Non è vero che perseverare è diabolico. In questo paese perseverare è perfettamente normale. I media dopo l’outing a Paola Belloni, compagna della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein avrebbero potuto interrogarsi sul modo in cui raccontano la comunità Lgbt, in particolare l’amore tra le persone dello stesso sesso. Omosessualità, riservatezza, diritto alla privacy e diritto di cronaca. Invece sul diritto delle persone Lgbt al dire di sé si sono espressi tutti, dai giornali di centro destra a Repubblica senza comprendere per colpa o per dolo il fondo della questione.
Scrivere come hanno fatto in molti, che i/le compagni/e di un/una leader sono oggetto di attenzione mediatica, a prescindere dal genere e dagli orientamenti sessuali è il primo inciampo che non ci permette di guadare alla questione nella sua interezza. Questa collina della "normalità” vista come progresso, è un alibi e cancella una moltitudine di esperienze di vita, crea una realtà considerata oggettiva e universale. Ma la vita è multiforme. A seconda dell’angolazione da cui la guardiamo. Per capire la delicata questione outing (dire degli altri) coming out (dire di sé), serve mettersi nei panni. Provare a immaginare il mondo dal punto di vista dell’altro. Non giudicare col proprio metro.
La prima domanda che bisognava porsi di fronte a quelle foto rubate: chi ha dato facoltà a commentatori e giornalisti di parlare dell'orientamento sessuale dell'«amica del cuore» (come è stata etichettata da “Diva e Donna”) di Elly Schlein? Nessuno.
Questa giovane donna non aveva mai fatto quello che chiamiamo «coming out», non aveva mai detto pubblicamente «io amo le donne», «io amo questa donna». La compagna di Elly Schlein, come raccontato da Diva e Donna, viaggia addirittura su un vagone del treno diverso dal suo, è evidente la volontà di non essere ritratti insieme.
Dire di sé, della propria intimità affettiva è un atto politico di grande valore che come tale va scelto: non possiamo agire «come se».
In sintesi: l'orientamento sessuale della segretaria del PD è stato invece dichiarato, quello di che le sta accanto no. L'outing è un atto violento. Molti quotidiani e commentatori hanno giustificato “l’assalto” alla fidanzata della segretaria PD con precedenti noti: «Viene fatto per Di Maio. Per Elena Boschi. Si può dire anche della compagna di Elly Schlein». Secondo inciampo: i partner di Maria Elena Boschi, di Luigi Di Maio e altri hanno concesso loro di propria volontà le interviste sui giornali. La compagna di Elly Schlein no. Inoltre la privacy di Elly Schlein (personaggio pubblico) non è qualcosa che possiamo trasferire automaticamente a Paola Belloni (sua compagna). Si parla di dati personali, non di coppia. Il tema di fondo che fingiamo di ignorare è proprio l’outing: stiamo dicendo che la persona paparazzata è una persona bisessuale o lesbica. Parliamo del suo orientamento sessuale senza sapere se questa donna lo ha comunicato ai familiari? Ai suoi affetti? Al suo tessuto di prossimità? Elly Schlein ospite a L'Assedio, il programma di Daria Bignardi ci aveva detto tutto ciò che era lecito sapere: è bisessuale e ama una donna. Fine.
Le persone Lgbt fanno coming out costantemente: in famiglia, a lavoro, nei tessuti di prossimità. Devono farlo perché “impreviste” in un mondo, in un paese che affonda nell’eterosessismo, cioè dove l’eterosessualità è immaginabile e tutte le altre identità rifiutate, stigmatizzate, denigrate. La vita è un coming out continuo.
Ma il confine tra diritto alla privacy e diritto di cronaca non è una prassi. È legge. E il diritto sempre soccombe: viene meno quando dobbiamo ritrarre un bambino oppure una vittima di violenza che non può essere riconosciuta. Paola Belloni non ha chiesto di non comparire, se sfogliamo le foto della campagna elettorale probabilmente ritroveremo il suo volto tra la folla o addirittura accanto alla segretaria. Belloni aveva scelto di non essere additata come lesbica.
È vero, per anni ci siamo detti che è importante venire fuori, il coming out di una persona celebre ha sempre il pregio di rassicurare una comunità che ha paura, riesce a porsi come baluardo verso chi ha nei confronti delle persone Lgbt spesso un comportamento violento sia verbale che fisico. «È così che ho imparato che se non ero io a definire me stessa, sarei stata triturata dalle fantasie degli altri su di me e mangiata viva» scrive Audre Lorde. Ma dentro la vita di chi rivela se stesso c’è la complessità. Ci sono famiglie che dopo il coming out si comportano come se nulla fosse. È la strategia del silenzio, fa malissimo. Ci sono altre che mettono i figli alla porta. Sminuire l’outing di una persona Lgbt a puro gossip che colpisce la sfera sentimentale di chiunque, non solo annienta la volontà della persona ma nega alla radice tutte quelle strutture sociali che esistono e producono discriminazioni.
Infine, domandiamoci: se avesse vinto le primarie del Pd Stefano Bonaccini avremmo fatto un passante con tutte le sue fidanzate? Abbiamo mai letto un'inchiesta sui ministri del Pd e delle loro amanti? C'è un sindaco a Bologna, Matteo Lepore che vive con riservo il suo matrimonio. Nessuno è mai andato a sbirciare nell'intimità sua e di sua moglie. Ma Lepore è un maschio eterosessuale. La sua riservatezza viene rispettata. Ecco il doppio standard. Possibile che giornali e tv debbano essere così poco rispettosi quando si parla di omosessualità. Quella subita da Paola Belloni è stata una sorta di violazione di domicilio affettivo. Se i media vogliono parlare di persone Lgbt lo facciano con il consenso degli interessati, attraverso inchieste, raccontando storie. Tacciono quando occorre narrare di omosessuali comuni, non decorativi, non eccezionali. In questo modo si è voluta dare l’idea di non essere omofobi? Nient’affatto.
Il coming out non è un obbligo, chi non lo fa deve avere il diritto di vedere sempre rispettata la propria scelta.