Dopo vent’anni la memoria fa brutti scherzi. Sarà per questo che sta emergendo una singolare lettura delle vicende del movimento che vent’anni fa invase le strade di Genova. Serpeggia l’idea che si sia trattato di un movimento morto nella culla sotto i colpi della repressione, di «un Sessantotto accelerato, durato 48 ore», come lo ha definito il direttore dell’Espresso nell’editoriale del primo dei tre numeri dedicati a Genova.
L’Espresso ha il merito di aver preso una posizione chiara sulle violenze della polizia di quei giorni, ma a lasciare interdetti è la lettura del movimento del 2001: secondo Marco Damilano la traumatica repressione di quei giorni determinò «il riflusso di chi aveva allora venti o trent’anni e che non ha più voluto sapere di un’impresa collettiva dopo l’incontro con la politica e con le istituzioni violento e bugiardo. Genova è anche questo: l’occasione perduta, la fine dell’impegno, la voragine. Il buco nero in cui è precipitato tutto».
IL CONTRARIO DEL RIFLUSSO
Sono fra quelli che a Genova 2001 aveva poco più di vent’anni, come la maggioranza di chi provava da via Tolemaide a scendere verso piazza Alimonda dove, a 23 anni come noi, perse la vita Carlo Giuliani. Eppure dopo quel luglio 2001 ho visto l’esatto contrario del riflusso. Uscimmo da Genova non da semplici vittime ma forti della speranza suscitata da quel movimento e della rabbia e indignazione per quella stessa repressione, che già il 21 luglio portò in piazza numeri inaspettati pur di fronte alla paura e alla morte del giorno precedente.
Fu quel che ci trascinò nel biennio 2001-2003: le drammatiche giornate di Genova furono una spinta formidabile che moltiplicò in modo entusiasmante la partecipazione, nacquero Social forum in ogni città, si aprirono una miriade di vertenze differenti tra loro, momenti di discussione con migliaia di persone e ci furono, una dietro l’altra, manifestazioni che segnano ancora oggi i più grandi eventi di piazza della storia del nostro paese. Il Social forum europeo di Firenze del novembre 2002 ebbe una manifestazione conclusiva con 500 mila persone, più del 21 luglio a Genova; il 15 febbraio del 2003 ci fu la più grande manifestazione della storia del nostro paese con tre milioni di persone in piazza contro la guerra, in una giornata globale che portò il New York Times a definire quel movimento «la seconda superpotenza mondiale»; quello stesso movimento influenzò non poco la battaglia della Cgil di Sergio Cofferati contro la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che nel marzo 2002 riempì il Circo Massimo con la più grande manifestazione sindacale di sempre e bloccò quella riforma. In mezzo ci furono i Social forum mondiali, la capacità di rinnovare i contenuti e le forme della partecipazione politica e del conflitto sociale, la moltiplicazione di collettivi studenteschi, nuove occupazioni di Centri sociali, la nascita di riviste e case editrici, percorsi di comunicazione autogestita che rivoluzionarono il web come quello di Indymedia. Senza citare le tantissime lotte ambientaliste, femministe e territoriali.
CHI HA PRODOTTO LA DISILLUSIONE
Esiste anche una versione radicale dell’interpretazione del movimento di Genova come un «Sessantotto di 48 ore», quella di chi ebbe la sensazione di aver vissuto in quei giorni un tentativo di insurrezione abortito a causa della violenta repressione, e che giudica troppo poco propensa allo scontro di piazza, e quindi politicamente addomesticata, l’enorme partecipazione degli anni successivi. Nella versione di Damilano invece questa lettura finisce per rimuovere non solo il movimento ma anche le responsabilità di fronte a esso dei partiti della sinistra. A causa di quella repressione, scrive il direttore dell’Espresso, «una generazione è rimasta senza politica. Ed è finita nell’anti-politica»: il massacro sul nascere di un movimento che immaginava un’altra politica avrebbe prodotto una sfiducia generazionale tale da favorire la nascita del populismo in salsa grillina.
Colpisce la discordanza dei tempi della sua ricostruzione: il «Vaffaday» da cui nascono i Cinque stelle risale in realtà al 2007, ossia al tempo del secondo Governo Prodi che nel 2006 era riuscito, per il rotto della cuffia, a battere Berlusconi dopo cinque anni di intensi movimenti sociali, e che in pochi mesi aveva creato delusione e sfiducia nella possibilità di una reale alternativa.
Del resto Damilano sorvola sul fatto che il più grande partito della sinistra – i Democratici di sinistra (Ds) – in quel luglio non solo non era in piazza ma era dalla parte del G8. Tra gli otto grandi infatti non c’erano solo gli invisi George W. Bush e Silvio Berlusconi, ma anche il leader dei socialdemocratici tedeschi Gerard Schröder e quello del Labour party inglese Tony Blair, il teorico della «terza via» visto come esempio vincente dai principali dirigenti dei Ds. Erano affascinati dalle «magnifiche sorti e progressive» della globalizzazione liberista, con un entusiasmo da neofiti per il libero mercato. E pochi mesi dopo, a seguito dell’attacco dell’11 settembre, si precipitarono compatti a sostenere Bush nella guerra in Afghanistan.
Ma Damilano non sorvola solo sulle responsabilità dei partiti di centrosinistra ma anche su quelle della sinistra radicale che di quel movimento fu parte attiva. Il portavoce del Genoa Social Forum Vittorio Agnoletto fu eletto nel 2004 al Parlamento europeo così come nel 2006 divenne deputato uno dei leader del No Global Forum del marzo 2001 a Napoli, Francesco Caruso, entrambi eletti nelle liste di Rifondazione comunista. Del resto, nella crescente conflittualità sociale del biennio 2001-2003, fu importante il ruolo di quel partito e del suo leader Fausto Bertinotti, fino alla sua parabola dentro il governo Prodi durante il quale divenne presidente della Camera e, in poco tempo, da leader politico più vicino ai movimenti si trasformò in quello da questi più odiato.
Troppo comodo dunque dire che fu la polizia a produrre il riflusso. Se oggi ci tocca «vivere in un paese senza sinistra» (titolo del primo numero di Jacobin Italia) a causa della repressione, possiamo farci ben poco e di certo non possiamo rimproverarci nulla, né chi fece parte di quel movimento né chi ne stava fuori. Se quel movimento è stato un lampo di 48 ore, non si può nemmeno imparare nulla dai preziosi contenuti e dalle pratiche espresse, che nel migliore dei casi non furono colti, nel peggiore furono esplicitamente contrastati dalla sinistra politica.
Quel movimento in realtà entrò in difficoltà nel 2004 per la bruciante impotenza di fronte all’escalation della guerra in Iraq nonostante i milioni di persone in piazza e per la difficoltà a ottenere risultati concreti. Ma senza dubbio la nascita del nuovo centrosinistra fu decisiva per creare la progressiva disillusione verso una politica sorda. Un movimento antisistema incontrò da un lato una sinistra moderata vogliosa di rappresentare il sistema, dall’altra una sinistra radicale che a un certo punto non seppe proporre altro che il «meno peggio», con un governo formalmente di sinistra che continuava a gestire il neoliberismo proprio nel momento in cui, a partire dal 2007, quel sistema entrava in una profonda crisi economica che accresceva le diseguaglianze e rendeva ancor più urgente un’alternativa. Fu questa delusione a far apparire più credibile come forza antisistema chi, pur non proponendo politiche radicalmente alternative, sosteneva di voler sostituire i politicanti con gli onesti cittadini.
Oggi che anche la parabola grillina è in crisi, mostrando la debolezza di un discorso diversivo rispetto alle contraddizioni delle società a capitalismo avanzato, andrebbero non rimossi ma riscoperti quegli anni di movimento, analizzandone le potenzialità politiche e la lunga gittata che hanno avuto sui movimenti e le culture politiche successive.
Solo una riflessione non vittimista o volta alla rimozione può rendere fecondo questo ventennale per ricostruire su basi nuove una politica in grado di ambire ancora a un altro mondo.
*Jacobin Italia