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Il 27 gennaio si ricorda la Shoah, ma non si sfugge alle domande dell'oggi

La guerra a Gaza suscita crescenti contestazioni verso Israele, talora dai toni antisemiti. Per questo bisogna rispondere a critiche e dubbi dei giovani

Anche quest’anno celebreremo il Giorno della Memoria, ricordando la Shoah attraverso la data simbolica della liberazione di Auschwitz, avvenuta ottant’anni fa, il 27 gennaio 1945. La celebrazione si presenta particolarmente difficile in una situazione come questa, caratterizzata dall’aumento di episodi e slogan antisemiti, in gran parte causato dalla reazione al massacro dei palestinesi nella Striscia di Gaza, una reazione divenuta in molti casi negazione dell’esistenza stessa di Israele, se non addirittura rifiuto degli ebrei. Si percepiscono ansie nelle scuole, timori che gli studenti stessi la contestino e si facciano portatori di posizioni non solo critiche nei confronti del governo israeliano, ma anche specificamente antisemite. Nessuno ha finora detto che si tratta di una data divisiva, da mettere in sordina, ma il clima è pesante.

 

E, invece, oggi più che mai la celebrazione del 27 gennaio va fatta a voce alta. Ma per farla anche con la schiena dritta, la memoria della Shoah deve essere collegata alle domande dell’oggi, su quello che è stato il conflitto israelo-palestinese, sulla carneficina del 7 ottobre 2023, su motivazioni e modalità di una guerra che ha fatto decine di migliaia di vittime civili. Chi va a parlare a ragazzi e ragazze non può tacere se gli vengono poste domande spinose, e nemmeno se si è messi sotto accusa con parole che possono suonare come antisemite. Se qualcuno pronuncerà davanti a noi il termine tanto contestato di «genocidio», lo accuseremo di antisemitismo o discuteremo con lui sulla possibilità o meno che di genocidio si tratti? Lo sterminio di civili, sia che avvenga a Marzabotto, alle Fosse Ardeatine o a Gaza, ha elementi comuni, che non possiamo rifiutare di discutere e analizzare. Anche se abbiamo dovuto con dolore ascoltare voci che lo negano, la vita di un bambino ebreo e quella di un bambino palestinese hanno lo stesso peso.

 

La memoria della Shoah, quella che abbiamo non senza fatica costruito in questi anni, troppo spesso è stata interpretata, sia dagli ebrei sia dai non ebrei, come una questione degli ebrei e solo loro, come se non avesse riguardato, oltre alle vittime, anche i carnefici e il vasto universo degli indifferenti. Tutti, insomma. Da una parte, essa è stata vista come volta a riconoscere lo sterminio del popolo ebraico; dall’altra, a rappresentare un monito per tutta l’umanità affinché fatti del genere non succedano più a nessuno, non soltanto agli ebrei. Da una parte, quindi, questa memoria ci appare come una cassaforte dove è stata rinserrata l’identità ebraica per preservarla dopo uno sterminio mai visto prima, dall’altra, come un’apertura verso il mondo contro ogni sterminio: l’eterno conflitto tipico del mondo ebraico, e non solo suo, fra particolarismo e universalismo. Questo il duplice aspetto della memoria.

 

Ma la giornata che a essa è stata dedicata, il 27 gennaio, non è rivolta ai soli ebrei, tutt’altro. Essa vuole essere un monito per tutti, aiutare a riconoscere i genocidi, tutti i genocidi. Unica ricorrenza civile comune a tutti i Paesi dell’Ue, essa ha rappresentato per l’Europa una sorta di baluardo contro ogni razzismo, contro l’antisemitismo, contro odi e violenze.

 

Intorno a noi, però, il mondo è ora rapidamente cambiato. Nazionalismi, sovranismi, razzismi lo stanno mutando, anche in quell’Europa nata per fermarli. Come possiamo evitare che le parole di ieri, il ricordo delle leggi razziste, dei ghetti nazisti, dei campi di sterminio si svuotino di significato in queste condizioni? Come evitare che in qualche scuola uno o più studenti ci rimproverino di parlare solo degli ebrei, di non curarci dei palestinesi, delle macerie di Gaza, degli ospedali distrutti, del diritto internazionale calpestato? Non certo, credo, negando o passando sotto silenzio quanto accaduto. La tregua raggiunta da pochi giorni, una tregua che gli osservatori definiscono molto fragile, non cancella tutto questo, come il ritorno degli ostaggi non offusca la violenza del 7 ottobre. Se vogliamo evitare che questa terribile vicenda degli ultimi mesi cancelli in noi la memoria stessa della Shoah – fino a farla diventare poco più di un rigo nei libri di storia, come ha detto già prima di quanto è accaduto la senatrice Liliana Segre – non possiamo sottrarla alle domande del presente. Perché essa è nata per farsi interrogare dal presente.

 

La guerra ha finora toccato molta parte di Israele e dei suoi cittadini: le vittime del 7 ottobre, gli ostaggi, gli sfollati dal Nord a causa dei missili degli Hezbollah, le famiglie dei soldati. Il governo israeliano ha continuamente agitato, per giustificare la distruzione di Gaza, la minaccia che incombe, o meglio incomberebbe, sul Paese. Nulla vieta, anche se non credo che questo possa essere ora il caso, che in futuro Israele possa davvero – e sarebbe un disastro inimmaginabile – essere a rischio di scomparire. Ma, in questi mesi, a essere in via di sparizione è stata Gaza, con i suoi due milioni di abitanti. Sono i suoi civili privi di medicine e cibo, sono i suoi bambini in cui i coloni israeliani vedono «futuri terroristi». Di questo bisogna parlare, alle domande su tutto ciò bisogna rispondere, mentre un filo di speranza si è finalmente affacciato. A quel che è successo dobbiamo anche fare riferimento il 27 gennaio, se non vogliamo essere indifferenti, di quell’indifferenza a cui si richiama, proprio all’entrata, il Memoriale della Shoah a Milano. E che tocca tutti, non solo gli ebrei.

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