Vent’anni esatti sono passati, e ancora ci lecchiamo le ferite. Le avevano chiamate «cartolarizzazioni». Trasformare i mattoni dello Stato in carta, denaro frusciante, per ridurre il debito pubblico. Missione, però, clamorosamente fallita almeno da questo punto di vista.
Il giudizio, incontrovertibile, si trova facilmente in varie relazioni della Corte dei conti, dove si elencano gli esiti delle operazioni Scip 1 e Scip 2. Due società veicolo, come si dice in gergo, costituite dal secondo governo Berlusconi per le cessioni di immobili e crediti degli enti previdenziali. Due società dello Stato italiano ma chissà perché di diritto olandese, utilizzate per la più grande svendita di patrimonio immobiliare pubblico. Infatti l’operazione si risolve subito in un grande regalo per chi può comprare a prezzi stracciati, ma in un pessimo affare per i proprietari, cioè tutti gli altri contribuenti.
Nel marzo 2006 il magistrato contabile Luigi Mazzillo pubblica i primi dati: 43.415 appartamenti degli enti previdenziali ceduti al 31 dicembre 2004, con il mercato immobiliare alle stelle, per un prezzo medio di circa 78 mila euro ciascuno. Per un incasso totale di 3,4 miliardi. Ma alla stessa data gli immobili invenduti erano ancora 66.682, per 3,9 miliardi. Nel giugno 2012 tocca invece al presidente della Corte Raffaele Squitieri denunciare che all’Inps sono tornati indietro più di 10.500 cespiti immobiliari. Forse senza immaginare gli altri guai che gli stanno per piovere addosso.
Perché nel frattempo l’istituto di previdenza si sta già dissanguando con i canoni dei suoi immobili strumentali, che è stato costretto a vendere alle banche e poi riprendere in affitto a prezzi senza senso stabiliti per legge. Della pazzesca operazione Fip (Fondo immobili pubblici) tutta a vantaggio della speculazione immobiliare e congegnata parallelamente a quella delle Scip, L’Espresso ne ha già rivelato quattro settimane fa l’impatto disastroso sui conti pubblici. Ma ora vengono fuori anche altre magagne.
Dalla catastrofica avventura Scip, relativa alla vendita del patrimonio abitativo degli enti previdenziali, sono rimasti sul groppone dell’Inps circa 10 mila immobili.
Racconta il direttore generale Vincenzo Caridi: «Quando nel 2008 le Scip sono finite in liquidazione, l’Inps si è visto restituire un insieme frammentato di unità immobiliari. Erano le meno appetibili, e dunque rimaste invendute, per un valore di circa 2 miliardi. Nel corso degli anni siamo riusciti comunque a venderne per oltre 700 milioni».
Il problema è quello che è rimasto. Parliamo di 7.500 appartamenti, più 2.500 locali commerciali, garage, cantine e terreni. «Nel 2022 - dice Caridi – abbiano fatto aste per circa 1.100 immobili, sulla base di un valore di 85 milioni stimato dalle agenzie fiscali. E il 73 per cento è andato deserto». Poco male, si potrebbe concludere. Gli appartamenti invenduti si potranno sempre affittare. Per poco che sia, faranno sempre incassare qualcosa. Niente affatto. Il direttore generale dell’istituto spiega che «dal 2012 una norma ha imposto all’Inps la completa dismissione del patrimonio da reddito». E per quanto sia difficile da credere, la conseguenza di una disposizione così assurda è questa: «Da oltre dieci anni l’Istituto non può affittare gli appartamenti e gli altri immobili che si liberano, né rinnovare gli affitti scaduti. Possiamo solo vendere. Intanto spendiamo una barca di soldi per le manutenzioni e le tasse».
I numeri consentono di apprezzare il livello di masochismo raggiunto da chi ha fatto quella legge. E gli sprechi inenarrabili conseguenti. Dei 7.500 appartamenti quelli sfitti sono 2.300. A questi se ne devono però aggiungere altri 1.900 occupati abusivamente. Il succo è che il 56 per cento del patrimonio abitativo ancora posseduto dall’Istituto della previdenza sociale non produce alcun reddito. Causa anzi perdite rilevanti. Fra manutenzioni straordinarie, gestione ordinaria e tasse, le case dell’Inps costano ogni anno 112 milioni di euro. Metà di questa cifra, oltre 50 milioni, se ne va soltanto per gli appartamenti vuoti e occupati dagli abusivi. Il rimanente 44 per cento, vale a dire circa 3.300 appartamenti, genera entrate per 43 milioni l’anno. Con il risultato che sul patrimonio abitativo residuato dall’assurda operazione Scip l’Inps ci perde una sessantina di milioni l’anno.
Eliminando il divieto di riaffittare le abitazioni vuote potrebbe recuperarne forse 40, di milioni. E sarebbe già qualcosa. Per risolvere il problema, tuttavia, ci vorrebbe ben altro. Caridi suggerisce una norma per conferire tutto il patrimonio teoricamente a reddito dell’Inps a un fondo immobiliare che abbia mano libera nella sua gestione. Oppure di impiegarne una parte per alleviare l’emergenza abitativa nelle grandi città come Roma e Milano.
Quella sessantina di milioni perduti ogni anno è una briciola in confronto a una spesa pubblica di mille miliardi. Buttarla dalla finestra però è colpa imperdonabile. Un’aggravante ulteriore del peccato originale, la follia delle Scip.
Con 60 milioni di perdite l’anno, in sei anni sono evaporati i 375 milioni incassati per le 3.712 case dell’Inps vendute con le famose cartolarizzazioni. Senza lasciare traccia. E, quel che è peggio, senza un responsabile che sia uno di tale scempio del patrimonio pubblico.