Pubblicità
Mondo
marzo, 2024

L’Iran minaccia il mondo, ma è un regime destinato al collasso

Un cartellone con il ritratto del leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, nel centro di Teheran, nel febbraio 2023
Un cartellone con il ritratto del leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, nel centro di Teheran, nel febbraio 2023

L’aggressività internazionale maschera le fragilità interne. L’economia non funziona, malgrado le materie prime. E una società giovane e istruita non sopporta la mancanza di libertà 

La guerra regionale a pezzi, iniziata il 7 ottobre con l’attacco di Hamas, coinvolge più o meno direttamente ormai 15 Paesi. L’incalzare quotidiano degli eventi ha assunto una frenesia sconosciuta da tempo, che declina i caratteri dell’età del caos della comunità internazionale e richiede un ripensamento delle stesse categorie spazio-tempo. Le notizie si inseguono con cadenza quotidiana, tra tensione crescente, ripetuti e sempre più gravi incidenti nel Mar Rosso e nel Golfo Persico, mentre aumentano le morti civili a Gaza su larga scala e la diplomazia continua a fallire. Tra tentativi di contenimento del conflitto, de-escalation, connettography, deterrenza militare e mancata deterrenza democratica, il regime degli Ayatollah in Iran si confronta con Stati Uniti e Israele, gli infedeli nemici della guerra santa, la Cina e la Russia, le potenze globali con cui misurare ambizioni e tatticismi, l’Arabia Saudita, gli Emirati, l’Egitto e la Turchia i competitor regionali per l’egemonia.

 

Steven Cock, dalle colonne di Foreign Policy (9 febbraio), critica la dottrina Biden per il Medio Oriente – in elaborazione – perché riprodurrebbe gli stessi errori dell’interventismo statunitense degli ultimi 30 anni. Dal secondo dopoguerra gli Stati Uniti hanno avuto successo nella regione quando hanno agito per prevenire o interrompere le crisi, come a Suez nel 1956, nella Guerra dei Sei Giorni nel 1967 e dello Yom Kippur nel 1973. Quando invece Washington è intervenuta per informare i processi di pace, attraverso iniziative di ingegneria istituzionale, sociale e costituzionale, ha fallito miseramente. In tal senso, esempi significativi sono la teoria dell’allargamento democratico di Bill Clinton, che dopo 10 anni di tentativi terminava nella seconda Intifada e l’inserimento dello Stato della Palestina tra gli obiettivi di politica estera dell’amministrazione Bush, da realizzare con la mai avvenuta democratizzazone delle istituzioni dell’Autorità Nazionale Palestinese. Gli ultimi 3 presidenti, Barack Obama, Donald Trump e Joe Biden (fino a ora) hanno abbandonato ogni progetto di ingegneria politica, comprendendo che la trasformazione politica, sociale e istituzionale non poteva provenire dall’esterno.

 

La dottrina Biden ha il merito di porre l’attenzione sugli obiettivi centrali da perseguire per ottenere la pace e la stabilità regionale: il bluff dell’Iran, lo Stato della Palestina e la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita. Soffermiamoci sul primo punto. Il convitato di pietra delle analisi sul Medio Oriente è il fallimento del progetto politico, economico e sociale della rivoluzione teocratica in Iran. La tesi proposta è la fragilità del messaggio rivoluzionario dello sciismo militante e l’inadeguatezza della classe dirigente degli ayatollah come variabili esplicative dell’aggressività internazionale dell’Iran. Delinquish or perish, aggressività in politica estera e torsione autoritaria o perire, si potrebbe azzardare con una formula.

 

Nell’attuale situazione ad alto rischio di instabilità, il governo bicefalo dell’Iran, sotto la guida suprema pluridecennale di Ali Khamenei, ha deciso di approfondire la strategia della tensione internazionale, per unire idealmente tutte le forze della Repubblica contro le gravi minacce interne ed esterne e distogliere l’attenzione dai gravi problemi del Paese. La centralità dei militari nella coalizione dominante intorno al leader carismatico è cresciuta assieme al potere del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc), per puntellare il potere e affrancarsi dalla mobilitazione popolare, ormai in calo, nonostante l’azione del governo.

 

Oggi, l’attuale linea politica del governo radicale ha disatteso le aspettative della popolazione e risulta alquanto fallimentare. Le crisi economiche e le contestazioni al regime si sono approfondite e il rischio di instabilità è sempre elevato. Non solo le sanzioni occidentali, ma anche “l’economia della resistenza”, buona per la sopravvivenza ma non per la crescita, unitamente all’invadenza dell’Irgc nell’economia e nella società, alla negazione delle libertà civili, alla cattiva amministrazione e alla corruzione decretano il fallimento storico della linea politica di Raisi-Khamenei. Questo quadro è particolarmente grave in contrapposizione ai fondamentali del Paese: la ricchezza delle materie prime, la popolazione giovane e istruita, una soddisfacente articolazione del sistema economico. Anche le esportazioni di petrolio, nonostante l’embargo degli Stati Uniti, hanno garantito flussi consistenti di entrate nelle casse del governo, grazie all’azione delle flotte fantasma e alla destinazione principale del greggio in raffinerie cinesi indipendenti.

 

Un altro dato particolarmente allarmante per il regime è l’allontanamento dalla religione di Stato dei fedeli a causa di processi di laicizzazione e del riavvicinamento all’antica religione persiana e al cristianesimo. Rischiando la vita, i dissidenti riscoprono clandestinamente l’orgoglio dell’identità persiana e della religione di Zoroastro.

 

Una situazione simile si è verificata in Unione Sovietica durante la Guerra fredda. Il fallimento politico, economico e sociale del comunismo di Stato di Stalin, passaggio verso il socialismo reale, ha indotto un ripiegamento autoritario e post totalitario, nel quale la proiezione internazionale, nelle intenzioni del Politburo, è diventato uno strumento per creare consenso, accrescere il prestigio e nascondere i fallimenti interni. Come il sistema sovietico, il sistema della Repubblica teocratica è irriformabile, perché mancano i fondamenti alla base delle comunità politiche, la garanzia delle libertà e della sicurezza dei propri cittadini. L’errore dei conservatori pragmatici e dei riformisti in Iran, da Rafsanjani a Khatami a Rouhani è stato l’illusione di poter riformare il regime, così come durante la Guerra fredda Gorbaciov aveva pensato, erroneamente, di poter riformare l’Unione Sovietica.

 

Le variabili dell’identità, della memoria storica, del nazionalismo e della religione giocano invece un ruolo centrale nel processo di stabilizzazione e pacificazione dell’Iran e di tutto il Medio Oriente. La teocrazia iraniana sarà sconfitta per l’implosione del suo sistema, che non ha mantenuto le promesse della Rivoluzione del 1979. Le strategie vincenti dell’Occidente saranno di nuovo il containment e la deterrenza. Si attendono, per il Medio Oriente, autori come Anders Åslund e Zbigniew Brzeziński capaci di prevedere la fine dell’Urss molti anni prima.

 

Domenico Fracchiolla è docente universitario e politologo

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità