La Commissione europea vuole cambiare (in peggio) la norma sull'accesso pubblico ai dati delle sue discussioni e dei suoi documenti. Un passo indietro incredibile nella strada verso la trasparenza della politica. E ora la questione arriva al Parlamento di Strasburgo

Trasparenza e open-data, l'Unione Europea tenta il passo indietro. Nascondendo agli occhi di cittadini, giornalisti e associazioni molti dei documenti prodotti da Commissione, Consiglio e Parlamento. Centinaia di file, carteggi, banche dati fino ad ora accessibili a tutti i cittadini dell'Unione, tra qualche tempo potrebbero essere oscurati. A suon di cavilli e veti.

Nei giorni scorsi 130 associazioni europee e globali, più una sessantina tra avvocati e giornalisti hanno firmato una lettera aperta (leggi) al Parlamento europeo per bloccare quella che considerano una minaccia per il diritto al libero accesso alle informazioni. Alla base di tutto c'è il regolamento 1049/2001. A prima vista potrebbe apparire come uno dei tanti emanati dalla gigantesca burocrazia di Bruxelles. In realtà fissa principi molto importanti: tutti hanno diritto ad accedere ai documenti dell'Unione Europea in un tempo massimo di 30 giorni, senza pagare un centesimo fino alle 20 pagine. Senza se e senza ma.

Principi che hanno fatto scuola anche oltreoceano, come dimostra il portale Data.gov varato dall'amministrazione Obama, in cui è possibile consultare e scaricare una miriade di dati e statistiche prodotte all'interno dello stato federale. Un progetto nato anche grazie al buon esempio dato dalla vecchia Europa.

Che oggi si pente e fa marcia indietro. La Commissione Europea, ufficialmente per «rendere meno vago il regolamento». ha proposto una serie di modifiche decisamente in controtendenza rispetto ai tempi. La bozza risale all'aprile del 2008, ma il voto del Parlamento è previsto nei prossimi mesi.

Il nuovo testo contiene principi che fanno a cazzotti con la libertà di stampa. Fino ad oggi il principio è stato piuttosto semplice: l'Europa nega l'accesso ai documenti che, se pubblicati, metterebbero a rischio il processo di decision-making «a meno che non ci sia un interesse pubblico predominante». Nella bozza, su quest'ultima frase è stata tirata una riga sopra. Soppressa.

Tra i punti più contestati c'è la definizione di "documento". Se fino ad oggi ogni pezzo di carta (o quasi) può essere letto da chiunque, secondo il nuovo testo potranno essere divulgati solo quelli ufficialmente registrati o già trasmessi ai destinatari. «In sostanza potremo leggere solo i testi finali di qualsiasi provvedimento e non tutte quelle carte che sono state scritte prima dell'approvazione», spiega Guido Scorza, avvocato ed esperto di diritto dell'informazione.

Cosa rimarrà fuori dal cono di luce? «Lettere più o meno informali, report di riunioni preparatorie, forse anche molti studi commissionati da Bruxelles per consentire alla Ue di assumere una posizione formale in merito ai temi più disparati». Insomma, chi vorrà indagare in profondità, dietro le quinte dei processi decisionali del moloch europeo incontrerà molte difficoltà. Anche solo conoscere le opinioni personali dei nostri rappresentanti europei diventerà un'impresa impossibile. Ma è sull'utilizzo dei dati che l'Europa rischia un pericoloso dietro-front. Nella bozza che si sta studiando in questi mesi vengono posti paletti molto precisi: in sostanza si potrà solo chiedere una versione stampata di un database oppure navigarlo via web, ma solo «utilizzando gli strumenti già a disposizione». Una frase criptica che Scorza interpreta così: «Ci si dovrà accontentare dei dati così come ce li presentano da Bruxelles. Non potremo estrarli né incrociarli con altri dati e numeri per ottenere nuove informazioni. In questo modo l'Europa tutela la privacy e l'interesse pubblico, mettendo però in secondo piano il principio della trasparenza». Con buona pace del giornalismo investigativo, che potrebbe ritrovarsi in mano un'arma spuntata.

Per fare un esempio: potremo sapere quanto ha guadagnato una società per aver realizzato una consulenza in un paese europeo, ma non sarà più possibile confrontare i dati di altri paesi e scoprire che, magari, quella società ha ottenuto ricchi contratti di consulenza anche in molti altri stati membri.

Dulcis in fundo, i documenti che si salveranno dalla mannaia del nuovo regolamento potranno essere forniti dopo un tempo massimo di 45 giorni, mentre fino ad oggi il limite è fissato a 30 giorni. Cittadini e giornalisti potrebbero quindi accedere a informazioni ormai già superate dagli eventi.

Intanto la lettera aperta comincia a fare breccia: Michael Mann, portavoce del vice-presidente della commissione Maros Sefcovic, ha recentemente dichiarato che «la Commissione Europea non ha alcuna intenzione di limitare l'accesso ai dati» ed è disponibile «a discutere un testo alternativo. L'importante è che si raggiunga l'obiettivo: più chiarezza per tutti, cittadini e istituzioni».

Si preannuncia uno scontro con il Parlamento europeo, che già più di un anno fa ha approvato una risoluzione in cui chiede che il regolamento 1049 venga modificato, sì, ma per ampliare il diritto all'accesso dei cittadini.

L'edicola

Ipnocrazia - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 4 aprile, è disponibile in edicola e in app