Luigi Pirandello, seminascosto, osserva gli attori di una compagnia amatoriale durante le prove di uno spettacolo. Spia gesti, parole, la vita che scorre davanti ai suoi occhi. E da quel meraviglioso caos trova l'ispirazione per scrivere “Sei personaggi in cerca di autore”. Quegli attimi di spaesamento e nello stesso tempo di illuminazione sono momenti centrali del film dedicato allo scrittore siciliano: “La stranezza”, regia di Roberto Andò, con Toni Servillo nel ruolo di Luigi Pirandello, Salvo Ficarra e Valentino Picone nei panni di Onofrio e Sebastiano (due becchini che per diletto fanno teatro), e con tanti altri attori di spessore anche nei piccoli ruoli (da Renato Carpentieri a Luigi Lo Cascio, da Galatea Ranzi a Donatella Finocchiaro e Fausto Russo Alesi).
Il film è riuscito a mettere d'accordo – pensate! - Medusa e Rai e arriverà nelle sale il prossimo 27 ottobre dopo l'anteprima alla Festa del Cinema di Roma il 20 ottobre. Ci immergiamo anche noi nella fantasia creativa di Pirandello dialogando con Roberto Andò, Toni Servillo, Salvo Ficarra e Valentino Picone.
“La stranezza” è un film che nasce da un desiderio antico, ma come si può raccontare un gigante del teatro?
Roberto Andò: «Era un desiderio che ci eravamo promessi di esaudire da tempo con Valentino e Salvo. A questa avventura si è aggiunto un amico, Toni Servillo, con cui tante volte avevamo parlato di Pirandello. E poi c'è un episodio della mia gioventù che mi piace ricordare. Un giorno, a Palermo, ero in macchina con Leonardo Sciascia che ad un certo punto mi disse: “Ferma, ferma la macchina”. Ci fermammo davanti alla libreria Utet. Lui entrò. Poi uscì e mi diede la biografia di Pirandello scritta da Gaspare Giudici. Quindi per me è un cerchio che si chiude. Volevo sottrarre Pirandello alla monumentalità. Ecco, con Massimo Gaudioso e Ugo Chiti abbiamo cercato di costruire una storia che raccontasse l'universo pirandelliano nel suo intreccio di vita e di arte, nel suo mescolare persona e personaggio, fra comicità e dramma».
Salvo, Valentino, che rapporto avete voi con Pirandello?
Salvo Ficarra: «Io non lo sento da anni, ho perso il numero, cambiando i telefoni succede… Forse lui, Valentino, lo sente ancora. Vi messaggiate, vero?».
Valentino Picone: «Il rapporto con Pirandello è quello che comincia a scuola quando si studia. In quegli anni ho avuto la fortuna di assistere a “Sei personaggi in cerca di autore” al Teatro Biondo. La regia era di Zeffirelli, con la compagnia di Enrico Maria Salerno. Quell'opera è stata una rivoluzione nel mondo teatrale».
Tutti i personaggi sono immersi nella sicilianità, a partire dal dialetto. Pirandello però – interpretato da Toni Servillo, unico non siciliano fra voi - si esprime per lo più in italiano.
Toni Servillo: «Il film racconta il momento in cui Pirandello, per varie ragioni, è rimasto lontano dalla Sicilia, ma racconta anche la messa a fuoco della “stranezza”, come lui chiamava i “Sei personaggi in cerca di autore” quando non erano ancora definiti. Questa “stranezza” contribuisce anche al ritorno nella sua terra, nella sua lingua. Pirandello torna a bagnarsi nella sua sicilianità, accenna qualche battuta in siciliano per mettere a fuoco il meccanismo che ancora era confuso nella sua testa».
Dopo Eduardo Scarpetta (nel film “Qui rido io” di Martone”), Pirandello: è una bella responsabilità rendere omaggio a due maestri del teatro.
Servillo: «Devo dire che non avrei mai immaginato di rendere omaggio a due uomini di teatro così importanti, ma anche differenti. È un caso. Però una scena fondamentale del film “La stranezza” è girata al Teatro Valle di Roma, dove si svolse sia la prima di “Miseria e nobiltà” di Scarpetta, sia dei “Sei personaggi in cerca di autore” di Pirandello. Io, Martone e Andò siamo tre teatranti militanti, che abbiamo sempre alternato cinema e teatro con passione e determinazione. Soprattutto ora, rendere omaggio al rito del teatro è importante».
Valentino e Salvo, voi siete partiti dal cabaret ma avete recitato anche nelle “Rane” con la regia di Barberio Corsetti. Il teatro è una scoperta avvenuta con gli anni o c'è sempre stato?
Ficarra: «La nostra passione nasce dal teatro, come per la compagnia nel film. Quell'esperienza è anche la nostra».
Picone: «Abbiamo iniziato con molta incoscienza e ancora oggi ci piace divertirci, che significa anche fare cose diverse. C'è una frase che dice il mio personaggio: “Siamo dilettanti professionisti”. Forse c'è più serietà e passione nelle compagnie amatoriali, che in tanti professionisti».
Toni Servillo: «Questo è ciò che incuriosisce Pirandello. Si mette in ascolto, sente e vede la vita nel teatro, scopre il teatro nel dipanarsi della vita, tra il comico e il tragico in quei due strani personaggi che lo attirano anche perché sono dei becchini. E sappiamo quanto Pirandello fosse interessato all'aldilà, ai fantasmi».
D'altra parte vi “frequentate” da tempo con Pirandello…
Toni Servillo: «Ho sempre frequentato la sua “officina teatrale”. Ho assistito a “Sei personaggi in cerca di autore” messo in scena da Ronconi, Cecchi, Vasil'ev. È sempre stato un punto di riferimento. E poi si sa quanto Eduardo deve a Pirandello. C'è un aneddoto da raccontare. Dopo la messa in scena di “Liolà” con i De Filippo, Marta Abba andò dopo la recita nei camerini e fece notare a Pirandello che Peppino improvvisava. Pirandello disse: “Lascialo fare...”. La testa di Pirandello era un'officina ambulante. I “Sei personaggi” cambiano lo sguardo del pubblico rispetto al linguaggio con cui certe arti si manifestano».
“La stranezza” è in bilico fra realtà e finzione, proprio come il mondo di Pirandello. Cosa c'è di vero in questo film?
Andò: «Molte cose: l'incontro con Giovanni Verga per il suo ottantesimo compleanno nel 1920, per esempio. Verga disertò la cerimonia in suo onore per protestare con la città che lo aveva dimenticato. Pirandello lo celebrò con un discorso memorabile. Di vero c'è anche il rapporto con la moglie, che nel 1919 fu rinchiusa in una clinica per malattie nervose. Pirandello ci è servito per due cose: è un grande padre che ha raccontato come sia complesso il rapporto con la realtà, da negoziare con vari dispositivi; e poi ha riportato il caos in una dimensione catartica, costruendo senza mitigare le asprezze: per questo si parla di vita e di morte e ci si trova spesso in una situazione paradossale, perché si è sempre al confine fra finzione e realtà. Questo stare in bilico è il luogo pirandelliano per eccellenza».
E poi c'è la balia, Maria Stella.
Andò: «Lei fu centrale nel nutrire l'immaginazione di Pirandello, perché portava a casa i racconti popolari. “La favola del figlio cambiato” prende spunto proprio da un racconto della balia. Noi immaginiamo che lei muoia in quell'anno, il 1920, e che da lì Pirandello incontri questi due personaggi. La loro rottura a causa di un equivoco scatena la platea. Questo è importante perché in Sicilia fino agli anni Cinquanta c'erano i pupari e se morivano i soldati di Carlo Magno il pubblico si incavolava a tal punto da distruggere fisicamente il pupo».
Servillo: «C'è un tratto che accomuna Napoli e la Sicilia. Negli anni Settanta, a Napoli ci imbattiamo nel fenomeno della sceneggiata, dove pubblico e platea si mescolavano. Ma un'altra cosa unisce Napoli con la Sicilia: la capacità di costruirsi un'identità alternativa a quella reale. I napoletani la costruiscono declinandola più sul versante di armonia da commedia, i siciliani sul versante più tragico, ma tutte e due coltivano un senso del comportamento sociale recitato, che vuol dire sperimentare una vita alternativa per sopportarla la vita».
Quando Onofrio e Sebastiano vogliono invitare Pirandello alla prima del loro spettacolo, Onofrio (Valentino) pronuncia questa frase: “Non è paura, è dignità”. Vi appartengono queste parole?
Ficarra: «Paura, specie all'inizio, no».
Picone: «Variare è il divertimento».
Ficarra: «La consapevolezza che recitare potesse diventare un lavoro è arrivata solo quando abbiamo superato l'età per il concorso pubblico. Perché il nostro sogno era avere un posto fisso alla Regione. Alla fine ci siamo dovuti accontentare».
Recitare è un ripiego, insomma?
Ficarra: «Eh sì, purtroppo non tutti riescono a realizzare i propri sogni».
Picone: «La paura invece ti prende quando un maestro come Andò ti propone un film con Toni Servillo».
Andò: «Io posso dire che per loro, come per Toni, vale la parola dignità. Nel senso che sono tre attori che hanno la capacità di tenere alta l'asticella, la dignità di dire no, difendendo il territorio che nobilita l'arte dell'attore».
Toni Servillo: «A proposito della paura, mi viene in mente una frase che Louis Jouvet - a cui ho dedicato uno spettacolo teatrale, “Elvira” - rivolge a un ragazzo della scuola prima del saggio. Gli chiede: “Hai paura di affrontare il pubblico?” E il ragazzo risponde: “No”. Jouvet replica: “Arriverà con il talento”. Questo è un insegnamento di vita».
“La stranezza” è un film sul senso della vita?
Andò: «Io penso di si. Da una parte c'è l'ispirazione: il viaggio fantastico di uno scrittore che sta covando un grande capolavoro. Dall'altra però Pirandello ci fornisce anche una chiave proprio sul senso della vita, l'ossessione di essere persona ma anche personaggio. Quando una platea di un teatrino di provincia diventa un unico personaggio, protagonista di un atto teatrale, quello è un momento vitale, in cui Pirandello mette a fuoco la visione che ha del teatro, anche contestandolo».
Come dimostra la scena al Teatro Valle dopo la prima dei “Sei personaggi” in cui lui viene definito un “buffone”...
Andò: «Il pubblico lo mortifica, lo chiama impostore. Queste cose sono vere. Ci furono risse alla prima romana. Pirandello con la figlia Lietta uscì dal teatro e passò fra la folla, contrariamente alle sue abitudini. Io l'ho immaginato con quella smorfia beffarda di un uomo toccato da quello che stava accadendo, ma che nello stesso tempo non poteva rimproverarsi nulla».
Salvo Ficarra: «Una cosa che mi ha affascinato di questo film è riscoprire l'anima popolare di Pirandello».
Roberto Andò: «Questo è importantissimo perché vederlo sollecitare dal popolo è l'aspetto che restituisce nella sua unità Pirandello. L'atto creativo ha a che fare con la redenzione. Per questo mi auguro che questo film possa essere una festa».