La vocazione dell’Anas è duplice da sempre. Da un lato, la gestione delle strade. Dall’altro, il poltronificio. Sul primo aspetto, gli oltre seimila dipendenti faticano a coprire le esigenze di una rete di 32 mila chilometri, con gli uffici tecnici sotto pressione per mantenere in efficienza migliaia di ponti, viadotti e gallerie. Sul secondo non si conosce crisi anche dopo lo spostamento dell’ex ente pubblico sotto il controllo del gruppo Fs voluto da Matteo Renzi premier e perfezionato dal governo di Paolo Gentiloni nel dicembre del 2017 con l’obiettivo di un risparmio che non si è mai raggiunto.
Le ultime disposizioni organizzative di febbraio hanno riformato l’organigramma nel senso della crescita con nuove direzioni. I manager, che prendono stipendi largamente superiori ai 100 mila euro, sono stati ingaggiati per lo più a chiamata diretta, contro le raccomandazioni dei magistrati contabili che hanno un posto riservato nel cda e che pretenderebbero procedure di evidenza pubblica, prima per voce del consigliere Pino Zingales, passato a guidare la procura regionale siciliana l’anno scorso, e adesso con Gianluca Albo, nominato all’inizio del 2023.
Anche il presidente Edoardo Valente, ex comandante in seconda della Guardia di finanza e coordinatore dell’internal auditing, è fra gli scontenti del nuovo corso “Anassume” incentrato sulla proliferazione al vertice con un centinaio di ingaggi complessivi a livello direzionale secondo stime dei sindacati interni.
A fare da suggeritore in cambio di un compenso milionario c’è la società di consulenza Bain, che tenta di trovare sinergie e risparmi. Nel valzer delle nomine è stata sdoppiata la vecchia Daim (direzione affari e istituzionali e media) per fare posto al nuovo direttore relazioni esterne e media Marco Ludovico, ex Sole 24 ore di cui si legge che sia un esperto in intelligence e cybersecurity, non proprio il pane quotidiano di chi deve lottare con cemento e asfalto. Sergio Salvio, ex del gruppo Fs, guiderà la neonata direzione strategia e sostenibilità. Altri manager provenienti dalla holding Ferrovie o da sue controllate sono sbarcati in Anas nell’ultimo anno, come Andrea Morucci del recruiting, Luca Bernardini alla direzione tecnica, Giuseppe Berardone alle relazioni industriali.
Fra le nomine recenti ci sono anche Maria Dolores Rucci, dirigente della Polstrada in pensione che ha sostituito alla tutela aziendale l’ex finanziere Roberto Massi, promosso al gradino superiore della holding Fs. Lo scorso giugno è arrivato da Fs anche Renzo Iorio, responsabile della struttura internazionale creata come doppione di Anas international, una spa che doveva vincere gare in tutto il mondo ed è finita in un ginepraio contabile-giudiziario con la sfortunata aggravante di un’autostrada presa in appalto non lontano dal teatro di guerra del Donbass. La vendita degli asset russi, deliberata dal cda Anas ad aprile 2022, non è mai stata realizzata, così come non è stata conclusa la liquidazione della società.
A soprintendere su queste operazioni c’è Massimo Bruno, che nella holding Fs ha la carica di chief corporate affairs officer e ha passato oltre vent’anni nel gruppo Enel prima di venire chiamato in Ferrovie nell’estate del 2021 dall’altro ex Enel, l’ad Luigi Ferraris.
La partita delle assunzioni in direzione è un gioco a specchio rispetto alla partita più grande, quella delle nomine interne al Leviatano Ferrovie. Su questo fronte si è creata una netta divergenza di opinioni all’interno dell’esecutivo. Giorgia Meloni intende sostituire i manager ereditati dal governo giallo-rosa quando arrivano a scadenza. Forza Italia e Lega vorrebbero azzerare tutto adesso e sincronizzare i nuovi amministratori di vertice, fra controllanti e partecipate, con una scelta che costerebbe non poco alle casse statali perché equivarrebbe a parecchi esoneri precoci da pagare fino alla fine del contratto triennale.
Da qui a maggio ci sono ruoli importanti da definire, per esempio Rfi e Trenitalia. Ma la holding Fs scade nel 2024 e così anche Anas, dove l’ad Aldo Isi, ex Italferr, è dato in quota al governo Conte bis insieme al suo direttore del personale Diego Giacchetti, arrivato anche lui da Italferr nel gennaio del 2022.
Se prevarrà la linea del presidente del consiglio, com’è altamente probabile, rimarrà in piedi la questione sul ruolo dell’Anas dopo un quinquennio di ribaltoni, esperimenti e cambi al vertice. Anche qui le opinioni variano. Il ministro delle infrastrutture in carica, Matteo Salvini, che ha competenze di indirizzo sull’azienda, è preso dalle sue incombenze di segretario di un partito in grave crisi e, al di là dello specchietto per le allodole del ponte sullo Stretto, considera il dicastero di Porta Pia alla stregua di una carica onorifica. Il suo vice, il leghista genovese Edoardo Rixi, è più presente ma tende a occuparsi in maniera prevalente del suo bacino elettorale, interessato da investimenti miliardari. Il capo di gabinetto del Mit, l’ex Tar del Lazio Alfredo Storto, è considerato da molti l’eminenza grigia del ministero con ampia libertà di manovra e una conoscenza della materia acquisita quando era capufficio legislativo di Danilo Toninelli, con Giuseppe Conte premier gialloverde. Resta il fatto che la politica, da molte legislature in posizione di inferiorità di fronte ai tecnici del ministero, è confinata al ruolo di comparsa.
A complicare la questione c’è la riforma del gruppo Ferrovie in una serie di poli verticali, varata la scorsa primavera. Anas fa parte del polo infrastrutture che è coordinato da Rfi con la partecipazione della società di engineering Italferr e di Ferrovie del Sud Est (Fse). Ma l’azienda di via Monzambano fatica a integrarsi vista la differenza di competenze tecniche rispetto alla componente ferroviaria. Così per Anas si ventila l’uscita dal nuovo polo, se non addirittura uno svincolo dall’ombrello Fs verso il vecchio azionista Tesoro che appesantirebbe i conti pubblici.
Mentre ci si dedica all’ingegneria della poltrona, il lavoro nei compartimenti non fa che aumentare. Per il 2023 l’Anas si è vista assegnare 4,55 miliardi di euro da destinare, in maggioranza, a nuove opere e a manutenzione programmata. A fine anno si vedrà se l’abbondanza di nomine avrà fatto da freno o da acceleratore.