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Opinioni
novembre, 2022

Il risveglio degli Stati dentro l’Unione Europea non è per forza una cattiva notizia

Nonostante la generale riluttanza verso un’ulteriore cessione di sovranità nei confronti dell’Ue, i contatti tra Paesi a livello politico e ministeriale crescono. Segno della crescente consapevolezza di come la cooperazione sia l’unica strada possibile

Da tempo in Europa assistiamo a un ritrovato protagonismo degli Stati nei processi decisionali che regolano l’Unione Europea. Leggiamo tutti i giorni di confronti anche molto accesi tra Paesi o gruppi di Paesi per il difficile raggiungimento di compromessi a livello europeo. Si pensi, ad esempio, alla recente disputa tra Italia e Francia sui migranti, alla contrapposizione tra i Paesi del Nord e del Sud Europa sulle politiche monetarie e fiscali o, ancora, al complesso rapporto dell’Unione con alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale in materia di diritti.

 

Tale dinamica ha riportato alla luce categorie politiche a lungo rimaste custodite nei soli manuali di politologia: populismo, sovranismo, nazionalismo. Ognuno di questi termini è oggi recuperato e utilizzato nelle accezioni più diverse, a tratti confuse e distanti dalle definizioni originarie. Eppure, al di là del naturale riadattamento dei loro significati agli attuali contesti politici e sociali, nel quadro dell’Ue il richiamo al sovranismo o al nazionalismo rimanda spesso al tentativo di uno Stato membro d’anteporre deliberatamente, almeno sulla carta, i propri interessi nazionali al più nobile e comune interesse europeo. In una rappresentazione fuorviante e semplicistica della democrazia in Europa, pare che gli Stati si siano d’improvviso risvegliati da un lungo sonno, dopo essere stati amabilmente cullati da un’entità terza – l’Unione Europea, unica in grado di tenerne a bada gli istinti irrefrenabili.

 

La causa del “risveglio nazionale” è quasi sempre imputata alla comparsa di movimenti politici radicali, i quali, da destra o da sinistra, si rivelano recalcitranti a una certa idea di unità in Europa. Buona parte del racconto mediatico sul nuovo governo italiano, specie in alcuni Paesi europei, non ha rappresentato in tal senso un’eccezione.

 

Tuttavia, se da una parte è dedicato ampio spazio all’analisi dei cosiddetti populismi o sovranismi in relazione al nuovo protagonismo degli Stati in Europa, dall’altra troppo poco ci si interroga su come l’appartenenza all’Unione Europea stia mutando profondamente la natura dello Stato nazionale in quanto tale. Una trasformazione che porta necessariamente con sé conseguenze profonde e imprevedibili. Ciò non significa ascrivere all’integrazione europea la responsabilità dei populismi, bensì maturare una maggior consapevolezza della complessità di un processo che, da più di sessant’anni, contribuisce significativamente all’armonizzazione della vita politica e sociale delle democrazie europee. Non è un caso se già a metà anni ’60 Stanley Hoffmann, uno dei padri fondatori della teoria dell’integrazione europea, sottolineava come, per quanto riguarda aree di fondamentale importanza per l’interesse nazionale, gli Stati membri avrebbero preferito la certezza (o incertezza) dell’autonomia nazionale rispetto alla cessione esclusiva di competenze a istituzioni comunitarie. In effetti, se si osservano con attenzione gli sviluppi dell’integrazione europea, in particolare quelli degli ultimi trent’anni, il politologo austriaco non aveva tutti i torti.

Quella che conosciamo oggi come Unione Europea non è nata, fin dai suoi primi passi nel secondo dopoguerra, come comunità strettamente politica, e ciò a causa del mancato accordo tra gli allora Paesi fondatori: Francia, Italia, Germania dell’Ovest, Belgio, Lussemburgo e Olanda. I progetti per una Comunità politica europea (Cpe) e di difesa (Ced) fallirono già a metà anni ’50, in quanto le proposte non superarono l’imprescindibile passaggio dell’unanimità necessaria alla cessione di sovranità a livello europeo di pilastri costitutivi dello Stato nazionale. Primo fra tutti, richiamando Weber, il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica all’interno di un determinato territorio. Le due Comunità istituite dai Trattati di Roma nel 1957 rappresentarono il tentativo, in buona parte riuscito, di rilanciare l’integrazione a partire dalla gestione condivisa di settori circoscritti alla sfera economica e energetica, inclusi carbone e acciaio, materie prime all’epoca indispensabili all’industria bellica.

 

L’impianto economico dell’Ue si è così sviluppato nel corso dei decenni in parte consistente attraverso un metodo comunitario di integrazione che implica, da un lato, la cessione volontaria di competenze da parte degli Stati alle istituzioni sovranazionali, dall’altro, decisioni prese a maggioranza. Per competenze correlate a poteri statuali fondamentali come la politica estera, la difesa, la giustizia e gli affari interni, gli Stati dell’Ue hanno da sempre preferito optare per metodi di integrazione intergovernativi fondati sul coordinamento delle politiche nazionali, il coinvolgimento diretto dei governi e decisioni prese all’unanimità: principi, questi, confermati in occasione di diversi Trattati istitutivi dell’Unione, a partire da quello di Maastricht del 1992 fino al Trattato di Lisbona del 2007. Anche la mancata ratifica della Costituzione europea nel 2005 può essere interpretata come ennesima disapprovazione da parte degli Stati europei, o almeno di parte di essi, di un modello che vorrebbe l’Unione europea più simile a una federazione di Stati, sulla falsariga degli Stati Uniti d’America.

 

Quel fallimento, paradossalmente, non ha tuttavia condotto a un completo stallo del processo di integrazione europea, la quale ha comunque seguito il proprio corso, delicato e tortuoso, verso la cooperazione continentale in Europa. Anche gli ultimi dieci anni del processo d’integrazione, che hanno visto l’Ue affrontare sfide inedite, a partire da quella finanziaria sino alle recenti crisi pandemica e energetica, non hanno mutato tali equilibri. Specialmente in sede di Consiglio europeo, i governi nazionali hanno reagito a queste crisi con un coordinamento a livello europeo sempre più frequente in ambiti fondamentali quali salute, difesa, migrazione e energia: certo, con difficoltà e insuccessi, e ciononostante col raggiungimento di risultati rilevanti come il Next Generation EU.

 

Al di là di ogni giudizio di merito, in Europa assistiamo anno dopo anno a un accrescimento costante e sostanziale dei contatti tra Paesi a livello sia politico sia ministeriale, nonostante la generale riluttanza verso un’ulteriore cessione di sovranità nei confronti dell’Ue. Appare dunque evidente come un maggiore e diretto dialogo tra governi europei su tematiche particolarmente sensibili comporti necessariamente una dialettica democratica costruttiva, di cui fanno naturalmente parte divergenze più o meno marcate tra Paesi. Il ritrovato protagonismo degli Stati non andrebbe letto in una prospettiva esclusivamente negativa rispetto all’integrazione europea. Esso pone sì il progetto europeo dinanzi a limiti decisionali, specie entro un’Unione a 27, e tuttavia testimonia al contempo l’accresciuta consapevolezza degli Stati di come la cooperazione europea, specie nell’attuale contesto di disordine globale, rappresenti l’unica strada possibile.

 

Matteo Scotto è direttore del dipartimento ricerca e progetti presso Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo. È autore del libro “Fragile Orders. Understanding Intergovernmentalism in Context of EU Crises and Reform Process” (Villa Vigoni Editore/Verlag, 2022).

 

A cura di Amélie Baasner

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