella, cofondatore e presidente di Edizioni Alegre e componente del desk di Jacobin Italia, per questo intervento che riprende alcuni concetti già espressi a caldo sul sito di Jacobin. Un giornale serve a questo, a ragionare, discutere, se necessario a polemizzare, è un confine aperto e esposto, non una frontiera da presidiare.

G8 / Vent’anni dopo
Caro Damilano, l’antipolitica non è nata a Genova
18/7/2021

Quando abbiamo immaginato un lavoro a puntate sui venti anni del G8 di Genova ci proponevamo due obiettivi. Fornire una ricostruzione rigorosa e veritiera su quanto successe in quelle giornate di luglio: i tre articoli di Simone Pieranni su piazza Alimonda, scuola Diaz e caserma Bolzaneto rappresentano una pagina di grande giornalismo e resteranno come testimonianza per i tanti ragazzi e ragazze che non erano ancora nati nel 2001. A loro, a chi oggi sente intollerabili le ingiustizie nel mondo, a chi non c’era abbiamo dedicato questi numeri speciali con la copertina di Zerocalcare.
Con l’intervento di Massimo Cacciari, l’intervista di Federica Bianchi ad Alexis Tsipras, il reportage di Matteo Macor dalla scuola Diaz venti anni dopo volevamo raggiungere il secondo obiettivo, aprire un dibattito culturale e politico. Liberare il movimento di Genova dal fantasma della repressione. Con questo spirito rispondo a Calella che contesta la mia definizione del G8 di Genova come di un Sessantotto durato 48 ore e che ci sia stato un rapporto diretto tra la fine di quel movimento e la nascita di una potente corrente anti-politica sfociata nel Vaffaday di Beppe Grillo del 2007 e poi nel Movimento 5 Stelle.


C’ero anch’io in quei momenti che seguirono Genova e che Calella ricorda: la marcia della pace Perugia-Assisi del 2001, con i capi del centro-sinistra contestati dal corteo per aver votato in Parlamento poche ore prima il via libera alla missione in Afghanistan che ora si conclude, la manifestazione della Cgil del Circo Massimo del 23 marzo 2002, il Social forum di Firenze del novembre 2002, la immensa manifestazione della pace di sabato 15 febbraio 2003, con le bandiere arcobaleno in ogni angolo del Paese.
Sembrò che quei movimenti potessero unirsi, dopo aver marciato divisi: i giovani dei social forum e i metalmeccanici della Fiom con i professori dei girotondi, i cattolici delle reti pacifiste come Lilliput e i partiti. Sì, i partiti. Perché è vero che i vertici dei Ds predicavano la rivoluzione liberale e il blairismo, salvo poi ripensarci qualche lustro più tardi. Ma Calella dimentica che per le strade di Genova e nelle manifestazioni successive c’erano perfino deputati e senatori eletti nelle liste del centro-sinistra, alcuni di loro volavano perfino a Porto Alegre, e c’erano soprattutto la base, le organizzazioni giovanili, i territori, i sindacati. Senza i quali non sarebbe potuto nascere un movimento di massa.
Se sfoglio i miei appunti di quegli anni trovo le conversazioni con padre Alex Zanotelli, Gino Strada, Tiziano Terzani. L’impronta di un laboratorio politico a cielo aperto, in cui si fondevano passioni e idealità, accanto a molte ingenuità e contraddizioni. Era questo impasto a dare ai movimenti una forza diffusa nel Paese. Ed era questo l’obiettivo della repressione di Genova: impedire che il movimento diventasse politica, rinchiuderlo in un perimetro asfittico di protesta o di testimonianza, ma senza possibilità non solo di vittoria, ma anche di intercettare le domande di cambiamento che si agitavano in quell’alba di millennio. Cambiamento politico, sociale, economico, culturale, com’è stato il lungo Sessantotto italiano, durato più di una generazione.
Questa dimensione richiedeva una catena umana pluralista e complessa da governare perché orizzontale, senza leadership, e domandava che partiti, sindacati, movimenti e società civile in quella catena provassero a tenersi per mano. Una volta che la catena è stata spezzata, con la violenza di Stato benedetta dai governi di destra di quella stagione, è stato più facile isolare e sconfiggere tutti.
Certo, in quel movimento convivevano tante forze in contrasto tra loro. E non si può dire cosa sarebbe nato dal loro rimescolamento. Dare tutta la colpa alla polizia non serve dunque a creare alibi per una grande occasione mancata di cui portano responsabilità prima di tutto i protagonisti.


La questione è una sola: perché da quel laboratorio non è nata un’altra politica, un’altra sinistra? Dal Sessantotto, quello lungo, rimase un’eredità controversa ma vitale. Tra il 2001 e il 2007 sono successe tante cose, anche se è surreale sentir rivendicare (non da Calella, non su Jacobin) tra i successi del dopo-Genova la nascita del secondo governo Prodi da parte di chi contribuì a rovesciare quell’esperienza ed è passato da Trotsky a Conte senza troppe crisi di identità e senza nessun travaglio. È successo che i partiti del centro-sinistra, i Ds e la Margherita, hanno interpretato il loro ruolo come gestione e conservazione dell’esistente sul piano ideologico. Mentre Rifondazione comunista che predicava di voler cambiare tutto, in realtà si preoccupava soprattutto di conservare la propria classe dirigente, a cominciare dall’ascesa di Fausto Bertinotti alla presidenza della Camera, non esattamente la postazione privilegiata per mutare gli equilibri di potere, semmai per pietrificarli. Non ritengo successi del movimento l’elezione di Vittorio Agnoletto al Parlamento europeo e soprattutto la nomina a deputato con il Porcellum di Francesco Caruso, che forse negli anni successivi avremmo ritrovato nelle liste del Movimento 5 Stelle. Non credo che il movimento avesse sfilato a Genova per raggiungere questi risultati.


Credo che aver interrotto una difficile esperienza di governo per difendere i gruppi dirigenti di partito e di micro-corrente (che è ancora peggio anche quando si simula radicalità) sia stato un errore disastroso che ha aperto la strada al governo della destra e a una sinistra senza più identità e radicamento. E credo che la separazione tra i partiti e i movimenti sia stata una tragedia. Ha reso i partiti più chiusi, più immersi nelle loro labirintiche logiche di perpetuazione del potere. E ha reso i movimenti più soli e più auto-referenziali.
Quando infine sono arrivati i profeti dell’anti-politica hanno trovato un terreno deserto. Nel 2011 la vittoria dei referendari sull’acqua pubblica (che anch’io ho ricordato come momento importante citando Stefano Rodotà) fu utilizzata dal Movimento 5 Stelle: l’acqua pubblica era la prima delle cinque stelle del simbolo. Noi non abbiamo avuto Alexis Tsipras e Pablo Iglesias, e neppure il socialista Pedro Sanchez, ma Luigi Di Maio e Matteo Renzi, leader coetanei o addirittura più giovani della generazione Genova 2001 ma che rappresentano la politica dei nostri tempi, individualista, conformista, desiderosa di approvazione, maschilista. Una vicenda di affermazione personale, non la lotta collettiva che richiedono il cambiamento climatico, i licenziamenti, lo sfruttamento del lavoro, il precariato, i territori che muoiono senza rappresentanza. Restano le forze di resistenza nella società che fanno politica, che sono l’altra politica, li raccontiamo ogni settimana, in questa opera di ricucitura di relazioni nel paese sfibrato. Ma questi venti anni di rimozione non li possiamo dimenticare.  

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