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A Beirut si salva solo chi può

Sul lungomare si riparano i siriani, profughi due volte. Dall’aeroporto,gli ultimi voli peri cittadini stranieri. E per i ricchi, la fuga su barche di lusso. Perché la guerraè sempre classista

La guerra ha sempre due vincitori: le industrie delle armi e i trafficanti di esseri umani. Basta attraversare le strade di Beirut e seguire la disperazione di chi abita la città per capire come le bombe generino disuguaglianza e segnino una differenza profonda tra chi può scappare e chi no.

La prima fermata di questo viaggio è il lungomare. Fino al primo ordigno lanciato dai droni israeliani era un luogo di incontri, la cornice della città. Una delle promenade più chic del Medio Oriente: coppiette che si ritrovavano per momenti romantici o famiglie che si rinfrescavano dalla calura estiva. Oggi è il rifugio freddo e umido dei disperati del Paese, in fuga da una guerra che non pensavano potesse ancora irrompere nelle loro vite. Sono i siriani che, da anni ormai, si sono rifugiati in Libano in cerca di fortuna, scappati dalla devastazione del loro Paese e oggi di nuovo profughi. Di guerra in guerra, di fuga in fuga. Per loro le scuole della città adibite a campo per gli sfollati non sono disponibili. «Prima i libanesi», dice il governo. Così, non resta che accontentarsi delle strade. Il lungomare è la scelta che sembra meno insopportabile, soprattutto per i bambini, presenti a decine senza il minimo indispensabile per sopravvivere, buttati a terra su materassi e coperte di fortuna. «Passeremo qui tutta la notte», dice Fatima, una signora piena di reumatismi e dolori, un’anziana che si occupa dei suoi nipotini, che raccolgono merendine dai passanti. La sua preoccupazione più grande è la pioggia, già caduta nei giorni scorsi. «Se piove, siamo spacciati; non c’è più posto da nessuna parte, nemmeno nelle moschee», aggiunge.

Sono circa ottantamila i siriani che negli ultimi giorni hanno cercato di lasciare il Paese e varcare il confine per tornare nella loro terra di origine. Molti provengono dalla zona di Aleppo, nel 2015 hanno fatto il percorso al contrario. Il Paese al momento non sembra reggere tali numeri, molte di queste persone non hanno i mezzi sufficienti nemmeno per permettersi un viaggio verso la salvezza. Il Libano oggi somiglia a una gabbia, circondato da Stati ostili: la Siria martoriata da guerre e terremoti e, dall’altra parte, Israele con la sua dichiarazione di guerra. «Sarà la nuova Gaza, ci vogliono far morire o con i missili o di fame e di terrore». Fatima è inarrestabile, ma non può reggere troppi giorni dormendo su una strada bagnata. Ogni notte il sonno viene interrotto dai bombardamenti, sempre più vicini, che colpiscono i palazzi della zona considerata il quartier generale di Hezbollah.

 

Gli ultimi voli

L’aeroporto internazionale “Rafic Hariri” di Beirut, dopo il lungomare, è la seconda fermata. Al momento lo scalo è ancora aperto, ma la maggior parte delle compagnie aeree ha eliminato i voli per la città da quando Israele ha iniziato a bombardare gli obiettivi di Hezbollah nelle vicinanze. L’aeroporto si trova a Sud di Beirut, una zona considerata come roccaforte di Hezbollah e dove il leader del gruppo militante, Hassan Nasrallah, è stato ucciso in un massiccio bombardamento israeliano. Le ambasciate a Beirut sollecitano i rispettivi cittadini a lasciare immediatamente il Paese. Sono perfino a disposizione dei prestiti per chi non può permettersi i biglietti e si sono attivati nelle ultime ore i voli organizzati dai governi dei singoli Stati per consentire l’evacuazione.

 

La fuga dorata

E mentre sempre più persone occupano gli spazi del lungomare in cerca di riparo, famiglie ben vestite con trolley e zaini si recano verso la marina centrale di Beirut, nella zona Nord-Est, dove le compagnie che noleggiano barche di lusso organizzano tour speciali per chi è in cerca di viaggi emozionali e gite verso l’isola di Cipro. Pacchetti completi che oggi valgono oro. Siamo alla terza fermata, quella per le classi possidenti. Beirut, come ogni città sepolta da bombe, è un Titanic su terra ferma: c’è chi può salvarsi e chi no.

Ali Nehme è un capitano libanese ed è amministratore delegato della True North Yachting di Beirut. Nelle ultime settimane il suo business è cambiato in modo drammatico e radicale. Oggi non vende pacchetti a turisti per crociere di piacere, ma organizza vere e proprie evacuazioni su navi di lusso per chi ha la fortuna di poterselo permettere. I suoi yacht – che vanno dai venti ai trentacinque metri di lunghezza, ciascuno dei quali è in grado di trasportare una dozzina di passeggeri, più uno skipper e tre membri dell’equipaggio – trasportano in questi giorni i disperati meno disperati degli altri. La destinazione preferita è il porto di Ayia Napa, sull’estrema costa sudorientale di Cipro, un viaggio di cinque o sei ore, a seconda del tempo, da Beirut. Oppure, l’alternativa per chi non ha un passaporto europeo, è quella di un viaggio verso il primo porto turco utile.

Si parla di tariffe sui 2.500 dollari a testa. «Imbarcati in un’indimenticabile avventura, con la prima grande compagnia di noleggio di barche di lusso», recita la pubblicità della Admiral yachting club di Beirut, che ormai è sold out con le richieste. Quando insistiamo per poter salire, si trova un posto per il giorno successivo con un piccolo sconto famiglia. «Potete partire anche domani», dice l’organizzatrice che risponde in maniera molto efficiente su WhatsApp. Sul sito della compagnia è comparsa anche la sezione «evacuation», un vero e proprio servizio che garantisce «capitani autorizzati, assicurazioni e attrezzature per la sicurezza al top, per garantire al meglio la tranquillità dei passeggeri». Una fuga dorata, pur sempre una fuga.

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