«Entrambi i partiti si trovano ad un bivio. La questione è generazionale: Biden è anziano e lo è anche Trump. Io scommetto che nel 2024 il nuovo batterà il vecchio. In quale partito succederà, non è dato saperlo».
All’indomani delle elezioni di metà mandato, lo stratega conservatore Scott Jennings, come tutti gli analisti, è già proiettato alla corsa per la Casa Bianca. «Trump e Biden hanno dominato la politica per molto tempo. I partiti ora vogliano candidare persone nuove, più giovani», ci spiega l’esperto che ha lavorato per il presidente George W. Bush ed è consulente di Mitch McConnell, leader Gop al Senato.
A seggi chiusi, il quadro che va abbozzandosi in vista delle prossime presidenziali, ha contorni confusi. Per la prima volta, democratici e repubblicani si trovano a fare i conti con complessità speculari: due leader ingombranti, che si preferirebbe non ricandidare, pur con motivazioni diverse. Da un lato, Joe Biden. Sul secondo mandato di un presidente, solitamente i partiti si compattano, eppure la sua possibile ricandidatura non entusiasma i vertici e neppure la base, nonostante sia il vincitore morale delle ultime elezioni. Gli gioca contro l’età - nel 2024 avrà 82 anni - e anche il basso indice di gradimento.
Dall’altro, Donald Trump, settantaseienne, che aveva promesso di sfinire i suoi per le troppe vittorie e che invece ha inanellato una serie di sconfitte: le midterm del 2018, le presidenziali del 2020 e adesso i modesti risultati dei candidati che ha sostenuto l’8 novembre. Il pronostico era quello di una “red wave”, un fiume in piena che avrebbe umiliato i progressisti. E invece, nonostante inflazione ed economia incerta, l’onda rossa «si è trasformata in un piccolo rivolo» ha sintetizzato sarcastica la speaker della Camera Nancy Pelosi.
Tra gli sconfitti alcuni nomi pesanti, voluti e appoggiati proprio da Trump. Ad esempio, in Pennsylvania, Mehmet Oz, candidato al Senato, e Doug Mastriano, in corsa per la carica di governatore; o in Arizona, dove “il suo” Blake Masters ha ceduto la poltrona al democratico Mark Kelly. Seggi che sono costati il Senato ai repubblicani.
La vittoria in Nevada di Catherine Cortez Masto contro Adam Laxalt ha ufficialmente consegnato ai democratici i 50 seggi necessari ad afferrare la maggioranza. Questo perché in caso di parità - 50 e 50 - a contare è il voto della vicepresidente Kamala Harris. E la forbice potrebbe allargarsi, se il ballottaggio del sei dicembre in Georgia confermerà il senatore democratico Raphael Warnock, pastore battista in corsa per il secondo mandato, sfidato dall’ex stella del football Herschel Walker, pupillo di The Donald.
Alla Camera, invece, pochi dubbi sulla conquista repubblicana della maggioranza a spoglio concluso. Il margine, strettissimo. Tra i quadri del partito conservatore ci sono tensione e spaesamento. Come sempre accade all’indomani delle débâcle (o almeno delle non-vittorie) è tempo di dita puntate. La gestione di McConnell è in discussione, con il senatore Rick Scott deciso a sfidarne la leadership. Ma è l’ipotesi di un Trump ’24 a sbriciolare il Gop tra indefessi sostenitori, trumpiani barcollanti e detrattori pronti a scaricarlo.
La retorica del tycoon, ancora incentrata sulla falsa denuncia delle elezioni rubate nel 2020, piuttosto che sui temi cari al partito, ha iniziato a stancare. Come pure le tante inchieste in corso. Iniziano ad abbandonarlo anche media amici come Fox News e New York Post. La lista dei possibili sfidanti è già lunga: Glenn Youngkin, governatore della Virginia; Nikki Haley, ex ambasciatrice delle Nazioni Unite; Mike Pompeo, ex direttore della CIA e Segretario di Stato; Tim Scott, senatore della Carolina del Sud; l’ex vicepresidente Mike Pence e l’ex governatore del New Jersey Chris Christie. Ma soprattutto Ron DeSantis, governatore della Florida fresco di rielezione. «È quello con le migliori possibilità al momento - continua Scott Jennings - Ha vinto bene in uno Stato considerato competitivo per entrambi i partiti. È giovane, il suo stile piace, per certi versi è come Trump, in versione meno caotica».
Gli occhi, ora, sono puntati sul convegno della Republican Jewish Coalition di Las Vegas, primo appuntamento post elettorale di spessore a cui tutti loro parteciperanno. Mancano comunque due anni al voto.
Quanto Trump e il trumpismo siano effettivamente fiaccati è da vedere. Trump, intanto, scommette ancora su se stesso. Martedì scorso l’annuncio della candidatura da Mar-a-Lago. «È un movimento - ripete - Non sarà la mia, ma la nostra campagna». Guai a sottovalutare la capacità di ripresa del leader del mondo Maga, avverte tra gli altri il Washington Post che ricorda i momenti in cui, ingenuamente, nel 2016, lo si dava per spacciato: quando mise in dubbio l’eroismo in guerra del defunto senatore John McCain o, negli ultimi giorni della campagna, quando emersero le registrazioni di Access Hollywood in cui si vantava di aver palpeggiato donne.
Se nel quartier generale del Gop domina un clima di confusione, poco meglio va in casa democratica. Il presidente scioglierà a gennaio il riserbo su una eventuale ricandidatura. Nel frattempo, galvanizzato dell’esito delle urne, Biden è arrivato al G20 di Bali e all’incontro con il leader cinese Xi Jinping in “posizione di forza”. «Con questo risultato elettorale - riflette la dem Capri Cafaro, ex senatrice statale dell’Ohio - si placheranno, almeno per ora, le voci che suggerivano un’uscita di scena». Il nodo da sciogliere però resta: confermare Biden, puntare su un candidato alternativo? Oppure aprire il campo delle primarie? In fondo, quest’ultimo approccio aveva permesso la levata dell’astro di Obama. Di certo nelle fila del partito, spiega, mancano personaggi carismatici pronti per l’arena. Tra i nomi in lizza, al momento, c’è quello della vicepresidente Kamala Harris; del ministro dei trasporti Pete Buttigieg; dei governatori Gavin Newsom, californiano, e Gretchen Whitmer, del Michigan, appena rieletti. Il cielo è più sereno se si guarda in prospettiva, avverte Cafaro.
Le elezioni di midterm hanno iniettato linfa nuova tra i progressisti: le prime governatrici lesbiche, il primo governatore nero in Maryland, il primo membro della generazione Z al Congresso. Sono loro il futuro del partito, insieme alla già rodata squadra capitanata da Alexandria Ocasio-Cortez. In attesa delle politiche del 2024, però, ci sarà da portare avanti l’agenda di governo, con lo scenario, che va concretizzandosi, di un Congresso spaccato. Al sicuro saranno le nomine giudiziarie di Biden, la cui conferma è competenza del Senato; ma alla Camera sarà difficile arginare la paralisi legislativa. Qui, i deputati Gop hanno già annunciato commissioni di inchiesta, su Hunter Biden, figlio del presidente, sul ritiro dall’Afghanistan, un processo di impeachment al presidente.
A livello legislativo, due possibilità: fare muro contro muro, approvando leggi promosse dalla frangia più estrema o spingere pacchetti più moderati, accettabili anche per Biden, per dimostrare al Paese di saper governare. Sul fronte economico, è il tetto di spesa a togliere il sonno ai democratici. I repubblicani potrebbero minacciare di non votare nessun aumento del debito, se le loro richieste non venissero accontentate.
«Un’eventualità che escludo, perché la maggioranza è troppo risicata», ci dice Dean Baker, economista e cofondatore del Center for Economic and Policy Research. Il vero problema per lui è l’eventualità di una recessione nel 2023. «Cosa che accadrà, se la Federal Reserve esagererà nell’aumentare i tassi. A quel punto, il modo migliore per uscirne sarà spendere. Ma sarà più difficile far passare il messaggio del presidente quando dirà: “Abbiamo bisogno di un pacchetto di 300 miliardi per rilanciare l’economia” e i repubblicani risponderanno “Non permetteremo più i vostri sprechi”. Purtroppo, in media la gente non capisce come funziona l’economia». Se il Gop dovesse bloccare qualsiasi stimolo, avverte Baker, si tratterrebbe del «rischio economico più grande derivato dai risultati delle elezioni, che potrebbe causare un periodo prolungato di crescita debole e alta disoccupazione, nel tentativo forse di ripetere il 2011.
Ovvero, arrivare alle presidenziali con una economia debole». “Colpa” che ovviamente ricadrebbe sul presidente e ridimensionerebbe le chance di rielezione. «Quella volta non funzionò, però, Obama rivinse. Speriamo ricordino la lezione».