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Cultura
febbraio, 2025

Amore e biologia là dove gli estremi infine si toccano

Su famiglia naturale e maternità le destre e parte del femminismo convergono. Una strana alleanza

Diciannove anni fa, Yasmina Reza faceva dire a uno dei quattro genitori della commedia “Il dio del massacro” che prima della famiglia erano molto più felici: «I figli fagocitano la nostra vita e la sgretolano». Salto in avanti e cambio di immaginario (oltre che di qualità): nell’ultimo Festival di Sanremo la parola «mamma» è stata pronunciata in tutte le declinazioni della retorica, della mistica e a volte della mancanza di pudore. È pur vero che il pudore è faccenda trascurabile quando si fa ballare la platea, come ha fatto il vincitore Olly nella cover de “Il pescatore”, inserendo i versi «e tu canta, lallallà, e tutto si risolverà», mentre stiamo assistendo al più impressionante attacco alle democrazie europee degli ultimi decenni. Il discorso sul materno è però più sottile e l’enfasi sulla mamma è come i soffioni, spunta ovunque anche se provi a porci rimedio. 

 

In un bell’articolo su “Lucy. Sulla cultura”, Gabriel Seroussi ricorda come i rapper più sessisti della storia della musica abbiano attaccato molto spesso e ancora più volentieri le donne, ma esaltato le mamme: Emis Killa, in “Tutto quello che ho”, intona: «Mamma, è un nome troppo comune per ciò che sei / Accomunerei le stelle ai tuoi occhi in comune ai miei». E Jake La Furia è ancora più esplicito: «Siamo legati anche se non c’è più il cordone». Non bastasse, le mamme-soffione sono ovunque: al cinema, nei romanzi, dove vengono glorificate anche quando si finge di parlare male di loro, e naturalmente in politica, non solo nei messaggi dei ministri per la Festa della Mamma (chissà se Giuseppe Valditara farà il bis dello scorso anno, quando celebrava l’impegno quotidiano delle madri come «fondamento della nostra vita»).

 

Solo sei anni fa si protestava per quel «sono Giorgia, sono cristiana, sono una madre» che avrebbe portato la leader di un partito neofascista alla presidenza del Consiglio e l’Italia al punto in cui è: ovvero il Paese che celebra le madri togliendo loro spazi, lavoro, diritti. Storia vecchia pure questa. Un po’ meno vecchia è la sconcertante convergenza di opinioni fra parte dei femminismi, anche italiani, e destre nel voler «restituire la verità biologica». Sono parole di Donald Trump dopo aver eliminato ogni direttiva che riguarda la possibilità di altri modi di essere e di vivere il proprio corpo. «Solo due sessi», declama il presidente che, scrive Paul B. Preciado, è simile in questo a Meloni, Javier Milei e Marine Le Pen: «Non guidano movimenti di insurrezione anti-establishment. Mirano a ripristinare un ordine patriarcale-coloniale contestato da un secolo dai movimenti di emancipazione dei corpi subalterni». Con il plauso di molte femministe della differenza che sull’immaginario maternale hanno costruito un fortino accademico e, in molti casi, di potere, perché piegano quell’immaginario all’esclusione di chi non è nata con un utero o di chi, semplicemente, crede che l’unicità di una persona risieda in mille cose, inclusa la gentilezza con cui ci si rapporta con gli altri e il modo con cui si prova a costruire un futuro comune. E non nell’avere procreato.

 

Per questo, la cosa preziosa di oggi è “La famiglia naturale non esiste”, lunga intervista di Maria Novella De Luca a Chiara Saraceno che esce per Laterza, dove si spiega molto bene che stiamo parlando di un’invenzione culturale, semmai, e che quell’aggettivo, naturale, viene invece utilizzato per ostacolare tutte le forme di amore che vanno al di là della biologia, a cui, a quanto sembra, veniamo dolcemente risospinte.

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