
Ma il profugo era un giornalista de “l'Espresso”: Fabrizio Gatti racconta così, nell'inchiesta di copertina di questa settimana, come sacerdoti e religiosi abbiano completamente ignorato l'appello di papa Francesco. A inizio settembre «in preparazione all’Anno santo della misericordia» il pontefice ha chiesto un gesto concreto affinché parrocchie, monasteri, comunità religiose e santuari d'Europa ospitino una famiglia di profughi.
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Gatti, con il nome di Ibrahim Bilal, già usato dieci anni fa nell'inchiesta da infiltrato “Io, clandestino a Lampedusa", ha percorso 5.372 chilometri attraverso Italia, Francia, Svizzera e Germania. In Italia il viaggio-inchiesta, oltre a Roma, ha toccato Piemonte, Valle d'Aosta, Friuli, Alto Adige e il santuario di Loreto nelle Marche. L'inviato de “l'Espresso” ha chiesto aiuto per sé, sua moglie e due bambini piccoli ventitré volte. E per ventidue volte gli hanno risposto di no. Oppure gli hanno detto che serve l'autorizzazione della polizia: come se per praticare la parola di Cristo fosse oggi necessario il nullaosta della questura. Altri hanno alzato semplicemente le spalle e l'hanno cacciato. È tutto documentato nelle immagini che il giornalista ha girato con una telecamera nascosta.

[[ge:rep-locali:espresso:285166360]]Porta chiusa perfino al Centro Astalli, l’istituzione romana per i rifugiati gestita vicino all’Altare della Patria dai gesuiti, l’ordine da cui proviene papa Bergoglio. Bilal non aveva documenti italiani. «Noi siamo un’associazione che collabora con il Comune di Roma», ha risposto l'operatore, «non possiamo accettare clandestini. Non troverà mai un posto per dormire. È un fantasma». Dimostrando così, come negli altri casi, che quanti non sono ancora in regola con i documenti o sono in transito verso il Nord Europa vengono lasciati sulla strada.
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Soltanto un sacerdote, don Rodolfo, parroco a Pré Saint Didier in Valle d'Aosta, ha aperto la sua casa a Bilal e ha trovato un luogo dove ospitare la sua famiglia.
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