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Cultura
novembre, 2024

Amo la musica senza confini

Il sodalizio con Stockhausen. Gli studi a Londra e in Russia. L’orgoglio di essere una direttrice d’orchestra. “Dobbiamo abbatteregli steccati tra classicae contemporanea”

Vanessa Benelli Mosell è una giovane musicista che si muove con armonia tra il repertorio classico e quello contemporaneo. Dopo aver ascoltato le sue interpretazioni al pianoforte e aver conversato con lei ti sembra facile pensare che i due mondi in realtà oggi sono uno solo. Ecco dunque l’intervista con la pianista e direttrice d’orchestra, già lanciatissima a livello  internazionale, ma da continuare a scoprire.

Vanessa Benelli Mosell, cominciamo con il nuovo album, dedicato a musiche di Chopin, un banco di prova per i pianisti.

«L’ho registrato dopo dieci album per la Decca. Di solito si fa il contrario: si incide Chopin da molto giovani. Secondo me invece bisogna essere pianisti abbastanza maturi e creare qualcosa di magico. Il mio Chopin è nostalgico e profondo, va a cercare nelle emozioni che nella vita quotidiana rifuggiamo. Quando invece le proviamo ascoltando musica stiamo bene, ci rispecchiamo, ci sentiamo capiti».

Lei ha registrato anche musiche di Karlheinz Stockhausen, compositore sinonimo di avanguardia. Soprattutto ha studiato con Stockhausen e questo è un punto abbastanza esclusivo del suo curriculum. Ci racconta quella esperienza?

«Avevo diciassette anni, gli consegnai la registrazione che avevo realizzato di alcuni suoi Klavierstücke. Stockhausen si innamorò artisticamente di me: per lui era un miracolo che una adolescente suonasse la sua musica e si interessasse a lui. Ci siamo poi incontrati diverse volte per un anno e mezzo a Kürten, in Germania, dove ha sede la sua fondazione. Erano lezioni strettamente concentrate sulla sua musica per pianoforte».

Ha avuto l’impressione che Stockhausen volesse lasciare a lei qualcosa di sé?

«Sì, ho avuto questa impressione e infatti è stato così. Morì nel 2007, dopo non molto che l’avevo conosciuto, ma Stockhausen aveva già un disegno su di me: avrei dovuto incidere i suoi Klavierstücke dopo la sua morte e così e stato. Ho mantenuto la promessa e per quanto mi è stato possibile ho divulgato la sua musica».

Questo compositore, quest’uomo, le ha dato anche spunti extra musicali?

«Sicuramente, anche se lui non affrontava altri discorsi oltre alla musica. L’esperienza con lui mi ha insegnato anche come affrontare la musica contemporanea in generale e soprattutto mi ha aiutato a comprendere la cultura tedesca, molto importante per il repertorio pianistico e per l’opera. Per esempio Stockhausen, come Wagner, nelle sue opere usava personaggi poco affini con la vita reale, diversamente da quello che accade nell’opera italiana».

La musica di Stockhausen è considerata difficile...

«Sì, però intercetta un pubblico completamente diverso dall’ élite che frequenta le sale da concerto. Quello di Stockhausen è un pubblico più giovane, più sperimentale. Il problema è questo: spesso a chi sente la contemporanea mancano i fondamentali della musica classica e a chi va ai concerti tradizionali mancano le vedute ampie. Siamo qui per cambiare la situazione».

Questo ci porta al discorso sul repertorio che si esegue nei concerti. Secondo lei come si sta evolvendo?

«Dipende da chi programma i concerti. Bisognerebbe non limitarsi al periodo tra Mozart e Stravinskij, bisognerebbe andare un po’ avanti, un po’ indietro e un po’ a lato. Certo bisogna fare anche la Nona di Beethoven, perché magari c’è un pubblico giovane che non l’ha ancora sentita, ma i concerti non sono solo intrattenimento, servono anche all’evoluzione della società».

Anche lei fa un percorso: da pianista è arrivata alla direzione d’orchestra. Per ora dirige solo sinfonica. Pensa anche all’opera?

«Certo, un buon direttore deve fare entrambe».

Come vorrebbe cominciare?

«Con un’opera italiana, come “Pagliacci” e “Cavalleria rusticana”, ma non vorrei limitarmi a questo. Ora studio a Weimar e mi sto cimentando con il repertorio romantico tedesco, come Wagner e Strauss».

Sulle copertine dei suoi dischi ci sono sue belle fotografie. Cosa pensa dell’immagine dell’artista nei nostri tempi?

«L’immagine non mi interessa assolutamente. Nelle foto appaio come sono nella vita reale. Vedo certi artisti che per fare foto si trasformano, ma dover corrispondere a determinati parametri mi pare una violenza. Sono una donna del 2024, sono me stessa».

Lei è italiana, ha vissuto fino a due anni fa a Parigi, ora vive e studia in Germania. Cosa significa per lei la parola “confine”?

«I confini non mi interessano. Sono nata in Europa, ho studiato in Russia e a Londra, due territori che ora sono poco europei, ma quando ci vivevo lo erano, o almeno io avevo questa impressione. Le esperienze internazionali per me sono state importantissime: imparare le lingue aumenta le capacità intellettive e poi ci si adatta a modi di vivere e culture, si impara a rispettare i costumi, si impara il rispetto degli altri».

Poi ci si trova davanti alle guerre dei nostri giorni. Che le viene in mente quando ci pensa?

«Sono assolutamente per la pace a tutti i costi».

Secondo lei è terminata l’epoca in cui una donna che dirige un’orchestra fa notizia?

«Non è terminata. Meno male, perché se non facesse notizia si darebbe tutto per scontato. Finalmente una notizia bella: non una donna maltrattata o uccisa, ma una donna che dirige».

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