Un patto tra clan siglato alla luce del giorno, nel pieno di una festa popolare. È quello che è successo a Barra, quartiere di Napoli, dove domenica scorsa si è celebrata la tradizionale Festa dei Gigli.
Dal palchetto di uno degli obelischi di legno e cartapesta, ripetuti sono stati gli omaggi all’indirizzo di Arcangelo Abete, boss considerato uno dei fondatori del gruppo dei cosiddetti ''Scissionisti'' di Scampia, protagonisti della famigerata faida che ha insanguinato le strade del capoluogo campano tra il 2004 e il 2005.
Al padrino, attualmente detenuto agli arresti domiciliari, la banda ha dedicato gran parte dello spettacolo: «Arcangelo chesta è pe te!» è stato più volte ripetuto dai microfoni, anche sulle note della colonna sonora del "Padrino" di Francis Ford Coppola.
Ma il riferimento più esplicito è nella canzone "O' Re", un testo inquietante che invita apertamente a inchinarsi al boss e attraverso il quale vengono lanciati messaggi chiari e inequivocabili anche a chi non conosce la lingua napoletana: «chi ha sbagliato stà avvisato già: 'na sentenza se l'adda aspettà».
Un refrain ripetuto fino a notte fonda, a suggellare un inedito patto d’acciaio tra clan della zona orientale della città e una delle più potenti cosche del narcotraffico con base operativa all’ombra della Vele nella cosiddetta 167 di Scampia.
Il tutto, utilizzando come cassa di risonanza una centenaria festa di popolo. E non è una novità assoluta. Il ruolo dei clan nelle feste popolari campane è descritto nel capitolo ''La notte nera'' all'interno del libro "Strozzateci tutti" (Aliberti editore), un'antologia collettiva sulle mafie in uscita il prossimo 30 settembre: «La camorra - recita un passaggio del testo - semina morte e dà lavoro, impone il terrore e la gioia, il sangue e la festa. Succede a Barra come in altri rioni popolari di tutto il Sud Italia. Anche i fratelli Graviano offrivano denaro per i cantanti e i fuochi di artificio per i festeggiamenti in onore di San Gaetano nel quartiere palermitano di Brancaccio. È il "panem et circensem" dei latini, il "festa, farina e forc" di Ferdinando II di Borbone».
Così, il boss appare come il benefattore che garantisce il divertimento in luoghi di periferia troppo spesso abbandonati colpevolmente al loro destino. Poco importa se, con la scusa di raccogliere finanziamenti per l’organizzazione, ogni settimana un emissario del clan bussa alla porta di ogni abitazione del rione per chiedere un contributo fisso settimanale. Un obolo che suona come un pizzo porta a porta. Per organizzare la macchina del consenso criminale e stringere alleanze pericolose.