La prima volta che venne in Italia conobbe Michelangelo Antonioni, la seconda andò a pranzo con Federico Fellini, passati decenni ormai l’Italia per lui è una seconda casa. Per questo Matt Dillon, il divo lanciato da Francis Ford Coppola con “I ragazzi della 56a strada” e consacrato da successi popolari come “Tutti pazzi per Mary”, è un frequentatore assiduo dei nostri festival. Dai meno conosciuti ai più blasonati e internazionali come la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, in cui ha appena ritirato il Premio Fondazione Mimmo Rotella. Un riconoscimento che lo inorgoglisce soprattutto perché, rivela a L’Espresso, viene da una famiglia di pittori e lui stesso si diletta con i pennelli. Nel frattempo è al cinema nel nuovo film di Wes Anderson “Asteroid City”, più avanti lo vedremo interpretare il suo idolo Marlon Brando nell'atteso “Maria” di Jessica Palud.
Partiamo dalla sua famiglia di artisti.
«Mio padre era un pittore, così come mia nonna. I miei zii erano illustratori e fumettisti, sono cresciuto in questo contesto e sono sempre stato portato ad esprimermi artisticamente, sin da subito. E così i miei fratelli. Ma ecco, io non sono bravo come la mia famiglia. Mi diletto a dipingere, lo faccio per passione».
Cosa la ispira, mentre dipinge?
«I dipinti belli, ma anche i lavori più inguardabili e il mondo che mi circonda, mi lascio ispirare da ogni cosa. Ho capito che la vera sfida per i creativi - ne ho parlato con tanti amici attori e registi - è continuare a dipingere mentre ti dedichi ad altre occupazioni, come appunto il cinema. La mia fortuna è non affrontarlo come un processo accademico: per me fotografia, disegno, collage mi aiutano a dipingere, e viceversa. Sono arti diverse, ma si aiutano a vicenda e soprattutto aiutano me».
A fare cosa?
«A dare spazio all’istinto e all’intuizione. In memoria di mio padre e dei giorni in cui passava a incoraggiarmi a esprimermi, anche se io prendevo strade molto diverse dalle sue».
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Quali?
«Mi è sempre interessata la verità, ma non la realtà. Tuttora trovo più interessanti gli sbagli delle idee».
Ma le idee sono importanti, come quelle per cui si stanno battendo i suoi colleghi attori e gli sceneggiatori in sciopero.
«Sicuro, io sono pienamente con loro e supporto il sindacato (Sag). Quello che noi facciamo deve essere rispettato, i clamorosi cambiamenti avvenuti in un lasso di tempo brevissimo nel settore dello spettacolo non devono impattare negativamente su di noi».
Per cambiamento intende l’avvento dello streaming.
«L’era dello streaming e del contenuto a pagamento da un lato ci ha dato l’entusiasmo di prendere parte a nuove sfide, di avere nuove chance di lavoro e di metterci in gioco, ma gli accordi e i profitti non possono essere da una sola parte, sbilanciati».
Perché?
«Perché l’intelligenza artificiale non può rimpiazzare il talento naturale. La tecnologia è uno strumento potentissimo ed esaltante, ma sappiamo quanto possa rivelarsi anche pericoloso. L’intelligenza artificiale non è come Frankenstein, non ha nulla dell’elemento umano, non ha neanche intenzioni! Le simula, ma non le ha. Quindi dobbiamo essere molto attenti e responsabili nel trattare una materia così complessa e delicata, e soprattutto sbrigarci a regolamentarla».
In che modo
«Facendo normative chiare al riguardo. Gli economisti non le amano, ma sono fondamentali per proteggerci e tutelarci: quando le cose cambiano, specie velocemente, le leggi servono per riflettere questi cambiamenti».
Da attore come si rapporta alle nuove tecnologie?
«Della tecnologia mi spaventa la sua non umanità e la velocità incredibile in cui si muove. So che non possiamo in alcun modo prevederne il futuro, come non avremmo mai potuto prevedere anni fa che diventassimo tutti dipendenti dagli smartphone. Ma le esperienze più significative della vita si fanno ancora lontani dalla tecnologia».
Me ne dica una.
«Il concerto di Bob Dylan a cui sono stato poco tempo fa a Londra, in cui erano proibiti i cellulari. Una meraviglia».
Torniamo sui diritti, lei si batte per i diritti umani da sempre, da quasi vent’anni collabora con Refugees International.
«A Venezia ho parlato con il mio amico Matteo Garrone: sono così orgoglioso del suo lavoro, è un artista unico, si prende in carico rischi e sfide come nessun altro. Raccontare il viaggio di ragazzi africani dall’Africa all’Europa dal loro punto di vista (in “Io, capitano”, ndr) mi sembra qualcosa di molto simile a quello che cerco di fare io da vent’anni con Refugees International: dare voce a chi non ne ha».
In futuro la vedremo diretto da Garrone?
«Magari, fosse per me anche subito. Sono un fan del suo cinema e del cinema italiano in generale. Mi piacerebbe lavorare anche con Paolo Genovese, Gabriele Mainetti e i miei amici Giovanni Veronesi e Maria Sole Tognazzi».
Nel 2024 compirà 60 anni, ha un desiderio da esprimere?
«I numeri sulle torte non interessano a nessuno. Concentriamoci sulle nuove sfide, sui film. Ecco, un desiderio ce l’ho: fare un altro film da regista».