Era una delle città più ricche d'Italia. Adesso i negozi sono vuoti, i cinema chiudono e perfino le Coop licenziano. In un clima di surreale rassegnazione, senza scioperi né proteste

l 28 marzo un commerciante si è ucciso per 500 euro a Bologna. Si è dato fuoco: come Mohamed Bouazizi, l'ambulante il cui suicidio ha innescato la rivolta tunisina. Giovanni C. aveva 58 anni e non 26, non viveva nel ghetto di Sidi Bouzid ma nel ricco capoluogo emiliano, e a differenza di Mohamed - che 'The Times' ha proclamato "Personaggio dell'anno 2011" - non riceverà alcun riconoscimento per il suo gesto.

Il suicidio di Mohamed ha acceso la Primavera araba. La morte di Giovanni, invece, non ha suscitato proteste. A Bologna, capoluogo di una regione governata per decenni dalla sinistra, gli altri lavoratori in difficoltà sono rassegnati. Perdono il lavoro e rimangono zitti, vengono messi in cassa integrazione e non scioperano. «La maggior parte di loro non è neanche sindacalizzata», dice Carmelo Massari della Uil.

Bologna, quella che una volta era chiamata la rossa, la dotta e la grassa, sperimenta per la prima volta la crisi. Tra le botteghe del centro ci sono i Plenty Market, che fino a un anno fa erano sempre pieni. Ora i Plenty rimangono aperti ma gli scaffali sono vuoti, perché i fornitori non vengono pagati da mesi. Come i commessi, che si aggirano nella desolazione dei reparti chiedendosi che fine faranno. Bologna la dotta, con sei cinema che hanno ridotto le proiezioni e messo i dipendenti in cassa integrazione per coprire parte del debito.

In una città come Bologna, Librerie Coop mette in cassa integrazione i dipendenti e due mesi dopo si annuncia un nuovo punto vendita nella ex Zanichelli, dietro la piazza grande cara a Lucio Dalla. Operazione che costerà circa 200 mila euro tra affitto e riparazione del tetto. I lavoratori Librerie Coop non vogliono parlare, il direttore della libreria Ambasciatori neanche. Sono solo l'ultimo segno di una Bologna in cui anche il rosso è diventato precario.

I cinema
A 500 metri dal palazzo dove nacque Pier Paolo Pasolini c'è il cinema Roma, che potrebbe chiudere assieme ad altre cinque sale: l'Odeon, il Rialto, il Roma, il Jolly e l'Europa. Sei sale tutte situate nel centro di Bologna. Sono due le società coinvolte, la Seac e il Circuito Cinema Bologna. Il debito della seconda società ammonterebbe a circa 480 mila euro e da febbraio 37 dipendenti sono in cassa integrazione ordinaria. Ma Davide Mori della Uil dice che «un mese dopo l'accordo per la cassa integrazione c'è stata una nuova convocazione, perché alla società questa riduzione di stipendi e proiezioni non basta più». Il motivo sarebbe, a detta di Mori, un cambio della consulenza sul lavoro da parte della società. «Noi facciamo per l'85 per cento cinema d'essai, e non possiamo competere con le sale commerciali», continua Tina.

Sandro, al cinema 'Roma', fa il proiezionista dal '94, e secondo lui «hanno sparato alto per ottenere qualcos'altro». E pensare che i vecchi proprietari Egidio Errani e Gino Agostini, che hanno costruito i cinema, erano due partigiani che dopo la guerra hanno voluto realizzare il loro sogno. Al cinema avevano dato tutto, ripianando anche i debiti delle società quando era iniziata la crisi del settore, ma anche trovando soluzioni creative, come spiega Beppe Fiorelli della Cgil: «Pensa che la prima multisala di Bologna, l'Odeon, è dei primi anni '80». «Ora invece, come diceva Eduardo, si cerca solo di passà a nuttata», conclude Mori.

Il tavolo di salvaguardia della provincia, istituito per aiutare le imprese in difficoltà, potrebbe aiutare. In alternativa i lavoratori potrebbero passare dalla cassa integrazione ordinaria a rotazione, a una cassa a zero ore: «Ora prendiamo il 30 per cento in meno di stipendio» racconta Tina, la bigliettaia, «ma svogliamo più mansioni. Come quella della maschera, che è il responsabile della sicurezza: ora tocca farlo a noi coi rischi che comporta». Tina ha 47 anni, ha lavorato tramite agenzia interinale, e poi è stata assunta part-time al cinema. «Il nostro è prima di tutto un servizio pubblico», dice.

Plenty Market
Se c'è un luogo dove la crisi è evidente, a Bologna, sono i Plenty Market del centro. Fino a un anno fa erano 32 i punti vendita, e per per un centro storico così piccolo erano davvero tanti. Se entrate oggi in uno dei 22 punti rimasti (gli altri dieci sono stati rilevati da inCoop) vedrete una scena da fine del mondo: la maggior parte degli scaffali è vuota, senza prodotti, perché i fornitori non vengono pagati da mesi. I Plenty puntavano sulla formula orario lungo, sette giorni su sette aperti 12 ore al giorno. «Il caso dei Plenty», spiega Carmelo Massari della Uil, »è la conferma del fallimento delle liberalizzazioni. Puoi stare aperto quanto vuoi ma se il paniere di acquisto delle famiglie è quello, non cambia in base agli orari», sostiene.

Questa formula, a detta del sindacalista, si è ritrovata nella morsa della stretta creditizia delle banche. Gli incassi diluiti nel tempo non permettevano all'azienda, di proprietà della famiglia Dall'Olio, di incassare in tempo per pagare i fornitori, e gli anticipi delle banche erano essenziali: «Al Plenty non c'è stato alcun calo delle vendite, se non un congiunturale un per cento in meno», continua Massari. «Ma alla prima difficoltà con le banche i Dall'Olio hanno subito manifestato la volontà di dismettere tutto». E questo sarebbe anche il motivo per cui i negozi rimangono ancora aperti senza merce, e con i commessi che non prendono stipendio: «Gli esercizi aperti sono molto più appetibili per un compratore». Ora i 180 dipendenti di Albrea Srl, che detiene i Plenty, sono in cassa integrazione a rotazione, e si profila un interesse della catena Pam per acquisire alcuni punti vendita. I dipendenti Plenty erano personale ad alto costo del lavoro, per la maggioranza assunti a tempo indeterminato e full-time. E quasi per nulla sindacalizzati, perché con la famiglia Dall'Olio hanno sempre avuto un rapporto diretto. «Ora alcuni di loro potrebbero rilevare dei punti vendita, rinunciando al credito che l'azienda deve loro», propone Massari, che spera nell'auto imprenditorialità dei dipendenti. Quegli ex dipendenti per nulla precari che oggi, però, non vogliono parlare coi giornalisti.

Librerie Coop
Sono stati messi in cassa integrazione senza fare un'ora di sciopero, i 122 dipendenti di Librerie Coop. Cassa integrazione straordinaria per 106 di loro, mentre ai restanti 16 apprendisti quella ordinaria in deroga, fino ad Aprile 2013. I vertici Librerie Coop sono ottimisti, e nonostante la crisi ci sia - si parla di una contrazione del tre per cento delle vendite - il motivo ufficiale della decisione è la 'ristrutturazione'. Nessun posto è a rischio, ma serve un anno di cassa integrazione per poter rilanciare Librerie Coop, progetto che comprende 26 punti vendita su tutto il territorio nazionale e che ha solo sei anni di vita. «Ci sono due fattori», spiega Emiliano Sgargi della Cgil: «Da una parte il calo delle vendite e dall'altra il fatto che queste librerie sono giovani e devono ancora scontare la fase di start-up».

Entrando nella prestigiosa libreria Ambasciatori, a due passi da Piazza Maggiore, e ad ammirare la volta ristrutturata, o i nomi nel cartello delle presentazioni, non si crederebbe che i dipendenti sono in cassa integrazione. Ma è un altro segnale a destare perplessità: solo pochi giorni fa è stato reso noto che l'azienda aprirà un nuovo punto vendita nella storica sede Zanichelli in Piazza Galvani. «In realtà non abbiamo ancora ricevuto una dichiarazione ufficiale sull'apertura del nuovo punto vendita», spiega il sindacalista. «Qualora venisse confermata posso anche pensare che sia un'operazione finalizzata al rilancio di cui parlava l'azienda quando ha deciso per la cassa integrazione», conclude.

Ai provvedimenti salariali non è seguita una protesta, né un'ora di sciopero, e sul totale di 122 dipendenti Librerie Coop i delegati sindacali sono solo tre. «Dice Sgargi: «Non abbiamo protestato perché abbiamo visto i numeri che l'azienda ci ha presentato, abbiamo visto le sofferenze». Ai dipendenti, che non commentano, non resta che aspettare il rilancio dell'azienda, come ai commessi del Plenty o ai dipendenti dei cinema del centro.

Senza scioperi e senza proteste, nella rossa e grassa Bologna, dove pochi giorni fa un commerciante si è dato fuoco.

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