Un film su una comunità che sprofonda nel sonno. Un kolossal su un borgo svuotato dei suoi abitanti, su musica di Nick Cave che invade la vallata. Un luogo chiamato “Vuota il sacco”, dove la gente riversa indignazioni e urla. Cortometraggi, installazioni, pièce che non vedremo mai. Perché Civitonia, festival di arti performative a Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo, è stato ideato per non essere realizzato. Immaginato per non accadere, o forse per “accadere altrimenti”. E, a dirla tutta, programmato perché chiunque arrivasse in ritardo. Restando col dubbio: non di un fake, ma di non aver fatto in tempo.
Hanno hackerato il reale l’attrice e performer Silvia Calderoni e Giovanni Attili, docente di Urbanistica alla Sapienza di Roma, che già in passato aveva riflettuto su questa località tra le più belle e più fragili d’Italia (“Civita senza aggettivi e senza altre specificazioni”, Quodlibet). Un borgo-museo nell’Alta Tuscia, noto come “la città che muore”, tenuto artificiosamente in vita da una massiccia turistificazione: dodici abitanti soltanto e un milione di visitatori all’anno.
Come riscriverne la fine? Come reagire all’assalto di un luogo che è unico ma somiglia a tanti altri piccoli territori-gioiello, esausti per incuria e miopia politica?
Attili e Calderoni, ideatori del festival Civitonia, hanno chiamato a raccolta attori, registi, performer, sceneggiatori e filosofi chiedendo loro uno sforzo di creatività e un patto di segretezza: per progettare e immaginare un festival senza limiti di budget, senza vincoli di realizzabilità, senza adempimenti burocratici da assolvere. E senza alcuna intenzione di realizzarlo per davvero.
E la comunità degli artisti ha risposto: da Chiara Bersani ai fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, da Daria Deflorian a Francesca Marciano, da Vasco Brondi ad Alice Rohrwacher, da Michele Di Stefano a Emanuele Coccia e molti altri, i cui progetti vivono in un catalogo in due volumi (“Civitonia”, pubblicato da Nero Editions) che documenta l’esperimento situazionista: dai manifesti ai comunicati stampa, dai set fotografici alle performance, dalle campagne social alle mail per prenotarsi, il prima, il durante e il dopo della rassegna sono in piena regola. Ma è tutto finto. Incluso il senso della serata finale, al Museo Macro di Roma: chiamata generale più che per scoperchiare il mistero per riscriverlo, in piena arte del capovolgimento: «Chi ci dice che altri festival siano davvero avvenuti?», provoca un’artista.
«Civita ha dei caratteri paradigmatici: la sua fragilità è la stessa dell’80 per cento del territorio nazionale e il processo di sfruttamento turistico in atto è analogo a quello dei centri storici di città come Venezia, Firenze, Roma. È la città ideale per provocare una riflessione più ampia, oltre i suoi confini», interviene Attili, che ha scelto di ricorrere agli strumenti dell’arte, dopo aver esplorato quelli della politica e dell’università: «Organizzi assemblee, chiedi finanziamenti, provi a fare delle cose, senza risultati. Abbiamo pensato allora di tentare altre strade. La domanda di partenza è stata: può l’arte svolgere un ruolo riparatore rispetto a questo modello di sviluppo “cannibale”? La cosa che appare evidente a Civita è un’atrofizzazione della capacità immaginativa, l’inerzia rispetto alla possibilità di scommettere su un futuro differente. Qui il processo di museificazione è esasperato e certificato: per visitare Civita devi pagare un biglietto di ingresso. Si può fare, ci siamo chiesti, un lavoro più sottile? Si possono nutrire immaginari differenti?». Meglio se capaci di effetti pratici? «Sicuramente», nota Calderoni: «L’arte ha la capacità di reimmaginare il concreto. Fare e immaginare sono binari dello stesso treno. Questo abbiamo chiesto alle artiste e agli artisti coinvolti: come ripopolare il luogo di spiriti. Come risvegliarli e come immetterne di nuovi. Il libro che abbiamo realizzato è una cosa concreta, in fondo è il nostro festival stesso».
«La scommessa era riflettere su come qualcosa di inaccadente potesse fare presa sul reale», aggiunge Attili: «Ce ne siamo accorti sin dall’inizio, durante la campagna di comunicazione, che seguiva un principio di verosimiglianza rispetto a un festival tradizionale. Abbiamo fatto informazione sui social, ma anche attacchinaggio di poster e di claim provocatori interrogando il ruolo dell'arte, del turismo, dell’industria estrattiva, come temi di un festival che sarebbe dovuto accadere. Quei messaggi sono stati vissuti in modo minaccioso, e il comune di Bagnoregio ci ha diffidato dall’utilizzare riferimenti al territorio senza autorizzazione. Assistevamo a un paradosso: qualcosa che non avveniva scatenava reazioni reali: evidentemente le questioni poste erano spinose, urticanti, vere. Quando abbiamo annunciato che avremmo segretamente dato le istruzioni su come partecipare a una specie di rave, sono state persino preallertate le forze dell'ordine».
Sostenibilità, rispetto di un territorio, responsabilità verso un luogo da proiettare nel futuro. Ma non solo. La provocazione ha coinvolto anche l’iperproduzione artistica, e i troppi vincoli posti all’arte.
«Lo sfruttamento turistico e quello dell’arte come acceleratori di consumi fanno parte dello stesso paradigma», conferma Attili: «La nostra è una riflessione che riguarda la pratica artistica e anche il modo di abitare il mondo».
«Che cosa accade se ritorniamo a immaginare senza limiti? È questo l’esercizio di volo che abbiamo richiesto. Perché è rarissimo in questo momento poterlo compiere: ci sono limiti di budget, di finanziamenti, di sponsor, di spazio di cui tenere conto», sottolinea Calderoni: «Ma se togli tutto ciò, che cosa produce l’immaginazione? Se togliamo questi paletti che limitano con aggressività soprattutto un certo tipo di arte, specie chi non è un grande nome, cosa viene fuori? Il risultato è stato meraviglioso: progetti incredibili, completi di schede tecniche, tutti fattibili».
Creare, con slancio furibondo. Senza gravità. Disincagliati da ogni nevrosi da prestazione. In due anni circa di lavoro, e di residenze artistiche, quelle sì concretissime, a Civita.
«Residenze senza limiti di tempo, per riflettere sul futuro di quella terra: alcuni sono ritornati più volte, altri hanno contattato la gente del luogo, c’è stato chi si è concentrato su letture, ognuno ha agito in maniera autonoma e con i suoi tempi», aggiunge Attili: «Perché uno degli obiettivi del festival era proprio di lavorare sul rallentamento, spezzando la velocità che vite e impegni ci impongono».
«Forse può sembrare un po’ naïf, ma l’idea di invitare questi artisti a Civita è stato un modo di vivere il borgo senza consumarlo - una foto e via - ma ripopolandolo di immagini e pensieri nuovi», dice Calderoni. E gli artisti come spettri si sono aggirati nei giorni fissati per il festival. Convocati alla festa dove set fotografici fittizi immortalavano ciò che non era avvenuto.
«Se avesse fatto realmente irruzione nel reale, il festival sarebbe stato immediatamente fagocitato dall’industria turistica, cioè quegli spettacoli, quelle performance sarebbero diventate mercanzia scintillante di nuovo utilizzata per attrarre flussi di turisti», dice Attili. E invece no: con alleati curiosi, come immaginarie paraistituzioni denominate Università della Decelerazione o Centro di studi coreografico, incubatori di pratiche alternative, «gli artisti si sono divertiti, reinventandosi in ruoli non propriamente loro: per esempio, Damiano e Fabio D’Innocenzo sono stati i curatori di un libro, Rohrwacher che in genere fa film ha dato vita a un progetto installativo», racconta Attili. Tutti attratti da un festival ideale? «Il festival ideale non esiste. Certo, immaginare di eliminare lo stress legato al fare è stato un vero lusso», ammette Calderoni. Come si prosegue? «Vogliamo organizzare incontri, riconvocare gli abitanti, invitare gli amministratori, in fondo questo progetto nasce anche come sfida al pensiero di chi governa quel territorio», dicono: «Sarebbe interessante ragionare intorno a ciò che è emerso. A questi progetti che forniscono indizi nutrienti sui bisogni di tutti». Semi caduti a Civita, per germogliare ora. E altrove.