Nelle periferie abbandonate aumentano ogni giorno i roghi clandestini dei rifiuti tossici: copertoni, amianto, scorie di ogni tipo. Mentre la criminalità si arricchisce e i tumori continuano a crescere

Costantin ha poco più di 10 anni e l'estate non l'ha passata al mare. Lo ha solo immaginato. Quando Mircea, suo fratello maggiore, si era presentato a maggio con un furgoncino scassato davanti al campo rom dove vivono alla periferia di Napoli, aveva pensato che almeno un giorno ce lo avrebbe portato. Ma non c'è stato il tempo: quel mezzo serviva per lavorare. Mircea lo racconta mentre, insieme a Costantin, ordina copertoni e stracci su una montagna di immondizia abbandonata lungo la strada sterrata che incrocia viale Rosa a Caivano, comune alla periferia nord. È proprio sotto i ponti dell'Asse Mediano, l'asse viario nei cui piloni il clan dei Casalesi ha murato per sempre rifiuti tossici. Un quarto d'ora dopo quell'incontro casuale, una colonna nera di fumo denso e nero ricopre tutta l'area che va da Scampia fino al mare di Lago Patria, passando sui cieli di Giugliano e almeno altri tre comuni limitrofi. Per un "servizio" così, Costantin e Mircea guadagnano 30 euro. Che fanno quasi 200 a settimana, se si lavora sodo. E molto devono aver lavorato la scorsa estate nella "Terra dei fuochi": tra Scampia, Caivano, Casoria, Afragola e in tutta la piana che da Napoli arriva fino a Nola, Marigliano e Acerra, dove i roghi e gli interventi dei pompieri si sono contati a decine. Se nel resto d'Italia bruciavano ettari di macchia, a Napoli e a Caserta s'incenerivano rifiuti altamente pericolosi.

Finito il grande caldo, la tregua c'è stata solo per i boschi. I rifiuti, invece, continuano a bruciare ai bordi di periferie abbandonate. Una sorta di inceneritore, molto più grande e pericoloso di quello che ad Acerra per i prossimi vent'anni continuerà a bruciare ecoballe. Non ci sono fermi per manutenzione, centraline che controllano i livelli di emissioni in atmosfera e problemi di manodopera. Perché ad appiccare gli incendi, oggi, ci sono pure italiani. Come quelli arrestati ad agosto ad Afragola e Caivano. «Sono l'ultima tragica conseguenza della crisi economica», spiega a "l'Espresso" padre Maurizio Patriciello, parroco di frontiera nel Parco Verde di Caivano, che da anni si batte per accendere i riflettori sui roghi di rifiuti tossici. «Operai in cassa integrazione o disoccupati, che non riescono nemmeno a mettere il piatto a tavola. Quanto pensate che ci voglia a convincere un disperato ad accendere un rogo per qualche decina di euro?», spiega mentre con l'auto costeggia l'ennesima montagna di eternit lasciata a marcire in una stradina di campagna coperta da balle di stracci e copertoni, combustibile che brucia abbastanza a lungo per ridurre in cenere scarti di lavorazione artigianale, scorie di fonderia, materiale elettrico, amianto e rifiuti tossici di ogni tipo.

Se poi tra i fili elettrici ci sono pure rame e altri metalli, li si vende a parte. A 8 euro al chilo in media, che moltiplicati per i 10 quintali stimati ogni giorno in Campania fanno 8 mila euro al giorno, quasi 3 milioni l'anno. Un buon business, sulla pelle di Costantin e di migliaia di ragazzini che, come lui, crescono tra Napoli e Caserta. Un'immensa area grigia, del colore del fumo che brucia gli occhi e ottura naso e gola.

Qualche anno fa, un bambino rom di Giugliano sopravvisse solo pochi mesi ai roghi che assediavano il suo campo. Morì di bronchite, ma i medici gli trovarono nel naso e in gola muchi neri. Oggi, in tutta l'area a Nord di Napoli, i casi di allergie, asma, dermatiti, rinocongiuntiviti, enfisema polmonare cronico e bronchite cronica non si contano più, mentre crescono i tumori. Un collegamento tra roghi e aumento delle malattie non c'è, ma non c'è stato nemmeno uno studio scientifico ufficiale che lo escluda. Con il paradosso che, negli stessi giorni in cui i ministri della Sanità e dell'Ambiente, Balduzzi e Clini, denunciavano la drammatica condizione di chi vive nella "Terra dei fuochi", lo stesso governo bloccava il registro tumori della Campania. Costa troppo, hanno detto: un milione e mezzo di euro. A fronte di decine di milioni, a carico del servizio sanitario nazionale, per la cura delle neoplasie. Eppure, ci sono studi condotti negli anni da medici e ricercatori che parlano chiaro. L'ultimo, in ordine di tempo, è un libro bianco, "Campania terra di veleni", di Antonio Giordano, direttore dello Sbarro Institute alla Temple University di Philadelphia, secondo cui tra il 2000 e il 2005 non risultano nei dati ufficiali 40 mila casi di tumori, di cui il 15 per cento tra donne al di sotto dei 40 anni. Secondo i dati raccolti dall'oncologo campano, tra le province di Napoli e Caserta l'indice di mortalità per gli uomini sarebbe del 9,2 per cento superiore alla media, e del 12,4 quello delle donne.

Di ufficiale c'è solo la stima che nel 2010 il commissariato di governo per le bonifiche chiese all'Agenzia regionale per l'ambiente sulla quantità di rifiuti pericolosi abbandonati in Campania. Il risultato fu sconcertante: un milione e mezzo di tonnellate sparse nel territorio, una discarica grande il doppio dell'impianto di Chiaiano. Solo che le montagne di amianto e scarti chimici abbandonati sono rimasti lì: nessun militare di presidio, nessun controllo né garanzia. E così si continua a sversare e bruciare impuniti, e l'area inquinata continua ad allargarsi. È così che ammortizzano i costi le imprese. Non solo quelle criminali. A sversare illecitamente sono anche le centinaia di piccole aziende manifatturiere abusive dove si cuciono falsi d'autore o le scarpe e i portafogli che ancora le grandi griffe fanno produrre nei sottoscala dei Quartieri Spagnoli o della Sanità, a Napoli. Una borsa in vendita a 800 euro a Milano ne costa 80 all'impresa che commercializza e un centinaio a chi - governo, Regione, Provincia o Comune - dovrà accollarsi i soldi di smaltimento e bonifica. Solo che di soldi per ripulire il territorio non ce ne sono più. E allora i rifiuti restano lì, in attesa di essere bruciati. I Comuni, che dovrebbero ritirarli, non hanno un euro in cassa. E la società che dovrebbe occuparsi di bonifiche in Campania, la Astir, è in liquidazione, con i dipendenti senza stipendio da mesi in attesa di confluire nella nuova holding regionale, Campania Ambiente, che ancora non decolla. Intanto, la situazione della società controllata al 100 per cento dalla Regione Campania precipita: a luglio si è dimesso il commissario liquidatore, il senatore Pdl Franco Malvano, e dopo di lui nessuno ha voluto accettare quell'incarico. Anche perché a fine agosto dalla Regione è arrivata una richiesta paradossale: restituire 29 milioni di euro. Con le casse vuote.

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